Presentazione silloge – Visioni D’Oltre – di Emanuela Arlotta

Questa è la presentazione alla mia silloge poetica scritta da Patrizia Palese che ringrazio con tutto il cuore per l’analisi accurata e sentita :
 
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Prefazione
a cura di Patrizia Palese
 
Consiglio per i lettori: maneggiare con cura! In questa raccolta di liriche si va su è giù come sulle montagne russe; non è stato facile per me fare delle scelte, perché inevitabilmente avrei voluto fare anche soltanto un accenno piccolo a ognuna delle poesie…ma una prefazione vera non spiega, non chiarisce…una prefazione vera raccoglie i moti del cuore, ovviamente il proprio, e li condivide, di questi sì ne spiega il perché, ma non per raccogliere consensi, ma soltanto per dire: maneggiate con cura, perché ogni verso è un cristallo delicatissimo che illumina, ma che può anche ferire.
Del resto per Emanuela Arlotta non è poi tanto assurdo il voler chiarire, indipendentemente se poi tale chiarezza ferirà; non è indifferenza la sua verso gli altri, tutt’altro, è rispetto per l’uomo e per la sua essenza.
Ed ecco che iniziando la lettura mi appare ancora più chiaro il concetto espresso precedentemente: la sua visione su ciò che la circonda strappa il velo del perbenismo e mette a nudo da subito ciò che per lei, Emanuela, rimane ancora un sogno da difendere, come nella poesia QUOTIDIANITA’, dove la vita nostra, sua, di altri perfetti sconosciuti, altro non è che una ruota che gira nell’inutile tentativo di avere risposte che sembrano non esistere o non essere poi così importanti nel vivere quotidiano. O come in LIBERA MENTE, dove l’essere coscienti fa intravedere che una mente libera è la vera custode dell’anima, quasi una sacerdotessa che la debba difendere da tutto ciò che è estraneo alla ragione libera, ma subito dopo ecco la visione agghiacciante: tale scelta, tale cammino sarà sempre verso una sola direzione perché quella stessa sacerdotessa siede all’ingresso dell’inferno, un inferno che ha il sapore della solitudine, della diversità non accettata e non compresa. Ma Emanuela non vive solo di immagini bibliche, e in FOTOGRAFIE, lei riesce a vedere da fuori ciò che oggi è considerato ovvio, dove chi usa e abusa l’atto del fotografare, non entrando nel vero significato di tali fotografie, le snatura perché vedere da fuori ciò che si crede riproduzione di bellezza e, subito dopo, la scoperta in cui si è convinti di aver rubato al tempo attimi di eternità, è una scoperta amara…fotografie che non vivono, ma danno soltanto il ricordo della vita. E poi si arriva a leggere, ma che dico a leggere, a vedere con I NUOVI POVERI, una realtà che tutti abbiamo sotto gli occhi; in questi versi le parole dipingono più che la povertà, l’indifferenza di chi vive accanto a loro, questi nuovi poveri, e, vivendo, li ignora…e questo uccide più di un proiettile, più della fame o della miseria stessa…e poi a seguire, un sole, anche lui indifferente, che li rende colpevoli della loro stessa povertà, non concedendo loro il suo calore, dividendo ancora di più la durezza del passare oltre, di tanti, troppi esseri umani. E quando ormai ti aspetti altre raffiche gelate di un vento freddo, come un’oasi nel deserto, appare IL TUO VISO DI ROSA. A MIA FIGLIA, una delle più belle e vere dichiarazione d’amore lette, dove le parole non sembrano legate fra di loro, proprio perché l’amore non ha sintassi e grammatica, ma soltanto suoni che profumano di vita. Non appare allora così lontana la poesia PENSO, proprio perché la mancanza d’amore crea l’orrore, un orrore che da decenni viene ricordato, che è ampiamente descritto in tutte le sue cromie…ma qui acquista una realtà nuova: esso è un pensiero che lentamente porta verso l’unica risposta possibile, ossia, che soltanto il non aver stretto a sé un bimbo accovacciato può aver creato ciò, quasi