Nel cono d’ombra della luna – di Antonio Pellegrino

NEL CONO D’OMBRA DELLA LUNA

Era l’aprile del 1975, una splendida luna era comparsa, quasi evento inatteso, nella Valmalenco dietro i profili trasparenti del Bernina, facendo improvvisamente tacere le pallide luci di Primolo, che, seminate lungo la montagna, occhieggiavano timide nell’incipiente notte. La giornata era stata, a tratti, insolitamente calda, ma era calata, finalmente, una improvvisa frescura.

Mi sedeva di fronte, sfingea, i lineamenti ritagliati ad arte, un sottilissimo filo di matita a descrivere l’ermetico profilo degli occhi, tendenzialmente miopi, che, protetti da occhiali ovali di celluloide, apparivano evasivi e tristi, a tratti misteriosi, mescolati all’opaca luce dell’astro fulgente, che le rifletteva alle spalle. Le labbra, del colore naturale, moderatamente sottili, perfette, si muovevano ritmicamente nella sincronia millimetrica dei suoi discorsi, taceva a tratti, ascoltava in maniera notarile gli altri, li misurava, pesandone le parole, i concetti, confrontando, poi, il tutto con una carnale idea della politica e della dialettica della liberazione da un potere opprimente, tinto di democrazia e di libertà. Era palesemente infastidita da una visione della vita economicistica, evolutiva solo dal punto di vista del benessere materiale e considerava la politica come strumento sublime dell’educazione dell’anima. La prima volta che la vidi, mi disse:

«Io ho bisogno di concetti». Capii e non capii al momento, furono i successivi incontri a svelarmi la sua vera natura, che coincideva pienamente con la sua essenza, un miracolo vivente di un oggi del mondo in cui tutti sono cloni e l’autenticità non esiste. L’avevo conosciuta, quasi occasionalmente o come evento predestinato, ad un convegno sindacale, tenutosi al circolo Rosselli di Sondrio, mi aveva colpito all’istante il suo parlare sottile, la sua finissima dialettica, specie in materia di politica, disciplina nella quale emergeva per luce spontanea. Aveva una laurea in Scienze Politiche ed una in Sociologia come ebbi modo di appurare a termine di quello stesso incontro. Dopo alcuni altri contatti, quasi sempre casuali, a segno che ci eravamo reciprocamente colti, pensò di eleggermi a suo amico-consulente, essendo reduce da una vita complessa e da alcune esperienze sentimentali laceranti, che ne avevano evidenziato una visione della sessualità capovolta o quasi.

