Un Tiberio povero

“Un Tiberio povero ”

 

“Nutrire , nell’indigenza, un odio da tiranno, soffocare sotto una crudeltà

repressa, detestare se stessi, in mancanza di subalterni da massacrare, di un impero da terrorizzare- essere un Tiberio povero…”

 

“Sei ridicolo e ipocrita! Cosa ti trattiene? Fuggi da questo mondo di vane

speranze e felicità fantasma!

Scappa finché sei in tempo di decidere di vivere da solo quando ormai sei nato

solo e morirai in solitudine.

Smettila di fingere in mezzo alla gente con falsi sorrisi e belle frasi da

negoziatore! Ammetti che provi ribrezzo per la maggior parte delle persone che

frequenti.. Perché continui? Chi ti obbliga? Potresti lasciare tutto quando

vuoi! Magari scrivi anche un bel biglietto d’addio per mostrare quanto sei

cortese! Vattene e cerca un posto fuori da qualsiasi luogo; cerca l’isola che

non c’è e prova ad affogare nel mare che ti separa dalla realtà! Sei freddo

come un morto e i tuoi sentimenti sono solo idee! Tu non provi emozioni umane

ma sopravvivi di pensieri fuggiaschi e incerti come il tuo destino. Tu vorresti

essere una pianta per nutrirti, riprodurti e cagare! Una bella pianta

spensierata cullata dal vento primaverile.. Ecco vorrei essere.. Non vorresti essere un ammasso di ossa, carne e sangue con due neuroni bastardi che ti suggeriscono problemi! Vorresti essere sepolto in un giardino di fiori con la speranza di diventare anche tu uno di loro.. Tu sei uno di quelli che ascolta quei maledetti che parlano di spirito e non sanno sopportare il peso della carne?? Certo che non lo sei; tu sai bene cosa vuol dire portare a spasso una carcassa come tutte le altre, una carcassa che si distingue dalle altre per la durata del suo funzionamento.. Una carcassa che diverrà terra o cenere in un futuro vicinissimo e facilmente profetizzabile. Cerchi la verità perché sai che l’unica cosa certa è la morte.

 

Sei triste di una malinconia incurabile.. Non pensare, stolto masochista!

 

Non pensare alla caducità di tutto e di te stesso. Non pensare che la vita sia

solo un amplesso! Coito ergo sum! Non credere che il mondo sia solo un nido

brulicante di esseri insignificanti che possiedono un inutile razionalità.

 

Smettila di vomitare bei ricordi! Cancellali finché sei in tempo.. Hai paura forse? Sei solo un essere pauroso, inorridito dal tumore maligno che risiede in ogni uomo.

 

Gli uomini strisciano, si cibano di briciole di felicità e sperano per tutta

la loro vita di essere più importanti di qualsiasi altro verme che non

diventerà mai una farfalla! Il tempo è da tempo un patibolo. Con l’ottimismo

aggiungiamo solo una corona di fiori alle teste mozzate da una lama molto poco affilata. Il tempo non ti stronca di colpo ma ti sferza come una ghigliottina dalla lama di legno, che non ti recide di netto il collo ma te lo strappa a poco a poco dal tuo corpicino indifeso e rassegnato al dolore.

 

Vivi facendo il callo al dolore e non accontentandoti del piacere. Vivi

rassegnato al dolore?

 

Vivi consapevole di essere un ottimo sopportatore?

 

Vivi per assaporare qualche secondo di felicità o qualche minuto di serenità?

Sei un illuso e tale morirai. Morirai sperando di raggiungere un dio che non

esiste. Un dio che ormai si sarà anche stufato di esistere per un branco di

scemi che non sanno dove sbattere la testa! Che buffo che è l’uomo! Che

ridicolo animale! Scrivi solo perché vuoi essere sincero con te stesso e dire

chiaramente cosa ti frulla e ti bolle in pancia e nel cervello. Sei pietoso

quando esprimi così il tuo rancore per una vita che ti sfotte con in bocca

parole di morte e ti illude con piacere di carne!”