che i carnefici fossero loro stessi vittime del loro odio per non aver conosciuto amore…ed è questa la loro grande punizione. Di nuovo si sale, ma lo si fa con il guizzo della fiamma, quella che ci sembra quasi di sentir crepitare in BRUCIATE I LIBRI e di nuovo la visione dell’inferno più profondo, ma in questo caso nessuna solitudine salvifica, ma voci rimbombanti che incitano al rogo e la stessa autrice sembra unirsi a loro e quel verbo “ bruciare” percorre tutta la lirica sempre in un crescendo ossessivo… ma ciò che chiude i versi incalzanti è l’epifania di una nuova creatura che si farà carne dalle ceneri della carta arsa, un ‘armageddon’ quanto mai atteso dall’autrice e anche da molti di noi. Solo a questo punto della silloge, l’autrice si svela e chiarisce al lettore con SONO COMPLICATA, non un essere, ma una condizione, non un affermazione, ma una dichiarazione di guerra, contro chiunque pensi che sia utile apparire e non essere. La silloge si sta per concludere, ma Emanuela non tradisce se stessa e in QUANTE VOCI INTORNO professa ancora il distacco da ciò che appare e che non è, voci, suoni… essi non rappresentano la vita, ma, al contrario, la confondono. Così, come con attenzione si è rivolta all’Olocausto, con altrettanto rispetto si rivolge a chi ha dovuto subire la follia della terra e in E DORME trasfigura la morte come fosse una fanciulla che dorme e si gira indifferente sul fianco, dopo aver assassinato i figli di una terra che li aveva partoriti e cresciuti, genti che a lei e di lei si fidavano…nulla fece per salvarli quella terra genitrice e ora risposano nel suo stesso ventre…c’è molto di un retrogusto leopardiano sulla natura matrigna, ma c’è anche tanto dolore per chi non vivrà altri giorni e altre speranze e questo fa la differenza: non una visione personale, ma una visione universale. Ma quella che mi ha colpito più di altre è stata TRASPARENTE, un vocabolo che sembra voler regalare aria pulita, che conclude questo iter per delle vie non sempre facili da percorrere e lo fa con un chiarimento: non è la natura a essere indifferente, ma chi non sa vedere la purezza e la trasparenza di un lago, di uno specchio, di un’anima che vuole solo essere vista da occhi nuovi e non essere più trasparente. La sua poetica appare come una prosa armonica anche quando sferza gli ipocriti, anche quando proclama il suo impegno in difesa di valori universali…qualcuno la potrebbe definire una poesia civile, una prosa poetica rivestita di panni rivoluzionari, qualcuno ci potrebbe vedere un epigono del Giusti e del suo SANT’AMBROGIO, perché anche Emanuela non smuove le coscienze per una rivoluzione di massa, ma chiarisce, sottolinea, delinea…usa metafore e intrecci di visioni cercando solo di condividere, con chi voglia farlo, lo stesso sogno e la stessa speranza. Cosa mi rimane di questa silloge? Un colore in più da aggiungere alla persona di Emanuela Arlotta, un colore che non ha le cromie squillanti di un giallo solare, né di un rosso passionale…ha il colore della speranza, un pastello delicato che sfocia in riflessi argentei, ma soltanto se lo poni nella giusta luce e a lei, Emanuela, ai suoi versi, dedico lo stralcio di questi versi di una poesia in musica di Francesco Guccini, CANZONE DELLE SITUAZIONI DIFFERENTI, che ho improvvisamente ricordato grazie alla lettura della sua silloge
“…Malinconie discrete che non sanno star segrete, le piccole modeste storie mie, che non si son mai messe addosso il nome di poesie, amiche mie di sempre, voi sapete! Ebbrezze conosciute già forse troppe volte: di giorno bevo l’acqua e faccio il saggio. Per questo solo a notte ho quattro soldi di messaggio da urlare in faccia a chi non lo raccoglie…” perché la poesia ha sempre lo stesso profumo e corre di mano in mano in una staffetta che non potrà mai concludersi.

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