Lei era autentica, concetto puro di sé, bisognosa di concetti, di persone parlanti concetti. Sola, nel suo desertico destino, appassionatamente innamorata delle sue teorie relative alla necessità di una rivoluzione politica di dimensioni globali, mostrava di patire sulla propria pelle l’impossibilità  di potere parlare con persone normali, amare persone normali, essere amata in modo normale, amare nel modo normale dell’amare. Emanava da se stessa fluidi irresistibili, liberi da convenzioni, carichi di assoluta diversità, bisognosi di confrontarsi con situazioni forti, a rischio, anche rispetto alle norme sia morali che giuridiche. Era, dunque, anormale? Me lo chiedeva spesso, credendo che le potessi essere di guida a trovare una, sia pure piccola, parte di normalità dentro di lei, per potere amare ed essere amata in modo normale. Si sentiva sola in un mondo che ne subiva, il fascino ambiguo, ne interpretava la posatura dai toni imperativi, decisi, maschili, ma che non riusciva a coglierne la reale essenza, ne distorceva le nodalità psicologiche basilari. Presentava se stessa in una veste androgina, nella sintomatologia di una schizofrenia lacerante che evidenziava una situazione psicologica di dissidio permanente tra il desiderio della ricerca dell’accudimento dei desideri personali comuni in una ragazza di ventiquattro anni, e il bisogno impellente di amori estremi, compreso quello patologicamente passionale direi, per K. Marx, suo idolo per assoluto, incarnato dentro di lei in maniera irrimediabile. Anche nella più recondita goccia del suo sangue scorreva la linfa ossessiva della rivolta, della lotta di classe, dello studio e della ricerca puntigliosi di tutto quanto potesse avere segno della diversità in un sistema sociale che, a suo dire, aveva già plagiato tutto. E lei era la diversità per assoluto, nella sua vissuta a-normalità riusciva a rivoltare completamente il concetto di amore, orientando o disattivando ora quello verso l’uomo, ora quello verso la donna, altre volte quello verso la politica secondo le esigenze e le occasioni.  Ma, per quanto mi riguarda, era quella “a”,   non  privativa,   che  le  aggiungeva  quel  tono di  unicità assoluta,  di sublime originalità, di vitrea trasparenza.  L’amavo di un amore capace di trascendere ogni concezione umana dell’amore, l’amavo per quello che era, per come era, per come parlava, per come si muoveva, per come ti guardava, per come brillavano i suoi occhi ed il suo sorriso ineguagliabili. L’amavo quando piangeva  e quando i suoi occhi di un azzurro densissimo – che facevano da contrasto con la pelle tendenzialmente olivastra – si velavano di lacrime di rabbia per un torto o una sconfitta subiti, nel qual caso ti faceva scivolare nelle mani la carne stessa del suo dolore, il suo cuore sanguinante, vivo e palpitante, unico, raro, veramente raro. Altre volte, dall’interno di un discorso, interrompeva per chiedermi:

«Cosa si vede di me? Tu cosa vedi?». In sé non era difficile la risposta quanto trovare le parole adatte per rispondere alle due cose:

«Credo che gli altri vedano evidente la tua voglia di amare e di essere amata e traducano il tutto nel modo a loro stessi più congeniale, ognuno nel modo suo, senza tanti distinguo, senza finezze e inutili accortezze. Carlo ti ama, Isa ti ama, altri ti amano, anch’io, nel modo mio, ti amo, tutti ti amano. Ognuno può vedere in te un modo dell’amore, un modo dell’amare, un modo dell’essere amati. Insomma i tuoi umori sono trasparenti, emergono all’esterno, poiché la membrana che divide il tuo io razionale da quello irrazionale, o se vogliamo emozionale, è sottilissima, quasi coincidono, dal che si deduce che potresti essere interpretata secondo diversi angoli e sfaccettature, della cui mutevolezza a te manca la percezione dell’apparizione esterna di te stessa. Io vedo di te e in te il radicalesimo più assoluto, vedo un essere libero, liberato dagli schemi delle comuni convenzioni, ma vedo anche un essere trasparente, quindi fragilissimo, smarrito, esposto a un mondo di pensieri che raramente coincide con il tuo. Vedo in te la purezza delle origini, di tutto quanto era ancestrale  un tempo, atavico, schiacciato, macinato dai nuovi eventi. L’amore oggi è azione meccanica, programmata, non è più l’amore. L’uomo non sa più che cosa significhi amare veramente, cogliere al volo, con la dovuta velocità, l’istante dell’amore reale nella più assoluta indistinzione, fuori di ogni schema classificante, per provare l’amore autentico, quello che inebria in un unico involucro il corpo e lo spirito, l’amore magico, assoluto. E… si potrebbe amare chiunque se si amassero i sentimenti, che non possono essere preselezionati o sezionati quasi fossero oggetti, essi vengono istintivamente, perché non hanno la mente della ragione, ma quella di una vis nascosta, indefinibile e, solo per modo comune di intendere, assimilabile al cuore. Si avvertono nella pancia». 

