Interviste impossibili – Virginia Wolf – a cura di Patrizia Palese

Questa volta sono ancora sottosopra. Il mio borbottio (n.d.d. leggasi interviste precedenti), ha avuto dei risultati. Sono stata convocata addirittura nella Casa Madre e ricevuta dal Capo in persona…oddio, dico Capo, ma che sia un uomo o una donna non potrei giurarci: ogni volta sembra che si debba entrare nel Sancta Santorum di chissà quale Società Segreta perché, secondo loro, questo progetto deve essere difeso senza sottovalutare nulla…che poi…difeso da chi? E perché? Comunque una volta entrata nella stanza, con una luce crepuscolare che non faceva distinguere una sedia da un cane, finalmente ho potuto esprimere le mie proposte e, incredibile a dire, mi hanno dato ragione! Per cui, da adesso in poi, non saranno più loro a dirmi chi debbo intervistare, ma sarò io a proporre una terna di nomi, motivandone il perché, da cui verrà estratto il “vincitore”, che questa volta è una vincitrice e di che spessore: VIRGINIA WOOLF!

Come motivazione, avevo sottolineato il fatto che per me, ma anche per i miei colleghi, la maggior parte delle interviste erano verso grandi personaggi maschili e questo non dovrebbe essere, visto la grossa percentuale di lettrici del nostro lavoro; insomma, ho fatto un discorso di marketing, ma in realtà volevo scrivere “Come si fa a non desiderare di incontrarla dopo aver letto il suo UNA STANZA TUTTA PER SE’, dopo aver memorizzato una delle tante frasi di quella storia come CHI MAI POTRA’ MISURARE IL FERVORE E LA VIOLENZA DEL CUORE DI UN POETA QUANDO RIMANE PRESO E INTRAPPOLATO IN UN CORPO DI DONNA?  Ed era solo il 1929.

Questa volta si va a Londra tramite nave. Diciamo che anche questo è un bel regalo, visto la mia diffidenza per gli aerei e poi non è una vera e propria nave, diciamo un panfilo grande o una nave piccola. Comunque è stato un viaggio tranquillo, salvo il fatto che come si vedeva in lontananza un’altra imbarcazione ci si allontanava immediatamente.

Quando si arriva a Londra è notte fonda e l’oscurità non è data solo dall’ora. Vengo informata che siamo “piombati” nell’anno 1940 e la cappa umida che mi avvolge appena sono sul molo, mi fa capire che siamo in estate; il clima londinese non cambia, evidentemente, anche a distanza di decenni. E allora capisco anche il perché di questo buio innaturale: la Gran Bretagna è in guerra e qualsiasi fonte di luce può essere un segnale per il nemico. Non ho paura, forse perché non hanno paura nemmeno loro, i miei accompagnatori; strana gente questi inglesi; non possono sapere che la Germania sarà sconfitta, ma questo non toglie loro la convinzione che non ci si può e non ci si deve arrendere.

Si cammina per molto tempo, così almeno mi sembra, in silenzio o quasi; a volte uno dei tre che mi accompagnano mi dice qualcosa, forse per farmi stare tranquilla, ma rispondo con frasi brevi, a volte dei monosillabi, perché sono consapevole della pronuncia del mio inglese: uno scaricatore del porto di Liverpool potrebbe inorridire…nella fretta ho dimenticato la scatolina magica traduci-lingue. Quando ormai mi ero rassegnata a dover camminare per tutta la notte, uno di loro si volta verso di me per dirmi “We arrived” e potrei giurare che mi abbia regalato un sorriso, o almeno così credo.

Una porta si apre e si entra in una stanza dove diversi candelabri regalano una luce ovattata; gli occhi sembrano riprendere vita e vedo tutt’intorno delle tende scure, forse di velluto, comunque scure e in fondo una grande poltrona che racchiude una figura, che lentamente si volta verso di noi. Uno dei tre mi sussurra “ She is waiting for her” mi volto e scandendo bene le parole rispondo “My English is bad; is not there anyone who speaks Italian?”

        Il tuo inglese non è poi così pessimo…pensavamo peggio, comunque ci sono io. Adesso andiamo da lei…ultimamente è sempre più distante dal mondo, ma è un bene che abbia accettato di parlarti” e vedo accanto a me un uomo anziano, o forse solo molto preoccupato “Parla con lei tranquillamente, ma lentamente e se la vedrai silenziosa sappi attendere…” faccio un cenno con il capo e lo seguo. Lei, Virginia, quando siamo di fronte, ci fa cenno di sedere; non dice nulla, inclina il capo come se volesse vedermi meglio, poi si volge verso l’uomo che le dice soltanto “She comes from Italy, from Rome” la vedo irrigidirsi e sento che bisbiglia “Mussolini, Hitler’s friend…the maker of deat, of this war!” e si alza andandosene via.