 

 

 

 

 

 

Lo scrittore è un fottuto sognatore e come tutti i sognatori non si accontenta

mai, né della realtà né della finzione. è’ sempre affamato di sensazioni, di

emozioni, di esperienze, di vita, di piacere, di dolore, di morte di qualsiasi momento che possa mitigare l’inesauribile prurito provocato dall’estenuante curiosità di conoscere la perfezione e l’imperfezione dell’animo umano. Chi scrive è un drogato. sniffa la polverina magica dell’esistenza e in preda al

delirio e all’estasi imbratta le pagine dei propri quaderni con le parole più

ricercate e deliziose cosicché il lettore possa dire un giorno “ tizio scrive veramente bene” eccetera eccetera. il vero scrittore dovrebbe odiare la propria vocazione, trattarla come una condanna, una maledizione. esprimere il proprio disprezzo per se stesso e il suo lavoro con cattiveria e sollevare la pelle delle pagine su cui scrive.

ormai la razza degli scrittori che non pubblicano per narcisismo si sta

estinguendo. solo dalla sofferenza nascono i testi migliori, dalla solitudine le parole più profonde, dall’emarginazione i discorsi più sinceri. non voglio leggere storielle sterili e impersonali di personaggi inventati che salvano il mondo, quelle le lascio ai catechisti. voglio leggere qualcosa in cui percepisco che lo scrittore voleva salvare solo se stesso e alla fine si persuade pure dal farlo. libri senza speranza, senza una fine, senza la presunzione di voler insegnare qualcosa o raccontare una storia che voglia sembrare interessante. come fai a scrivere qualcosa di interessante quando

manca la materia prima? non puoi! e devi esserne cosciente in partenza. odio

chi si prende troppo sul serio. tutti si prendono troppo sul serio. trovi solo

gente che crede di aver trovato il santo graal e va in giro a darne spettacolo

e a pavoneggiarsi. mi viene il voltastomaco solo a pensarci. Perché credersi qualcuno? perché ostentare sicurezza? e pensare che un tempo credevo che le domande come “chi siamo?”, “da dove veniamo?”, “dove andiamo?” fossero le uniche ad avere una certa importanza. ora anch’esse le ho svuotate di significato come si svuotano i sacchi dell’immondizia nei cassonetti. pensare a cosa scrivere è come grattarsi le croste di ferite non ancora rimarginate e non riuscire a farne a meno. chi scrive lo fa per non impazzire o per ammattirsi ancora di più. quando incominci ti accorgi che non ne puoi fare a meno. Crea dipendenza come le sigarette, ogni tanto hai bisogno di una dose di nicotina, e altre di grandi boccate di te stesso. ovviamente sul retro della penna bisognerebbe scrivere le controindicazioni. come il bugiardino

all’interno dei farmaci. uno scrittore con un briciolo di senno e di responsabilità non dovrebbe mai incentivare o incoraggiare il prossimo ad investire nella scrittura. è una forma di prigionia e chi è già in catene vuole solo un po’ di compagnia e qualcuno capace di compatirlo. un buon modo per rimanere giovani è morire giovani. Un buon metodo per farlo è bere, fumare e scrivere. bere ti distrugge il fegato, fumare di ostruisce le arterie e ti fotte i polmoni, scrivere ti fa credere che ne valga la pena. i miei scrittori preferiti sono quasi tutti degli ubriaconi, disadattati, drogati, persone che hanno capito che di lottare in questa vita

non ne vale la pena e si sono arresi senza combattere. uomini soli e incompresi che hanno vissuto ai bordi della società e che ne hanno raccontato con cinismo e lucidità tutto il suo squallore e marciume. personaggi come Charles Bukowski,Chuck Palahniuk, Henry Miller, Jack Kerouac, Emil Cioran, Charles Baudelaire e altri che ora non mi vengono in mente sono i primi della lista. dicono che per essere un vero creatore bisognerebbe essere morti. forse si nasce come scrittori solo quando si crede di essere morti. “l’automirogliamento è masturbazione ma l’autodistruzione….” penso che avere la capacità di ricrearsi dona il lusso di potersi autodistruggere. essere dinamico e non statico, questo è quello che mi salva. ho dei periodi della mia vita molto costruttivi e successivamente ho delle fasi di totale autodistruzione. Pars destruens e pars costruens: la mia esistenza oscilla fra questi due poli.

