Verso Roma e ritorno

Voglio tranquillizzare i lettori, raccomandare loro di leggere ciò che ho scritto e non dare un’interpretazione errata a questo mio racconto in cui descrivo ciò che vedo quando mi reco a Roma e torno a casa.


 


APPUNTI  D I VIAGGIO: VERSO ROMA E RITORNO

 


Salgo.

A metà mattina i pullman non sono pieni.

L’umanità è già al lavoro, almeno quella fetta fortunata che lo ha; il resto ciondola ancora in casa, o è uscito per rimediare i pasti in giro per supermercati.

Siamo in autunno e la stagione esibisce il suo fascino decadente dipingendo naturalmente la vegetazione che si sta preparando al letargo del lungo inverno, con colori difficili da riprodurre anche per il più abile dei pittori. Si va dalle sfumature di ruggine chiaro e intenso, al giallo paglierino, fino ad arrivare al bordeaux delle foglie di certe piante, che dà vita ad un caleidoscopio di tinte calde il quale interrompe il verde ormai stanco e spento di un’estate alle nostre spalle.

Il tempo è bello e la luce solare ravviva i colori.

Il paesaggio sfreccia oltre i vetri dei finestrini ai lati del veicolo, variando dal landscape campestre – magnifico – a quello urbano in cui si susseguono palazzine dai colori pastello secondo i nuovi canoni edilizi coi quali si tenta, con penosa ipocrisia, di dare all’Italia un aspetto “nordico” facendo assomigliare le nostre città a Stoccolma, o alle variopinte cittadine scandinave.

Sul pullman sembra riprodursi in altro modo la varietà cromatica razziale nei volti dei passeggeri.

Gli incarnati vanno dal bianco quasi abbagliante degli slavi, al latte macchiato dei mediorientali, al cioccolato fondente, con lampi blu dei Senegalesi. Occhi scuri e grandi, occhi scuri piccoli, a mandorla, occhi azzurri guardano il retro del sedile di fronte a loro. Alcuni di questi stranieri sono vestiti all’europea, altri indossano con fierezza i loro costumi, come gli indiani, con le loro donne eleganti nei loro sari di seta dalle tinte vive che contrastano con la carnagione scura, e gli uomini, con i loro turbanti i cui colori contraddistinguono le caste alle quali appartengono. A volte ci sono anche bambini che, va detto purtroppo, si dimostrano più educati e tranquilli dei nostri.

L’interno del mezzo di trasporto è percorso da un continuo brusio multilingue in cui si fondono i fonemi aspirati e duri degli idiomi di ceppo arabo e la cadenza ondivaga scivolante, come i blocchi di ghiaccio che si muovono sull’acqua degli oceani artici e antartici, del russo e delle lingue slave in genere. I viaggiatori dei vari Paesi parlano fra loro, oppure al cellulare, all’altro capo del globo. Alcuni sostengono conversazioni che durano per tutto il tragitto fino a Roma.Ma quanto pagano, se pagano? E cosa si dicono?

Stanno parlando bene di noi? Stanno parlando bene dell’Italia? Si trovano bene? Oppure si lamentano del lavoro che non si trova, o nello svolgere il quale, si sentono sfruttati?

Ma potrebbero anche semplicemente chiedere all’altro interlocutore notizie sui familiari che abitano dall’altra parte del mondo o, altrimenti, parlare dei fatti loro.

Non si sente l’italiano, che fine ha fatto?

Gli Italiani lavorano? Hanno tutti l’automobile? Proprio tutti?

L’autista del pullman rispetta le fermate per far salire altri passeggeri.

Fra essi ci sono dei bianchi, ma l’italiano ancora non si sente.

Di rado questi viaggiatori esotici ci rivolgono la parola, se non per chiedere l’ora, o qual è la fermata successiva, faticando a masticare questa nostra difficile lingua. Sarà per questo motivo che la tanto sbandierata integrazione stenta a decollare? O ce ne sono altri?

Di sicuro ce ne sono altri e li conosciamo anche bene, ma se ne parliamo finiamo sempre in una palude di polemiche che si trasforma presto in pericolose sabbie mobili da cui non se ne esce indenni.

Il viaggio prosegue e, dal pullman si scende alla metropolitana, fermata Laurentina.

Per ironia della sorte, l’altro capolinea della Linea B, che parte dalla Laurentina, è Rebibbia, ovvero, uno degli istituti carcerari più famosi di Roma, come a dire che se ti azzardi a compiere anche il più piccolo reato su un vagone del convoglio, esso stesso ti conduce dritto e veloce al luogo di penitenza.

Alla fermata Magliana, sale una famigliola di chiara provenienza oltre Adriatico.

Lei indossa una lunga gonna a fiori e lui ha la fisarmonica a tracolla.