Il mio uomo mi fa segno di non muovermi e dopo poco ritorna con lei; non so cosa potrebbe averle detto, ma adesso mi sorride. Cerco un cenno che mi permetta di iniziare, guardo prima lui e poi lei; non è semplice, ve lo assicuro, e riesco solo a dire “Ho letto i suoi libri, più volte, e ogni volta sembrava di leggerli per la prima volta…perché lei non è stata, cioè, non è soltanto una delle principali figure della letteratura del XX secolo, ma anche una donna impegnata a portare avanti la parità tra i due sessi e non solo. Il suo essere militante nel FABIANESIMO, fu una scelta coraggiosa…sono così emozionata che sto dicendo solo delle cose ovvie…mi scusi signora Woolf”

        L’uomo traduce ciò che ho detto con un tono smaccatamente emozionato…lei ascolta ma mi osserva e alla fine accenna a un sorriso. Poi con una lentezza a primo avviso innaturale, inizia a parlare e allora capisco quel suo parlare lentamente: vuole vedere ciò che le sue parole tradotte mi suscitano e lo vuole vedere in tempo reale.

        “Mi fa bene ascoltare quello che dice…non ha nulla di cui scusarsi. Allora penso sia inutile dirle quando e dove sono nata, giusto?” “Non solo per me, mi creda, ma per molti, anche se precisare è di norma quando si intervistano personaggi del suo calibro” “E allora diciamolo; Londra, 25 gennaio 1882…per quanto riguarda la fine di tutto, mi dispiace non poterle essere d’aiuto, anche se non credo che sarà molto lontana” guarda oltre le pesanti tende mentre abbasso gli occhi…no, non fu infatti molto lontana…il 28 marzo 1941, riempiendosi le tasche di sassi, si lasciò annegare nel fiume Ouse, vicino alla sua abitazione, presso Rodmell.

Nel suo libro UNA STANZA TUTTA PER SE’, si legge che <UNA DONNA DEVE AVERE DENARO, CIBO ADEGUATO E UNA STANZA TUTTA PER SE’ SE VUOLE SCRIVERE ROMANZI>. Potrebbe oggi confermare, a distanza di undici anni da quando fu pubblicato il libro, che è solo questo quello che una donna deve avere per poter scrivere?”  la domanda la faccio con la voce alta, come se volessi svegliarla da quella depressione che non la lascia mai e che, per quante persone le siano state accanto, nessuna di loro riuscì veramente a tirarla fuori. Sembra non aver sentito, poi, senza voltarsi, mi risponde “Non c’è nulla di più fragile delle proprie convinzioni… ma ho avuto un istante di grande pace. Forse questa è la felicità”.

        “Lei nacque in una famiglia numerosa e questo, secondo lei, ha rappresentato un vantaggio o una zavorra sul formarsi come donna e scrittrice?” “Si nasce non per propria volontà e, il più delle volte, per riempire delle solitudini. I miei genitori erano entrambi vedovi e con altri figli… pensarono, credo, che fosse giusto, ma la compagnia incessante è nociva quanto l’isolamento solitario. Non mi fu consentito di frequentare scuole pubbliche, perché così era costume. La mia istruzione mi fu data da mia madre e da tanti, veramente tanti libri di mio padre, che lessi con una voglia quasi impudica.”

        “Eppure da quella famiglia, anzi, dai ricordi delle vacanze con la sua famiglia in Cornovaglia, nacque il suo primo grande romanzo GITA AL FARO. Non vuole parlarmi di quei ricordi?” “Sono così lontani e sono così stridenti con ben altri ricordi… la morte di mia madre e avevo solo 13 anni e poi di mio padre e gli abusi sessuali che io e mia sorella Vanessa dovemmo subire da nostri fratellastri George e Gerald… oggi mi si chiede perché cado così facilmente nelle mie crisi depressive…non servì a molto scrivere MOMENTI DI ESSERE E ALTRI RACCONTI per esorcizzare il dolore…la vita è un sogno dal quale ci si sveglia morendo”.

        “Le cronache ci dicono che lei scrisse anche per il TIMES e frequentò molti intellettuali come Russel e in quel periodo conobbe anche suo marito, Leonard Woolf, ma non fece mistero, se mi permette, di intessere storie anche con donne come Violet Dickinson, con Vita Sackville-West e con Ethel Smyth che riuscirono a influenzare notevolmente la sua vita, oltre che le sue opere letterarie. Tutto questo era solo frutto di una ricerca di amore o no?” L’uomo accanto a me ha tradotto, ma con la voce appena percettibile e già mi pento di essere entrata in un privato così delicato, ma non concludo il mio pensiero, che arriva la risposta e il tono della voce è quasi asettico, come se si parlasse di un’altra persona “L’amore entra dovunque, per amore si nasce o si muore…era una ricerca d’amore? Forse, ma darle una risposta affermativa o negativa, muterà l’immagine che lei o altri hanno di me? Ognuno ha il proprio passato chiuso dentro di sé come le pagine di un libro imparato a memoria e di cui gli amici possono solo leggere il titolo” e termina avvicinandosi verso di me, quasi a sfidarmi.