“siamo i figli di mezzo della storia, non abbiamo ne uno scopo ne un posto, non abbiamo la grande guerra ne la grande depressione. la nostra grande guerra è quella spirituale! la nostra grande depressione è la nostra vita. siamo cresciuti con la televisione che ci ha convinti che un giorno saremmo diventati miliardari, divi del cinema, rock star… ma non è così! e lentamente lo stiamo imparando e ne abbiamo veramente le palle piene.”

Tyler Durden aveva ragione. la sua personalità va oltre ogni limite e la sua follia pure. credo che questo personaggio rappresenti l’autocoscienza, di un uomo, di essere solamente la merda danzante dell’universo. l’unico modo per

sopravvivere in questo folle mondo è essere il più folle di tutti. per poter

comprendere alcune storie bisogna assolutamente averne vissuta almeno qualcuna. nella lettura la capacità di immedesimarsi nei panni dell’autore è fondamentale e spesso la difficoltà sta nel non riuscire a giungere in fondo a questo processo. quando si tratta di sofferenza, di depressione, di pazzia, di incasinamenti mentali e psicologici posso garantire che riesco a penetrare fino in fondo all’argomento con facilità perché mi appartiene, l’ho vissuto e mi ha marchiato indelebilmente. tanto per cominciare potrei dire che mi sento un

superstite. la mia vita è iniziata con un lutto. sono stato abbandonato in

ospedale appena nato e sono scampato sicuramente all’aborto. mia madre

biologica oltre al fabbricarmi ha avuto la bontà d’animo di darmi un futuro,

non a sue spese ovviamente. posso dire di essere nato solo come nascono tutti i

bambini però a differenza di altri sono anche stato lasciato solo nei primi

istanti della mia vita.

col senno di poi me ne fotto e credo che mi sia andata di lusso visto che la

mia famiglia è meravigliosa ma sono sicuro che sotto sotto qualcosa mi rode

dentro perché ho una qualche rabbia repressa che mi bolle nelle vene e che mi ha sempre dato del filo da torcere. ricordo che da piccolo al parco vicino a

casa mia alcuni ragazzi più grandi di me mi prendevano in giro per il colore

della mia pelle. ero un bambino molto timido e l’unica cosa che sapevo fare era stare zitto e restarci di merda. a ripensarci ora credo che se avessi avuto la forza gli avrei appesi per le palle al castello dove giocavamo e li avrei

lasciati crepare come bestie. sono un amante anonimo dell’ultra violenza. Nella mia mente spesso e volentieri mi diverto a commettere gli omicidi più atroci perché mi aiutano a scaricare la rabbia dovuta agli sgarbi della gente. Da piccolo mi toccavano molte altre scocciature del tipo rispondere alle solite domande a scuola, a catechismo, al campo di calcio,beh insomma ovunque andassi e avessero i miei documenti, “da dove vieni?”-”da quanto sei in Italia?”-”come mai sei stato adottato?”-”dove sono i tuoi veri genitori? non ti mancano?”.

ogni volta ci restavo secco e non mi sono mai abituato a rispondere senza

sentirmi a disagio, come se mi si vedessero le budella. scrivere di queste cose mi fa sentire uno strofinaccio perché mi sembra di dare troppa confidenza a queste pagine. ma alla fine sono qui per questo. quando vi viene un’idea, prima di poterla scrivere, bisogna torturala, violentarla fino a farle confessare tutto quello che volete sapere. spesso una buona idea dura il tempo di una sigaretta [vedevo la cenere cascare ai miei piedi come farfalle in caduta libera] e se non siete svelti ad incastrarla ed intrappolarla potreste perderla per sempre. non è una tragedia ma potreste pentirvene. non ho mai incontrato una persona che non avesse una maschera o che almeno non la deponesse poco dopo averla conosciuta. spesso la commedia dura per tutta la vita e permette di avere un continuo distacco dal mondo. è una forma di prevenzione, di protezione. vedo la gente che va in giro con un mega profilattico in testa neanche che la confidenza ti trasmettesse l’AIDS. facce di colori, forme e gusti diverse ma tutte vuote espressioni in lattice. mi rendo conto ogni giorno che passa che la società in cui vivo è sempre più omofobica. qualche volta penso che se dallo spazio arrivassero degli alieni e ci sterminassero tutti perché gli facciamo schifo ci starebbe bene. sono un nostalgico del big – bang,

sogno continuamente che tutto finisca in un’esplosione gigantesca, che tutto

scompaia e che rimanga solamente un punto al centro di tutto e intorno il

nulla.