A dividerci c’era il tavolino di un ristorante, ricavato in una vecchia baita posta a metà strada del poggio su cui sorgeva Primolo, sotto di noi, nella valle, si vedevano adagiati Chiesa, Lanzada e Caspoggio. Lei mi era di fronte, mi osservava, stringendo gli occhi, penetrava fittamente nel mio sguardo, che, a tratti, si ritraeva, preoccupato che gli altri due vedessero e interpretassero in maniera sbagliata. Le sue pupille mi focalizzavano, mi cercavano, mi sfioravano la pelle, mi accarezzavano. Come dimentica degli altri, navigava nei flutti della sua vulcanica mente, sfondava, poi, la mia anima inerme, inebetita, come una trivella mi penetrava il cuore indifeso di fronte a lei, sondava le mie reazioni, quasi le plasmava, mi seduceva, mentre, forse, mi confrontava con Carlo, provocandone, a sua volta, le reazioni. Rosalba ci studiava o, forse, ci utilizzava, si sentiva al centro dell’attenzione generale, ne godeva e, nello stesso tempo, ci sfuggiva, si sentiva, a sua volta, osservata ed indagata. Eravamo tutti lì per lei, era lei il nostro centro, era il centro dei nostri occhi e dei nostri pensieri, era amabile da tutti. Ciascuno di noi coltivava verso di lei uno scopo, mentre era spezzata fra noi, era sicuramente spezzata, perché era potenzialmente pronta ad amare, a sua volta, chiunque di noi: Carlo, il suo occasionale accompagnatore, che viveva nella improponibile illusione che potesse convincerla un giorno a diventare parte del suo cuore per esserne un marito attento e premuroso; Isa, un’amica di Belluno, che, palesemente innamorata di lei, agiva in modo da plagiarla di se stessa, di qualcuno, cioè,  che sapesse condividerne la reale essenza, che sapesse svelarne la profondità della maschera, che sapesse scinderla dal mondo degli uomini, per resuscitarla nel suo destino di donna fra donne, come usava dire spesso in maniera molto velenosa; io che semplicemente godevo del privilegio assoluto della visione del suo insieme, quasi fosse un’opera d’arte sublime, di marmo finissimo, scolpita da mano geniale, che ne aveva tracciato i tratti, utilizzando un pennello intinto nella magica tavolozza dei riflessi eterei della luce universale. Lei sapeva tutto questo? Lo intuiva, forse, mentre i suoi occhi, perplessi, di nuovo si smarrivano nello spazio profondo che le rigurgitava intorno. Intanto era divorata alle spalle dalla luna ed io, di fronte a lei, vedevo due lune, ma quella vera per me era lei, perché non era solo di roccia, palpitava nella carne e ne sentivo il contrasto, lo sentivo prepotentemente mentre i nostri occhi continuavano a cercarsi, a sfidarsi. Intanto dialogavamo fittamente, quasi con accanimento, le parole si toccavano, si incrociavano, viaggiavano veloci da un pensiero all’altro. I due che ci erano a fianco si avvertivano, a tratti, nella veste di anonimi spettatori. C’eravamo solo noi in una sera, splendida, diventata improvvisamente tersa, fresca fino a far provare brividi alla pelle, mentre cercavamo ricovero nel grembo sottile del cono d’ombra posto dalla luna fra noi. Sentivo rigurgitarmi dentro i pensieri e avvertivo i suoi quasi fossero nei miei, mentre ci crescevano intorno i primi palpiti della notte o, se si vuole, del mattino del nuovo giorno. Ma… ero solo l’amico, il consulente, il moderatore dei suoi umori. Intanto Isa, ignara di quanto stava accadendo, non aveva occhi che per lei,  per colei per cui era lì, semi-irrigidita dal freddo, per colei per cui aveva voluto invitare anche me, suo elemento di contrasto, colui che lei era venuta per mettere in ombra nel cuore già in frammenti di Rosalba, per scacciare definitivamente  l’immagine di me dagli occhi ignari di lei, per evitare che tra noi due la nascente intesa intellettuale si consolidasse in qualche cosa di diverso, che le consentisse di incrociare nella mia persona sentimenti, oserei dire, tridimensionali, fra cui una sola delle dimensioni poteva essere corrispondente a quella del mondo propriamente detto. Rosalba, figlia di ragazza madre e di padre ignoto, aveva dovuto subire l’umiliazione, nella prima e nella seconda infanzia, di non potere avere un cognome: solo in prossimità dell’adolescenza le potette essere attribuito quello della madre. Per non vivere il disagio della sua diversità anagrafica, imparò a sdoppiare il suo nome in Rosa Alba, allo scopo di produrre nei compagni di scuola l’impressione che anche lei avesse un cognome, come tutti gli altri.

