Polvere

“se io fossi polvere scenderei
nei tuoi silenzi e ti direi
soffia più forte mi rivedrai davanti a te”
Viole – Deasonika

 

 

Il vento porta l’odore salmastro della laguna di Venezia.
Strano, lo si sente solo pochissime volte. Forse è solo la mia immaginazione.
Folate di vento, a volte violente, fanno cadere quello che per un po’ aveva resistito in piedi.
Chiudo gli occhi.
Stanotte ti ho sentito vibrare.
Ho sentito: il tuo corpo, prima il contatto, poi il calore.
Le tue mani. Le ho sentite calde, sempre curiose. Mi accarezzavano con gentilezza.
I tuoi occhi guardavano lo specchio appena al di sopra delle mie spalle.
Ci guardavamo. Ti ho girata. Adesso sei tu davanti allo specchio. I nostri occhi non distolgono lo sguardo.
Sono fissi l’uno sull’altro.
Apro gli occhi.
Una folata di vento alza la polvere.
Mi accorgo all’improvvisono dell’impotenza con cui mi trovo a misurarmi.
Sbaglio sempre con te, sempre.
Che meravigliosa certezza!

Tra qualche ora comincia il limbo.
Il tuo nome se ne va in dissolvenza, lasciando un vuoto. Il rito della purificazione.
Non vedo più persone ormai, ma solo crani scarnificati.
Chiudo gli occhi. Voglio il tuo viso.
La mia mano lentamente ti percorre.
La fronte spaziosa. I capelli, muoio dal desiderio di infilarci le dita.
Gli occhi, le ciglia. Sfioro con le labbra le sopracciglia e poi gli occhi, poi le labbra, poi il mento.
La bocca, aprila leggermente. Le mie labbra si posano calde, gonfie di te.
Una leggera pressione e tu le apri ancora di più. Il tocco della tua lingua cos’ morbida ed arrendevole.
Non resisto. Entro di forza, giro intorno alla tua lingua.
La succhio, inghiotto la tua saliva poi lascio spazio a te che entri dentro di me.
Esco ti mordo le labbra e poi lo fai anche tu.
Il desiderio ha preso forma.
Ti sussurro…voglio prenderti, qui, ora, subito.
Da dove mi arriva questo tempo che si allunga quando tu non ci sei?
Divento insofferente.
Ho percorso le mie vene.
Chi ha scritto il tuo nome sulle pareti?
Il mio sangue scivola irrequieto.
E questa fottuta voglia continua, come un mantra di tamburi lontani, che suonano.
Pulso.
Solletico alle mani.
Irrequieta.
Mi abbandoni per poco tempo, mi abbandono.
Cosa c’è di più dolce dell’abbandono?
Cosa porta il tuo nome dentro di me, che non riesco a fuggire?
Ti accarezzo come un’aliena che per la prima volta scopre la bellezza.
Il calore del piacere si prende ogni via che ancora vergine aspettava.
La mia bocca gonfia di desiderio, cerca labbra morbide.
Percorro ogni parte del tuo corpo con le mie mani.
I tuoi seni, capezzoli che svettano a prendersi la loro parte di gioia.
E li sento tra le lebbra che si mostrano e io mi perdo chiudendo gli occhi ascoltando il tuo respiro.
Entra, entra dentro di me per fonderti in un unico corpo.
Un unico abbandono, che si perde tra aliti di gemiti interrotti, anestetizzati da un oblio infinito, persi dentro al nostro piacere come il fumatore con l’ oppio.
E volo senza criterio, senza timore dentro di te, dentro al tuo ventre.
E mi muovo assecondando i tuoi movimenti. Il tuo bacino che danza lento.
E cerco dentro alle tue pareti che colano piacere sulla mie dita.
Dita impazzite, che urlano, ti vogliono e si muovono, dentro e fuori, sfregano e scivolano.
Anche l’udito partecipa, anche gli occhi, anche il naso, tutto.
Parole sussurrate che narrano del mondo, dell’amore, del possesso.
Una vertigine che sale, che aumenta i movimenti, che graffia, che incita, che non smette, che vuole, che pretende.
Urla, gemi alle pareti stringendo i pugni, quasi voler prendere la potenza che senti di avere.
Tutto partecipa.
Degluttisco la tua voglia mentre ti scrivo, fuori il mondo gira.
Mi sembra sconosciuto. Dove sono.

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