è inevitabile incontrare la morte. prima o poi qualcuno intorno a te deve

morire. non si può evitare questo processo naturale così tanto scomodo. se

sentirsi giovani significa credersi immortali allora sono nato vecchio. ho

sempre avuto la sensazione di essere tremendamente caduco. ciò ha i suoi

vantaggi e i suoi svantaggi. a volte vivere con l’ansia o la paura che tutto

possa finire da un momento all’altro ti dona la voglia di vivere ogni momento e

di bruciare in fretta . godersi ogni attimo come fosse l’ultimo. però d’altro

canto è anche una bella scocciatura visto che un po’ di spensieratezza non

guasta mai. ho cercato in tutti i modi di essere impermeabile al dolore.

costruii una spessa corazza di idee e non mi accorsi in tempo che il marcio che volevo lasciare fuori di me stava cominciando a formarsi dall’interno. ebbi il colpo di grazia con la morte di mia nonna. è stato un anno molto difficile quello. lo ricordo come fosse oggi. era sera dopo cena e ricevetti una

telefonata dal reparto e dissero che le condizioni di mia nonna erano

drammaticamente peggiorate. mi si gelo il sangue nelle vene e lo stomaco mi si

contorse dal dolore. ecco la sensazione di avere la morte come vicina di casa.

è da quel giorno che la mia vita è cambiata drasticamente e i problemi

adolescenziali hanno lasciato il posto alle frustrazioni ed ai turbamenti

dell’età adulta. Cioran diceva: “siamo tutti dei commedianti: sopravviviamo ai

nostri problemi”. niente di più vero oserei dire. esiste fra gli esseri umani

una selettività naturale che va oltre al confronto tra individuo ed individuo

ma che è radicata nel conflitto interiore di ciascuno. il vero inferno è non capire se stessi. con il tempo ho scoperto che il mio più feroce nemico sono io stesso. ogni volta che faccio indigestione di pensieri e le incomprensioni verso me stesso mi procurano la nausea prendo un foglio e comincio a vomitar parole finché non mi libero del mio passato. ogni idea nasce da un’azione frustrata. sono convinto che chiunque abbia bisogno di scrivere è

fondamentalmente una persona piena di problemi. il modo di esprimersi più

naturale è sicuramente attraverso la parola, nei discorsi con gli altri,

colloquiando e socializzando, insomma è un processo dinamico. lo scrivere

invece è qualcosa di statico. se dovessi metaforizzare questi due metodi

espressivi paragonerei il primo ad una persona che si fa una bella passeggiata

e il secondo ad un’altra che si scava una buca sotto i piedi. quando decido di

scrivere, lo faccio, non perché ho in mente qualcosa da comunicare ma perché so che scrivendo mi viene in mente quello che vorrei dire. mi sono accorto che i periodi più bui della mia vita sono stati accompagnati da un’aridità di

creatività e un’incapacità di espressione che portava la mia spontanea

autocoscienza alle porte del suicidio.

mentre mi aggiravo nei territori ostili della depressione non mi volevo

ricordare di me, desideravo solo abbandonarmi e lasciarmi affogare nel fiume dell’oblio.

su di me alla fine ha sempre prevalso l’istinto di autoconservazione. quando

sento alla cronaca che tizio o caio si sono tolti la vita impiccandosi,

sparandosi o buttandosi da un ponte penso sempre: “Loro hanno vinto sulla

natura! Hanno superato il loro istinto!”.

Pasolini scriveva:”La morte non sta nel non poter comunicare ma nel non essere

più compresi”. questa frase l’ho potuta verificare personalmente nei momenti in

cui il mio malessere si manifestava con più forza. avevo la sensazione, dopo

aver parlato del mio dolore cercando di spiegare il più possibile quello che

sentivo, che chi mi stava ad ascoltare non poteva seguirmi fino a dove mi

spingevo ed inevitabilmente nella sofferenza rimanevo solo e parzialmente

incompreso.

se si vuole essere letti gli ingredienti sono semplici : donne, alcool,

droghe, vite spericolate e nel segno dell’eccesso. la gente è attratta dalle

storie di vite viziose perché sono affascinate da ciò che non osano provare. Un giorno ho letto che le strade dell’eccesso portano al palazzo della conoscenza.