Carlo – un trentenne, siciliano, di altezza media, tarchiato nel fisico, dall’aspetto di una quercia, grossolano negli atteggiamenti che mal si conciliavano con una gentilezza finta, forzata direi – intanto, si era calato nella parte di un personaggio siculo. Drammaturgicamente espropriato di sé, reagiva alle nostre sollecitazioni, ai nostri discorsi, a tutto il nostro fitto parlare con la voce, con i gesti e con le parole della maschera di cui indossava le vesti. Induceva al riso? Per quanto mi riguarda lo fingevo, non oso dire degli altri, intanto mi chiedevo:

«Ma chi è lui veramente? Cosa si cela dietro l’atteggiamento ironico, a mezzo tra il puerile e l’egocentrico? Quale volto, veramente suo, apparirebbe oltre la maschera se questa, come d’incanto, si dileguasse?». Ma… Carlo sembrava starci bene dentro quella finzione, era convinto di risultare simpatico, si muoveva libero, senza rischi, poteva dire qualunque cosa, tanto scherzava… Ora dominava lui la scena, con calcolata abilità aveva spostato il discorso sul vago, sul generico, sull’indistinto, mentre gli altri, ciascuno nel modo suo, stavano, per il momento, al  gioco, in realtà affilavano i coltelli. Tacevo e osservavo, attendevo gli eventi, intanto guardavo verso la luna, allontanavo il mio sguardo dal gruppo, focalizzavo il centro, il punto più intenso della luce e vi mettevo in mezzo Rosalba, univo le due lune e, a tratti, ritornavo sul volto denso di essenze della mia luna, di quella di carne e ne annusavo colori, odori, sensazioni, captavo le radiazioni e le emanazioni, le associavo a me stesso, mescolandole in un unico involucro. Nel frattempo, Carlo vaneggiava di tende da campeggio, di motociclette e di montagne, mescolando il tutto con le battute del personaggio che, bene o male, rappresentava sulla scena. Era venuto in Valtellina da Trapani in moto, diceva, e avrebbe ripetuto altre volte la fascinosa avventura. Isa lo fiutava con occhi di fuoco, detestava il suo superficiale conformismo,  indagava, nel contempo, le reazioni dell’altra temendo che corresse il rischio di lasciarsi ammaliare dalle elucubrazioni di lui, che vi si sciogliesse improvvisamente dentro l’anima, che gli svendesse la sua naturale diversità in cambio di un futuro improntato alla finzione di una sicurezza borghese: famiglia, casa, lavoro, figli. Diversi piani della realtà si confrontavano e si scontravano tra di loro, a momenti sembravano incrociarsi, ma di nuovo si separavano, mentre Rosalba appariva enigmatica quanto mai, guardinga, sorniona sotto alcuni aspetti: io ero lì come deus ex machina, per potere osservare e poi raccontare il tutto.