Per un pugno di minuti, nella successione rapida delle note di una veloce danza del loro luogo di origine, sul vagone si respira l’aria fredda dei Balcani e un ragazzino dal grazioso visetto sporco in cui spiccano e brillano due occhi scuri e furbi, gira fra i passeggeri a chiedere l’elemosina, ma nessuno gliela dà.

Anzi!

I tre vengono allontanati dalla gente con gesti di fastidio neanche tanto discreti.

Non fanno più effetto.

Non fanno più pena.

Alla fermata successiva, la famigliola scende.

Salgono altri passeggeri colorati.

Chi usa i mezzi per spostarsi ha forse un’occasione in più di gustarsi, e toccare con mano la multi etnicità e la multiculturalità in cui, ormai, il nostro Paese è immerso.

Scendo a Termini, cuore pulsante e termometro che registra il calore della vita cittadina.

Il movimento umano è più intenso; la cromaticità, più vistosa.

Linea A: i vagoni sono pieni, ma non troppo, tuttavia, in essi è rappresentata la Terra in toto senza i paletti dell’immigrazione. La linea A tocca i punti strategici della capitale popolati dai milioni di turisti provenienti da ogni angolo del pianeta, che vengono a Roma per diporto, per diletto, per visitare le sue bellezze e fare shopping nei suoi negozi. E si sente parlare in inglese, francese, spagnolo e tedesco, lingue europee, più conosciute, più comprensibili, ma l’italiano continua a latitare. Dove sono? Mi trovo in Italia o dove? In questo caso, però, ho poco da stupirmi: Roma è cosmopolita, come Parigi o Londra.


 

 

 


RITORNO:

 

Alle sei e mezzo del pomeriggio, gran parte della normale attività lavorativa è cessata e chi l’ ha svòlta esce dal luogo in cui l’ ha esercitata per tornare a casa o sbrigare qualche acquisto. Il risultato è che i vagoni della metropolitana assomigliano vagamente ai treni che partivano per i campi di concentramento nazisti, con una differenza di espressione nei volti dei passeggeri: più serena, più soddisfatta. Anche per oggi, abbiamo fatto il nostro dovere, sembrano voler dire.

Sono di nuovo a Termini; esco dal vagone e vengo letteralmente imbottigliata nell’ ingorgo umano multirazziale che esce con me e si sposta lento cercando di guadagnare l’uscita per raggiungere la linea B o risalire in superficie per prendere un treno o un autobus.

Siamo tanti; centinaia, migliaia forse, che ci stringiamo gli uni agli altri volenti o nolenti, compiendo un passo alla volta per non pestarci i piedi, e ci conquistiamo dieci centimetri quadrati sulle scale mobili. All’ultimo gradino in alto mi volto un attimo verso il basso: è un mare di teste in gradazione dal bianco al nero; dal biondo albino al nero corvino. E’ un mare variopinto di corpi che la stagione incerta ha vestito in tutte le maniere e in tutte le pesantezze: dalle canottiere e calzoncini ai piumini e sciarpe.

Stesso spettacolo sulla linea B.

Sono di nuovo alla Laurentina.

Devo aspettare una mezz’ora circa il pullman che mi riporta a Lavinio.

Il lungo e stretto marciapiede di attesa è invisibile sotto un tappeto di scarpe sopra le quali i proprietari ingannano il tempo chiacchierando in tutte le lingue del mondo tranne l’italiano. Il pullman arriva cinque minuti prima della partenza, si riempie, i posti a sedere vengono tutti occupati, ma io riesco ugualmente a sedermi. Una signora bionda mi chiede se il sedile vicino al mio è libero. Le dico di si e lei si siede. Il pullman parte. Dopo qualche minuto il cellulare della signora trilla e lei risponde. Non conosco bene la lingua che parla, ma da poche parole che ormai però mi sono entrate nelle orecchie, riconosco il russo. La telefonata è lunga e io guardo fuori dal finestrino la città che sto lasciando, avvolta nel buio della sera, rischiarata dalle luci dei lampioni. 

C’è traffico e si procede lentamente. Il pullman è nuovamente riempito dal brusio delle conversazioni in tutti gli idiomi possibili e immaginabili. I passeggeri si scambiano il resoconto della giornata. Sarà andata bene? Avranno potuto tutti portare a casa da mangiare anche per le loro famiglie? Scusate; forse sto esagerando. Alcuni di essi sono benvestiti, hanno occhiali dalla montatura firmata, sulle gambe tengono strette le loro borse di pelle e maneggiano I-Phone 4 o tablets.

Prima fermata importante: Pomezia, dove molti scendono e altri salgono in un continuo scambio di volti chiari e scuri.

A Tor Vajanica il pullman quasi si svuota e non si riempie più, almeno non molto.

A Lavinio arriviamo in pochi: io, due signore russe e due indiani.

 

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