secondo me tutte le strade conducono ad un unico punto: la disillusione.

illudersi è inevitabile ed il contrario non sarebbe umano. l’illusione che va

più di moda è che dopo la morte ci aspetti il paradiso e che la vita abbia un senso, che non viviamo invano ma in attesa di una ricompensa ultraterrena. Ho sempre trovato la questione del paradiso un artificio molto umano e poco

divino. l’uomo deve sempre fare qualcosa in cambio di un premio, mai

disinteressatamente. anche la stessa beatitudine deve essere ottenuta grazie ad una buona condotta. è il classico rapporto tra padre e figlio come in

qualsiasi famiglia: se il bambino si comporta bene gli viene regalato un nuovo giocattolo. sono un tipo abbastanza nichilista. non credo che la vita debba avere per forza un senso e anzi l’esperienza mi ha provato il contrario nella maggior parte delle occasioni. il non senso e il caso governano indiscusse dall’inizio dei tempi e l’uomo si è sempre prodigato per ricondurre tutto alla ragione ma con scarsissimi risultati. non penso che la vita abbia un fine, la vita ha semplicemente una fine. siamo destinati al nulla e passiamo tutta la vita facendo finta che non sia così e immaginando i finali più fantasiosi.

purtroppo il tempo galoppa veloce mentre cerchiamo di tirargli le briglie e

farlo rallentare. mi sono reso conto che pensando troppo al dopo ci si lascia

sfuggire l’adesso ed essendo il dopo l’ora di domani rimaniamo senza nulla in

mano. è una brutta malattia il pensare… “nell’edificio del pensiero non ho trovato nessuna categoria su cui riposare la fronte. in compenso, quale cuscino è il Caos”. una situazione caotica estremamente rilassante è quando sei sbronzo. quando bevi il pensiero lascia spazio all’improvvisazione e

all’ispirazione. dici quello che ti viene senza filtri, fai quello ti senti

senza limitazioni, perdi il senso del pudore e qualsiasi barriera inibitoria.

ti trovi nel giardino dell’Eden. i pensieri sono dei ladri. ti rubano i

sorrisi. non so se avete mai avuto la sensazione che il mondo sia una

gigantesca giostra da cui vorreste scendere perché vi comincia a girare la

testa. è una vertigine esistenziale causata dalla paura del vuoto che si

percepisce in alcuni momenti. una volta scesi dalla giostra è molto complicato

risalirci, il biglietto è molto salato. si paga con manciate di tempo. da

questo punto di vista la vita è una meretrice, ti fa pagare qualsiasi cosa e

vuole pure la mancia. più di una volta ho pagato oltre il dovuto e sono rimasto

fregato. vorrei non essere mai stato male, darei qualsiasi cosa per non avere

nulla da scrivere sulla sofferenza ed il dolore ma questa è la mia vita e non

posso rinnegarla. penso che pochi sappiano cosa significhi vivere con il

terrore di poter impazzire ed essere rinchiusi in un ospedale psichiatrico.

purtroppo io lo so perché sono stato in visita al reparto di psichiatria della

mia città. ricordo tutto benissimo. era una giornata fredda e buia. la notte

aveva nevicato e tutto era ricoperto da un manto bianco. vedo ancora la porta

del reparto: un immenso portone blindato con un oblo da cui si potevano vedere

i pazienti passeggiare in vestaglia con un’andatura da moribondi. c’era un uomo

di una certa età, basso, con degli occhiali dalla montatura nera e le lenti che sembravano fondi di bottiglia, che credeva di essere una donna e si comportava come tale. viveva in una squallidissima camera con le inferriate alle finestre e qualsiasi sistema di sicurezza per evitare che si ammazzasse. e poi c’era un tipo che era convinto di avere una radio al posto della testa ed era disperato perché non riusciva a sintonizzarsi con le altre persone. una ragazza era profondamente depressa e aveva tentato il suicidio prima di essere stata internata. un’altra donna invece doveva essere quotidianamente legata e sedata affinché non si auto lesionasse dicendo che era il diavolo ad ordinarglielo.