La pizza tardava, ma sorseggiavamo birra da grossi calici, dopo avere brindato a non so cosa. L’ambiente intorno a noi era fresco, sereno e accogliente, si respirava un sentore di tranquillità quasi assoluto. Sollecitato da alcuni spunti di Rosalba, che aveva il volto puntato verso le stelle, accennai al concetto di ordine naturale da cui l’intera legge dell’evoluzione è governata e che l’uomo, per trovare Dio, dovrebbe ritrovare l’ordine generale in cui esso si nasconde, dovrebbe ritrovare quell’ordine nell’uomo stesso smarritosi nelle culture volute dalle diverse civiltà della storia, a partire dalle più lontane origini, magicamente occultatosi nelle logiche perverse e apparentemente diverse dello Stato politico, di quello teologico e, dulcis in fundo, di quello teocratico, il peggiore di tutti probabilmente. Rosalba ed io, ora,  eravamo nuovamente due in uno, eravamo sommati l’uno all’altra, estremamente simbiotici, ci ascoltavamo con reciproca attenzione. Carlo era impaziente, a tratti mascherava il nervosismo dietro una finta calma, si vedeva messo un po’ fuori dalla scena nella quale tentava, in ogni modo, di rientrare. Isa, scetticamente stava all’assurdo gioco delle parti, frammezzando il discorso di battute intese ad alimentare tensione, sospetto, paranoia nei singoli protagonisti. Rivolta a me, infatti, disse:

«Anche tu, Antonio, dovresti divertirti un po’ ogni tanto…». Alludeva, evidentemente ai discorsi troppo elevati che si stavano facendo, poco idonei ad un ambiente evasivo, quale una pizzeria. In realtà temeva i miei discorsi perché distoglievano Rosalba dall’attenzione verso di lei, verso quell’altare di carne che era il suo corpo di donna. Risposi con cinica tranquillità:

«Ma… io, in verità, mi diverto sempre, continuamente. Per me il pensare e il parlare sono giochi affascinanti a cui non so sottrarmi. Mi annoia il contrario…», alludendo, maliziosamente, a Carlo. Non so quanto fosse stato colto della mia obliqua affermazione, ma era stata sicuramente dura, infatti nessuno fece risposta né in un senso né in un altro. Si continuò, quindi, per un po’, a parlare dei miti come antenati veri di quelle che sono diventate le grandi religioni della terra, si parlò di conoscenza, di tradizione e di rivelazione, facendo gli opportuni distinguo, si parlò delle Confessioni di S. Agostino e della Summa Teologica di S. Tommaso D’Aquino cavalli di battaglia miei, ma non si trascurarono riferimenti a Hegel, a K. Marx, a quell’opera monumentale che è Il Capitale, al Manifesto del Partito Comunista, alla cronaca politica, ai temi della giustizia e della libertà, che erano le vere, grandi, uniche passioni di Rosalba. Il discorso, alla fine cadde sul racconto più in dettaglio dei quotidiani eventi e, quindi, andò a sbattere sulle Brigate Rosse, che rappresentavano il grande richiamo del momento. Riprese fiato Carlo, affermando:

«E, a proposito di Brigate Rosse,  bisognerebbe  bruciarli  vivi  tutti».  Aveva  toccato,  senza  neppure rendersene conto, nel vivo la sensibilità di Rosalba, che, senza mettere in mezzo altro tempo, tuonò:

«Per quanto mi concerne, bisognerebbe ardere vivo l’intero sistema politico, economico, sociale e culturale nel quale esse hanno trovato la loro alimentazione. Arderei vivo chiunque parlasse come hai parlato tu in questo momento. Sappi, caro, che il fenomeno ha origini lontane, motivazioni reali ed è molto più complesso di come in una banale battuta si potrebbe esemplificare. I quadri dirigenti potrebbero essere annidati nello stesso apparato dello Stato che tanto ti preoccupi di proteggere». Isa trasecolò sulla sedia, non credeva ai suoi orecchi, erano musica le affermazioni della donna che le era nel cuore, quindi, a rincarare la dose, aggiunse:

«Bisognerebbe bagnare nell’acido tutti gli uomini che parlano così, compreso te, Carlo, anzi bisognerebbe eliminare tutti gli uomini dalla faccia della terra per avere un mondo finalmente ripulito, fatto di sole donne, liberate, alla fine, da una schiavitù millenaria». Carlo, con calcolata prudenza, decise di richiudere le ali, di non rispondere alle sollecitazioni, il discorso si stava facendo troppo complicato per quello che erano i suoi gusti e le sue capacità dialettiche. Si parlava di alta politica, non era per lui… proprio non era per lui, lui non era in grado di volare nel cielo articolatissimo della politica.