Cerco di uscire fuori con dignità da questo momento e le chiedo di parlarmi della Casa Editrice HOGART PRESS che, oltre a suoi lavori, fece conoscere anche quelli di Italo Svevo, Freud, Eliot, Joyce. “Fu Leonard, mio marito, che la volle. Nel 1913, dopo aver scritto il mio primo libro, caddi in un profondo abisso di depressione tanto da tentare il suicidio…Leonard ha sempre fatto di tutto per farmi vivere, per farmi amare da me stessa…credo che senza di lui sarei morta da molto tempo…dovrei dirglielo più spesso quanto gli sono grata…credo che prima o poi gli scriverò una lettera…” io e l’uomo ci guardiamo…sì, Virginia gli scrisse una toccante lettera prima di suicidarsi, ma questo avverrà solo fra un anno.

Dal 1920 apparve a tutti come fosse chiaro che lei avesse adottato lo stile letterario chiamato FLUSSO DI COSCIENZA, ossia rappresentare nella scrittura  i pensieri così come compaiono nella mente, ancor prima di organizzarli in frasi logiche, così come fecero Svevo e Joyce. Perché scelse questo modo di raccontare e raccontarsi?” “Perché era più semplice; scrivevo solo come vivevo: monologando con me stessa, facendo emergere conflitti interiori, emozioni, sentimenti, passioni e sensazioni, senza filtrare attraverso la forma migliore di uno stile che non mi apparteneva più. Ma in quel periodo ero molto più interessata alla condizione della donna. La discriminazione era molto pesante, mentre ora abbiamo un problema in più: la guerra e tutto diventa banale, non trova?”

        “Io credo che quello che ora ci sembra senza soluzione, potrebbe diventare qualcosa che renderà di nuovo il mondo bello da vivere” forse è una mia impressione, ma sul volto di Virginia Woolf sembra nascere un sorriso e fa bene vederlo…ma dura pochi secondi “La bellezza del mondo è una lama a doppio taglio, uno di gioia, l’altro di angoscia e taglia in due il cuore. Adesso sto scrivendo TRA UN ATTO E L’ALTRO, ma credo che questa guerra e chissà quale altro evento, non mi permetteranno di scrivere ancora. Mi piace pensare che qualcosa di me, di buono, resterà a vivere e a far vivere, perché vede, leggere è un processo molto più lungo e complicato del vedere. Forse il modo più veloce per comprendere gli elementi che usa il narratore non è leggere, ma scrivere. Sperimentare in prima persona i pericoli e le difficoltà delle parole”.

        Un tocco dell’uomo accanto a me mi fa capire che si deve andare via. Lei, Virginia, è già lontana da noi, in compagnia dei suoi fantasmi. La saluto con un “Goodbay” che ottiene soltanto un cenno della mano. Mi allontano; i miei accompagnatori sono di nuovo accanto a me. Un ultimo saluto all’uomo che, inaspettatamente, mi abbraccia e poi di nuovo nella notte di un’estate inglese del 1940 e mi rendo conto che di lui non so nemmeno il nome. Stavolta si cammina più velocemente; in lontananza si sentono echi di sirene e lampi di fuochi o di bombe che cadono. Ecco, adesso ho paura, ma non per le bombe, per la guerra…per lei, Virginia, una donna come tante…ma che dico: una come lei ancora deve nascere e mi scopro a piangere di nascosto mentre la nave si allontana. Un ragazzo si avvicina; attende che io mi volti dopo aver tossito appena. Mi porge una busta e poi si allontana. Dentro un biglietto con frasi solo apparentemente formali: GENTILISSIMA SIGNORA, HO CREDUTO CHE LE AVREBBE FATTO PIACERE ALLEGARE LA LETTERA CHE VIRGINIA, MIA COGNATA, SCRISSE AL SUO LEONARD. OGGI HA FATTO MOLTO PER LEI, L’HA OBBLIGATA A PARLARE. ERA DA MOLTO TEMPO CHE QUESTO NON ACCADEVA. RICONOSCENTE PER QUELLO CHE HA FATTO ACCADERE, LE AUGURO BUON VIAGGIO DI RITORNO. CLIVE BELL.

Respiro forte…il marito di sua sorella Vanessa le era accanto…e nonostante tanto amore di molti, lei preferì morire.

Sarà difficile archiviare questo incontro, ma era nelle regole che sarebbe potuto accadere…perché la vita, nostra o altrui, è anche questo…e guardo una luna indifferente ai nostri fantasmi e a nostri démoni.

 

 

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