grattava i muri con le unghie e si metteva a leccare il pavimento in altre

occasioni. la poveretta era fra i malati più gravi poiché aveva un versamento

di liquido nel cervello che le procurava quei disturbi. l’infermiere mi

raccontò che il giorno prima una signora, che doveva essere trasferita in

chirurgia per un’operazione, aveva ferito un medico e poi si era squartata la pancia. mi mostrarono anche le camice di forza e le siringhe con cui facevano

le iniezioni sedanti inframuscolari. certe cose non si dimenticano facilmente.

alcune esperienze ti lasciano dei solchi nell’animo che solo il tempo può

rimarginare: resterà comunque la cicatrice. “più persone conosco e più apprezzo il mio cane.” Socrate aveva capito che la gente che si incontra in giro ha la profondità di una pozza di fango. I commerci con la gente mi sfiancano. Potrei parlare con un vecchio amico per ore senza mai sbadigliare e stufarmi di passeggiare in piazza dopo cinque minuti. ho conosciuto persone che volevano cambiare il mondo ma non erano disposte a cambiare una virgola di se stesse. erano dei falliti. Bukowski diceva : “questa gente. vanno dalla fica alla fossa senza che mai li sfiori, l’orrore della vita.” e ancora: “la maggior parte della gente era matta. e la parte che non era matta era arrabbiata. e la parte che non era né matta né arrabbiata era semplicemente stupida”. la stupidità è una brutta malattia. non intendo la stupidità intellettuale che si colma studiando ma la frivolezza d’animo. l’incapacità di creare rapporti intimi con gli altri, di essere aperti, di essere dinamici, di non avere inutili pregiudizi, bigottismi vari. ho l’impressione che il perbenismo ci stia intossicando tutti. il marcio si veste a festa tutti i giorni nelle

televisioni. ci cagano addosso le loro falsità senza neanche avere la decenza

di chiamarla merda. l’orrore ce l’abbiamo in casa, in salotto, in cucina, in camera! ci fottono il cervello con le loro pubblicità, i loro spot, le loro promozioni: tutto gratis, tutto bello , tutto con una semplice telefonata, tutto comodamente a casa, tutto e subito, tutto lurido. e poi non si spiegano i comportamenti antisociali dei giovani, il nichilismo galoppante fra le nuove generazioni, l’aumento dei suicidi, l’alcolismo dilagante, l’abuso di droghe. sono tutte causate dallo stesso male. sono tutti rifugi di una generazione in fuga e in cerca della libertà personale e individuale.

il processo di massificazione sta facendo le sue vittime. i carnefici

commenteranno che per fare una frittata bisogna rompere qualche uovo. andate a

farvi fottere! voi, la vostra politica del ca**o e i vostri antivalori! la

vostra cara democrazia che vi permette di campare sulle nostre spalle, i vostri

discorsi vomitevoli e retorici! i politici sono il cancro della nostra società.

la loro meschinità è comparabile soltanto alla loro disonestà. Emil Cioran si esprimeva in questo modo a proposito alla libertà di espressione e a cosa porta la privazione di essa: “Volete moltiplicare gli squilibrati, aggravare le turbe mentali, costruire case per alienati in tutti gli angoli della città?

Mettete al bando la bestemmia. Comprenderete allora le sue virtù liberatrici, la sua funzione terapeutica, la superiorità del suo metodo rispetto a quello

della psicoanalisi, delle ginnastiche orientali o della Chiesa, e soprattutto

comprenderete che proprio alle sue meraviglie, alla sua assistenza costante, la maggior parte di noi deve il fatto di non essere né criminali né pazzi”. Il coraggio di lasciarsi trasportare dalle cose è ormai in via d’estinzione. Viene continuamente vessato dai modelli martellanti che ci vengono proposti ovunque, nei cartelloni pubblicitari, nei giornali, nelle stazioni, in televisione eccetera eccetera. “omicidi, crimini, povertà. queste cose non mi spaventano.