Arrivarono le pizze, quattro pizze diverse, una per ciascuno, io la solita, classica Margherita, le altre, chi più chi meno, farcite di qualche cosa: verza, prosciutto, ingredienti vari. Furono le pizze ad allontanare di nuovo i discorsi dagli argomenti teologici, cosmologici, politici ed etici, la finzione scenica riprendeva quota, si rifaceva strada la tecnica del canovaccio, della commedia dell’arte, si scivolava sui mezzi significati. A dirigere il gioco Carlo e Isa, che riorientavano il tutto verso i motivi per cui si era giunti in quel luogo, in quel giorno, in quell’ora, in quella insolita compagnia di cui ero, comunque, parte: sfidare ancora e di nuovo l’anima di Rosalba già piena di aguzzi frammenti, che sembrava… stare al gioco, anche se appariva sempre più vigile, sempre meno affascinata dall’atteggiamento dozzinale e qualunquista del compagno, che pure era un docente di lettere e, a suo dire naturalista e ambientalista, che continuava ad attorcigliare nell’aria, sempre più tersa, battute più o meno banali. Isa, con atteggiamento volutamente seduttivo, fissava penetrantemente l’ amica e sperava sempre di più che si sciogliesse di umori per lei, che  si aprisse a prospettive decisamente radicali e antisistemiche in materia di famiglia, di affettività e di sessualità. Intanto Carlo si stava demolendo da solo e la sua assoluta superficialità gli impediva persino di rendersene conto: egli non veniva sconfitto da nessuno, si stava facendo veri e propri autogol. A un certo punto Rosalba, che mal sopportava l’arte della finzione dell’anfitrione-attore, rivolta a me disse:

 «Vedi, Antonio, quando c’è lui è impossibile rimanere dentro i propri pensieri, riesce a portartene  fuori, ti violenta letteralmente, ti inibisce completamente». Rivolta, poi, a Carlo:

«Basta, Carlo! Ravvediti, guardati intorno, qualche volta, annusa l’aria che tira, lo fanno anche i cani e i gatti, e… pensati come anima, come essere veramente libero, liberato da schemi e da convenzioni. Abbi pazienza, ma sentivo il bisogno di dirtelo e… in maniera forte». Come presa da raptus improvviso, il che era nella sua natura, rivolta a tutti aggiunse:

 «Amici, noi non siamo, in quanto persone, involucri umani, anche se lo siamo diventati il giorno in cui abbiamo consentito al sistema di espropriarci elegantemente delle nostre identità, quasi fosse un atto normale, un bisogno di civiltà o di moralità. Questo tipo di civiltà o di moralità di comodo io lo scaravento tranquillamente nel… cesso». Si interruppe per un attimino prima di pronunciare l’ultima parola, non andò oltre, quindi, evitò di affondare ulteriormente e definitivamente il coltello nella piaga. A questo punto, come riflettendo a voce alta, risposi:

« È vero, compito dell’uomo dovrebbe essere quello di ricordarsi di sé sempre, rispettarsi e difendersi comunque, dovunque e da chiunque, anche dalle leggi quando queste sono contro l’uomo. Ricordate il celeberrimo detto di don Lorenzo Milani? “L’obbedienza non è più una virtù». Ed ella aggiunse, quasi continuando il mio discorso:

