L’antro della sibilla a cura di Patrizia Palese

 

Nel parlare quotidiano il termine SIBILLA, evoca immagini di esseri misteriosi, un po’ inquietanti e senza dubbio in bilico fra la superstizione e l’imbroglio e per alcuni addirittura leggende prive di ogni fondamento.

Non è così e il fatto che a Cuma, vicino Napoli, si può tutt’ora visitare un luogo che ci è stato tramandato come, appunto, l’antro della Sibilla, infrange parecchi scetticismi e diffidenze, ma andiamo con ordine.

Cuma fu fondata tra il 750 e il 730 a. C. e fu la prima colonia greca voluta dagli abitanti dell’isola di Eubea. L’ambiente del territorio evocava di suo atmosfere misteriose: vi erano abbondanti eruzioni sulfuree proprie dei Campi Flegrei e non mancavano lenti movimenti  tellurici; in più si trovavano molte fonti termali…insomma, sembrava di essere a un passo dalla porta degli Inferi.

Gli antichi difatti, vista anche la presenza sul posto del lago Averno, pensarono che questo fosse proprio l’ingresso al mondo degli Inferi.

Prima colonia greca poi città romana, per chi la visita può ancora avere il piacere di trovare i resti dei templi di Giove e Apollo, il foro, la via Sacra ed è proprio percorrendo la via Sacra che risale il colle dell’acropoli che si vedrà aprirsi sul versante meridionale, il famoso antro della Sibilla Cumana.

Insieme alla Pizia di Delfi, rappresenta uno degli oracoli più noti e famosi dell’antichità.

Chi la visita si troverà a percorrere una galleria lunga circa 130 metri, scavata nella collina di tufo e che riceve la luce da sei aperture rivolte verso il mare.

E anche questo, ovvero una luce indiretta che forma una suggestione di alternanze di ombre e di luce, ha il suo effetto nei visitatori, figuriamoci poi in quelli di molti secoli indietro rispetto a noi.

Ai lati del corridoio si possono trovare delle vasche; esse servivano alla Sibilla per le abluzioni di purificazione prima che pronunciasse i suoi vaticini, i quali avvenivano sempre nell’ambiente sotterraneo a pianta rettangolare.

Spiegare che cosa volesse dire il termine SIBILLA non è così semplice; di certo si sa che le Sibille erano profetesse che non appartenevano al culto di divinità particolari e non agivano in templi.

Il loro vaticini non erano risposte a domande, ma rivelavano il futuro in preda a visioni.

Dagli storici antichi, sappiamo che esistevano nove libri di profezie offerti per una somma enorme al re di Roma, Tarquinio il Superbo che però li rifiutò.

A causa di questo rifiuto, la Sibilla avrebbe iniziato a bruciarli a gruppi di tre fino a convincere il re ad acquistare i rimanenti, per il timore che gli avvenimenti futuri non potessero più essere conosciuti.

Inoltre in essi vi erano anche formule magiche atte a proteggere in caso di calamità e facendo intervenire direttamente le divinità.

Questi libri furono custoditi nel Tempio Capitolino fino all’83 a.C. quando un incendio li distrusse.

Ma come potevano avvenire le visioni della Sibilla di Cuma e della Pizia di Delfi?

Si sa che entrambe, prima di vaticinare, masticavano erbe probabilmente di alloro, sedendo in terra per aspirare fumi sulfurei; non le si potevano rivolgere domande e il loro parlare era libero e senza schemi, per cui lo si doveva interpretare.

Ma la Sibilla non dava responsi solo verbali e scriveva a volte le sue previsioni su foglie che disperdeva al vento e che il postulante doveva raccogliere e ordinare; questo ci viene trasmesso dal poeta Virgilio e non lo si può certo mettere in dubbio.

Dante ricorda la Sibilla Cumana, nel XXXIII canto del Paradiso con una immagine  gentile “Così al vento nelle foglie lievi/si perdea la sentenza di Sibilla”.

Ben diversamente Giuseppe Parini nel IL MATTINO, la ricorda: il suo aspetto era ripugnante e aveva atteggiamenti da invasata.

La tradizione che vuole donne come profetesse, non si ferma alla Sibilla Cumana e alla Pizia di Delfi, ma vale ricordare Cassandra di Troia, amata da Apollo, il quale le concesse il dono di vedere il futuro, ma dato che la ragazza non concedeva al Dio i suoi favori, Apollo fece in modo che tutte le profezie da lei formulate non venissero credute, dimostrando così il suo pessimo carattere.

Se oltre al mito vogliamo accedere a  una spiegazione antropologica, possiamo dire che la Sibilla è il simbolo di una elevazione dell’essere umano a una condizione soprannaturale che gli permette di comunicare con il divino, diffondendo messaggi che altro non sono che l’emanazione di una saggezza divina e depositaria di ben più antico sapere.

E sfatiamo anche un’altra diceria.

Le famose SIBILLE, mazzo di carte che viene ancora oggi usato a scopo divinatorio, non hanno nessun legame con i responsi della Sibilla Cumana, essendo loro derivate dalle CONVERSATION CARDS, carte di conversazione settecentesche, dove si leggevano frasi divinatorie affiancate al disegno di allegorie (la Carità, la Religione, la Rovina ecc.) e furono create da William Robinson di Liverpool.

Da questo primo mazzo di 54 carte derivano poi le Sibille francesi nel secolo successivo, che avevano lo scopo di predire il futuro estraendo una carta alla volta come se fosse un racconto.

Stesso metodo anche per i LIBRI DELLA SORTE; in essi vi erano vaticini e dopo aver espresso la domanda, si apriva a caso per avere una risposta.

La conclusione è che anche oggi, come ieri, si cerca sapere cosa il futuro ci può riservare…sono cambiati solo i mezzi e, decisamente, c’è meno atmosfera magica.

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