quello che mi spaventa sono le celebrità sulle riviste, la televisione con

cinquecento canali, il nome di un tizio sulle mie mutande, i farmaci per

capelli, il viagra, poche calorie. Fanculo Martha Stewart. Martha sta lucidando le maniglie sul Titanic. Va tutto a fondo, bello. Perciò vaffanculo tu e il tuo divanetto a strisce verdi Ohmashab della Stream. Io dico: non essere mai completo. Io dico: smettila di essere perfetto. E io dico: dai, evolviamoci, le cose vadano come devono andare. Per me, eh! Forse potrei sbagliarmi. Forse è una terribile tragedia”. (Tyler Durden)

siamo liberi, liberi di essere come vogliono loro. marionette produttrici che lavorano ventiquattrore al giorno e possibilmente ci rimettono pure le penne

mentre svolgono le proprie mansioni. stiamo precipitando molto velocemente. Sto attendendo il tonfo sordo della fine. l’uomo non cambierà mai, è destinato all’auto distruzione. i dinosauri si sono estinti per una glaciazione o una pioggia di meteore che ha investito la terra. l’umanità si estinguerà con le sue mani. il vostro dio rimarrà deluso per non poterci sterminare tutti all’avvento del giudizio universale.

lo so, sono un fatalista, non credo nelle immense capacità dell’essere umano.

però ho un testimone inattaccabile da chiamare in causa: la storia.

il modo migliore per allontanarsi dalla vita, dalla realtà sociale che ci

disgusta, per creare un distacco tra la propria individualità e la la feroce

macchina dell’omologazione è scrivere. so che nelle pagine precedenti ho

avvertito il lettore dal diffidare dagli scrittori che invitano ad avvicinarsi

al loro mondo ma personalmente non mi ritengo uno scrittore ma semplicemente

una persona che fa della scrittura un’esperienza terapeutica. alla fine, il mio modo di comunicare con le parole, non è ricercato, non è ponderato con

minuziosità come si usava con il buon vecchio “labor limae”. voglio per lo più

essere schietto e diretto, non porre filtri o maschere tra me e il mio

interlocutore. chiunque legga quello che scrivo diventa per me un intimo

interlocutore. è come se gli bisbigliassi nell’orecchio i miei segreti, mettessi a nudo le mie debolezze e facessi delle mie confidenze l’argomento della conversazione. scrivere in questo modo permette di creare un’atmosfera emotiva particolarmente intensa. le pagine sono intrise di sentimenti,emozioni, pensieri inconfessabili, ricordi che trasportano con sé lacrime di nostalgia o che lasciano il sorriso sulle labbra. la prima volta che decisi di scrivere un libro fu per la voglia di mettere un punto nella mia vita e voltare

pagina. ripensandoci, ora, credo che tutto il lavoro che impiegai per stendere quella cinquantina di pagine fu per una semplice poesia. tutto ebbe inizio parecchi anni fa, frequentavo ancora le suole medie, quando una notte mi svegliai angosciato da uno schifosissimo incubo. non seppi far altro che scrivere quella maledetta poesia, pochissime frasi che mi marchiarono il cuore e che ancora oggi non posso dimenticare. ricordo che me ne vergognavo, nascondevo la poesia come fosse una rivista pornografica. ero imbarazzato da quello che mi era accaduto e non potei far altrimenti che occultare l’arma del delitto. la poesia rimase al sicuro per qualche anno finché un giorno non decisi di rispolverarla e di affrontare con una nuova maturità quei pochi righi così spaventosi. devo ammettere che sono passati anni ma il senso di quel piccolo manoscritto non ne ha risentito minimamente. dopo averla riletta decisi di dover svolgere in un qualche modo il pensiero triste e melanconico che essa racchiudeva e che sarebbe stato molto importante tenere un taccuino su cui appuntare i miei pensieri e le mie emozioni. passò ancora qualche anno e dopo un periodo di riflessione dovuta ad una caduta depressiva incominciai a riordinare i pensieri raccolti sul diario e ad assemblare quello che sarebbe

dovuto essere un libro. alla fine riuscii a mettere insieme una specie di

racconto frammentato che poteva essere letto da metà verso la fine o dalla fine

verso l’inizio senza alcun problema, data la scarsa attenzione cronologica che misi nel riscriverli. no, anzi, devo ammettere che qualche racconto era

comprensibile in un ottica che prevedesse un certo ordine e devo dire che almeno quello era stato rispettato. per il resto era tutto alla rinfusa. Sono molto legato a quello scritto perché è come una parte di me fuori di me. ne è la prova il fatto che l’ispirazione per scrivere questo nuovo lavoro proviene da un brano del precedente. ero rimasto impressionato dalla rabbia che racchiudeva uno sfogo che scrissi una sera in cui ero particolarmente nervoso.