«Infatti, la dimenticanza di sé è la più grave malattia dell’uomo. E, oggi, noi siamo dei dimentichi di noi, assenti a noi stessi. Il sistema e la cultura sociale, tanto per parlare in prima persona, pretendono che io viva nel modo di come non sono, che creda in quello in cui non credo, che ami chi non amo, che ami nel modo in cui io non so amare, eppure… so di sapere, in qualche modo, amare… e amo in quel modo… ci sto bene, non faccio male a nessuno se sento il bisogno di amare in maniera diversa». Gli argomenti salivano di qualità e di livello di difficoltà, si stava come l’acrobata in un circo sull’asse di equilibrio posta a notevole altezza dalla superficie terrestre. E mentre il tono si intensificava, rimanevo vigile, presente quanto mai a me stesso, a tratti interloquivo con acutezza istintiva, giocavo a filtrare, anche con singole parole, il paradosso della finzione, intanto osservavo Isa, la più prassista del gruppo, che pensava già che l’anima dell’amica fosse pronta per alchimizzarsi magicamente nella sua, visto il suo ultimo intervento molto orientato nella sua stessa direzione di pensiero, mentre diceva a se stessa:

«Non c’è dubbio alcuno, Rosalba è una diversa che comincia ad avvertire finalmente anche sulla dimensione della pelle la sua diversità. Non riuscirà mai ad amare un uomo, se pure lo facesse fingerebbe a sua volta, contraddicendo l’intera impalcatura del suo pensiero tutto orientato alla ricerca dell’assoluta verità». Carlo, intanto,  non trascurava di mostrare punte di malizia nei miei confronti con qualche espressione, tinta di ironia, non gli riusciva, malgrado il vantaggio della maschera, di mettermi fuori campo, di schiacciarmi nell’angolo verso le corde. Non riusciva neppure a intuire la complessità psichica della donna amata, non riusciva a sondarne il sofisticato mondo di pensieri,; non era in grado di individuare l’avversario personale in Isa invece che nella mia innocua persona.

La povera, carissima, Rosalba, anche a causa, forse, degli effetti di affetti ambiguamente incrociati su di lei, si allontanava lentamente dal gruppo, se ne staccava psicologicamente, si chiudeva ermeticamente dentro se stessa, brillando sempre di meno, mescolata al fumo delle sue stesse sigarette, mentre persino la luna, che appariva prima più sbiadita, riprendeva il sopravvento su di lei. Si spegneva a mano a mano che il convito procedeva verso la fine, verso l’altare di pietra su cui lei come agnello si sarebbe dovuta offrire in sacrificio a qualcuno, come se non ci potesse essere destino di libertà per lei. Mentre si allontanava dal piano della realtà esterna, si riconnetteva al suo mondo interiore fatto di cocenti passioni, di idee assolutamente sconvolgenti, se misurate sui ritmi normali dell’esistenza. Era la sua normale a-normalità che la spostava fuori dalle cose, non si poteva essere normali nel modo normale. Al ritorno, in macchina verso Montagna in Valtellina, dove mi si accompagnò, ella non fu più al mio fianco, come all’andata, quando mi era stata letteralmente attaccata all’orecchio in un simpaticissimo e innocente gioco di complicità che irritava palesemente i due che erano davanti: l’uno ci guardava sornione attraverso lo specchietto retrovisore, dalla sua dimensione cioè; l’altra,  rivolta a me, chiedeva:

«Cosa sta dicendo contro di me la mia ineguagliabile amica!!!».

 «Nulla». Fui costretto a rispondere. In atteggiamento, quasi concelebratorio, si era messa, al ritorno, al fianco di Isa. Si affidava a lei, dunque? A lei che le era, comunque, più affine sul piano della sua percezione dell’affettività? Eppure mi dicevo:

«Mi fa l’impressione a volte di non esserle indifferente. Chi sono, dunque, io per lei veramente?». E rispondendo a me stesso:

«Lei mi vede, probabilmente, incorporeo, mi vede come mente, come parola, mi ama per la mia concettualità: mente, parola e concetti non hanno sesso, sono pure essenze spirituali. In Carlo e in Isa, invece, vede emblematizzati i due mondi contrapposti del maschile e del femminile, entrambi presenti nella sua indole, vittima inconsapevole di una natura perversa, che le avrebbe causato un fitto dolore per sempre».

