Natale a Saint Oye (Youcanprint) di Giuseppe Lascala

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Saint-Oyen. Piccola comunità nella Valle del Gran San Bernardo in Val d’Aosta, ma ricca di una grande tradizione. Basti pensare che da Saint-Oyen, il grande Stendhal fa passare il protagonista della Vie de Henri Brulard. A un certo punto tra le pagine di questo lavoro riesci a sentire odori, suoni, colori, e sembra quasi che si sia vissuto proprio lì da chissà quanto tempo. Che quasi ne senti la mancanza di tutta quella pace e tranquillità. Ma di tutta la storia e le tradizioni, e il folclore che questo luogo, questa regione può contenere, non si può non ritenere che in realtà ci troviamo dinanzi ad una rappresentazione narrativa che configura un luogo geograficamente dato come puro e semplice pretesto utilizzato dall’autore per immergerci in una storia che gli appartiene. O meglio a immergerci di soppiatto all’interno di diversi tracciati biografici dei personaggi descritti nell’opera. Come un pretesto si deve sentire, la scelta di parlare di una gita aziendale a Parigi, e delle innumerevoli suggestioni che ricordi e sensazioni animano l’autore, che altro non sono poi che la chiave di volta grazie alla quale la storia tra queste pagine si anima di vita propria e racconta diverse esistenze. E ancora pretesti sono le tre vicende di cui si occupa Giuseppe Lascala in questa sua ultima produzione, ovvero le tre esperienze dei tre protagonisti a cui sembra maggiormente legato egli stesso: la struggente solitudine di Ferruccio, le lezioni di dignità e vita di Ciccino da quando scopre le gioie del piacere fisico sino agli scherzi del destino e ai buoni sentimenti che nonostante tutto lo animano, le riflessioni di Fabienne fedele ai suoi sani principi nonostante la vita ha in serbo per lei un amaro calice. Già … pretesti… che nel loro configurarsi come  pura e semplice impalcatura scritturale, rivelano invece una densità emozionale non da poco. E che forse rimane un fattore da non trascurare assolutamente, anche se i contenuti valoriali esposti nero su bianco in queste pagine, sono così lontani dalla nostra quotidianità che sembrano provenire da altri mondi, altre latitudini. Già perché il messaggio cristiano si sente tutto: questi  – in fondo li si può chiamare così –  quadretti ci fanno conoscere da vicino un’umanità minuta che vive senza pretese eppure con impensabile generosità. Ci fanno apprezzare le loro ordinarie vicende di ogni giorno, di vite come tante, a volte fatte di lievi preghiere ma traboccanti di amore fraterno e speranza. Giuseppe Lascala in fondo parla al suo lettore d’amore, di morte, di tutto ciò che ci accompagna giorno dopo giorno sino alla fine. Ci parla e lo fa in maniera assolutamente non velata del recupero di certi momenti dello spirito: attraverso la bocca di ciascuno dei protagonisti, Lascala, ci parla fondamentalmente della difficoltà di oggi nel proporre un vero annuncio dei valori dell’evangelo che sono a servizio dell’umanizzazione dell’uomo, attraverso valori umani fondamentali che la testimonianza della fede deve a ogni costo proteggere e vivificare. E con questo obiettivo, ecco che l’autore riflette su quale direzione queste piccole gocce di scrittura potranno essere d’aiuto a ripensare la crisi della odierna società.  La lingua utilizzata dall’autore è principalmente l’italiano, incontaminato rispetto a qualsiasi tentativi di “metissage” dialettali. Sono molto frequenti i dialoghi e i monologhi ed è frequente anche l’uso del discorso indiretto libero. Lascala, riesce a trovare un suo equilibrui narrativo a metà strada dunque tra narratore onnisciente e narratore che regredisce fino a diventare un tutt’uno con i personaggi. In più di qualche momento all’interno del libro sembra che i i personaggi e le vicende si presentino da sé, e chi legge ha l’impressione di essere messo in “presa diretta” con la realtà di cui si parla.

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