La luna si spandeva sempre di più nel cielo stellato e terso, mentre l’altra luna, la splendida e fragile Rosalba, si dibatteva nel dubbio tormentoso della scelta: un sincero amore femminile? La lacerante finzione nella simulazione di un amore maschile? Una devastante solitudine? Ci salutammo davanti al portone di casa mia e li vidi allontanarsi nel buio.

Alle ore 01.08 di quella stessa notte, mentre pensavo e ripensavo, con rassegnato dolore, al rito che si stava, forse, consumando nel profondo dell’anima della vittima, mi raggiunse una sua insolita telefonata:

«Eppure io me ne sto quasi andando.. ». L’affermazione era come forgiata a fuoco nella roccia, era dura e quanto mai laconica, farcita, forse, di nostalgica tristezza, come del condannato che sta consegnando la sua testa a un…  patibolo. Tentai una rapidissima interpretazione e risposi:

«Che significa “… eppure me ne sto quasi andando”? Ti capisco quasi sempre, ma ora stento». E per esserle di conforto aggiunsi:

«Per me quella luna che dominava nel cielo stasera eri tu. Anzi eri sicuramente più bella». La risposta che mi giunse fu:

«L’attrazione che ci unisce non è comprensibile sul piano delle logiche terrene, è come se i nostri spiriti si toccassero da distanze di spazio abissali, è come se le nostre anime solamente potessero incrociarsi per moto naturale, spontaneo. Gli altri credo che si siano accorti che ieri sera a quel tavolo c’eravamo solo noi due… ma nello spirito. Siamo divisi dai perfidi segmenti del corpo, ma… saremo uniti nella parola… per sempre. Siamo intellettualmente compatibili, ma biologicamente inconciliabili. È un dolore mio questo che mi accompagnerà per tutta la vita». Ed io, a mia volta:

«Noi due siamo esseri diversi, di un altro luogo, di un altro mondo di cui il nostro tempo è privo della sensibilità di capire. Ci basti sapere, reciprocamente, di “esserci”, il resto non deve avere alcun possibile peso nei nostri pensieri. Le nostre dimensioni mentali fanno parte dell’universo esistente e si mescolano all’eterna materia, volando alto oltre i corpi».

Quella luna fulgente di luce, quella notte stessa spiccò il volo nel firmamento della propria anima, liberandone la natura controversa in una scelta radicale coerente con il suo essere. E mentre si allontanava dalla logica convenzionale del mondo di tutti, del mondo dei clonati, del mondo degli uomini costruiti in serie,  si liberava di ogni possibile paura dei pregiudizi, si riappropriava della sua intera essenza fatta di corpo e di anima, essenza che era all’ origine di tutti i suoi drammi ma anche di un fascino e di una  originalità saputi portare. Non molti giorni prima, avvertendo il peso della sua solitudine, aveva avuto modo di dirmi, mentre sorseggiavamo un caffè al bar di Piazza Garibaldi di Sondrio: «Antonio sulla tua parola getterò le reti. Sulla forza del tuo cuore io poggio perché tu credi in me. La nostra speranza sarà trasformata in certezza ed insieme voleremo verso un mondo diverso portando con noi tutti quelli che ci sfiorano». Era questo il suo ineguagliabile grido di battaglia, era la trasparenza assoluta della sua anima limpida nei pensieri, coerente nei sentimenti, fulgida nell’azione. Era questo lei.

Stanno calando anche le ombre di questo giorno, mentre il sole si nasconde all’orizzonte e prepara le ore del riposo. Termina qui il mio racconto, scritto di getto, con nel cuore un dolore, la nostalgia della perdita di una fiammante cometa mescolatasi  all’infinitudine dell’universo stellare. Ma la ritroverò, prima o poi, fra i mille e mille punti di cui è dipinto il cielo e le darò un nome che sfiderà i tempi: Rosalba.

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