non capii mai, dopo averlo riletto, da dove provenisse tutto quel rancore e

quell’amarezza e per questo motivo qualche tempo fa mi invaghii dell’idea di scoprirlo. e quale modo migliore se non quello di sputare qualche frase?

nessuno. ed eccovi servita la genesi di questo mio breve racconto introspettivo. forse narrare la mia vita con carta e penna non è il migliore dei modi per sbarazzarmi dei miei problemi ma sono cocciutamente affezionato a

questa forma d’arte. questo libro sarà un purgatorio ad personam. voglio

viaggiare con la memoria tra gli scorci e fotogrammi del mio passato non

curandomi del prossimo futuro ma solamente di ciò che ha prepotentemente

influenzato il corso della mia storia. alcune cose e avvenimenti salienti ve li

ho già sviscerati ma non ho ancora dischiuso tutto me stesso, devo ancora

stiracchiarmi per bene. non so voi ma dopo poco più di un ventennio che respiro non ho ancora scoperto chi e come vorrò diventare. pensarmi ventenne qualche anno fa mi avrebbe fatto girare la testa ed ora che il traguardo è ormai da tempo superato mi domando: mi abituerò mai a vedermi crescere? ad accettare il passare del tempo? risposta secca: neanche morto! odio il tempo, il tiranno. E allo stesso modo lo amo, il liberatore. se non passasse il tempo non ci sarebbe mai nulla da poter definire “nuovo”. quando il mio spirito ribelle è affranto dal doversi sottomettere allo scoccare dei secondi penso sempre ad un’immagine: la primavera che succede l’autunno. sapere che al freddo e al gelo dell’inverno si sostituirà la fresca brezza primaverile con i sui profumi, con i suoi meravigliosi colori e le sue prime giornate di sole mi ha sempre fatto sentire come un bambino pieno di speranze. purtroppo il dono della speranza non è stato regalato a tutti e il sottoscritto quel giorno non era nella lista degli invitati. a parte tutto mi accontento della buona o della cattiva sorte che mi aspetta. non mi lamento insomma. che sia fatto di me quel che deve essere!

tornando alla metafora delle stagioni volevo solo focalizzare l’attenzione sul

fatto che la vera forza della natura sta nella sua impeccabile capacità di

rinnovarsi. a mio avviso un uomo che volesse ricercare l’essenza della vita

dovrebbe cercare di avvicinarsi il più possibile alla natura. trovare una

sintonia con essa e trascendere la propria umanità che lo spingerebbe a

conservare, proteggere e mettere da parte con avidità le proprie ricchezze ed abbracciare la crudeltà e l’imparzialità che le leggi naturali posseggono. Se dovessi credere nell’esistenza di un ente superiore sicuramente sceglierei la madre terra come dea suprema. come seconda scelta opterei per il dio del caos.

anch’esso regna dall’inizio dei tempi ed è sempre stato equo: a qualcuno toglie

e ad altri da, senza meritocrazia, senza razionalità, senza un briciolo di

umanità. non so perché ma lo stesso concetto di umanità intesa come bontà

d’animo mi fa crepare dal ridere. è un errore concettuale molto grave. secondo

me essere una persona molto umana non è un complimento. non carico questa

definizione del senso comune che gli si attribuirebbe. ciò che viene annoverato

come atto di umanità io lo considererei invece un’azione oltreumana. non ha nulla a che vedere con Nietsche se è a questo che state pensando. non volevo fare nessuna citazione del buon vecchio superuomo nicciano, che riposi in pace.

ad ogni modo alla mattina mi guardo allo specchio e mi vedo sempre uguale. un

giorno vorrei svegliarmi avendo in mente l’immagine di me stesso di qualche

anno fa e poi cominciare ad urlare una volta entrato in bagno. non riconoscersi

allo specchio sarebbe il colmo. capisco stupirsi di se stessi in qualche

occasione per le svariate ed inaspettate reazioni che potremmo avere ma restare

folgorati dal proprio riflesso sarebbe il massimo. Narciso si innamorò della

propria immagine ed il suo amore fu anche la sua rovina. Oscar Wilde diceva che l’amore per se stessi è un idillio che dura tutta la vita ma non ho mai capito se intendesse l’amore nei confronti del proprio sesso o il semplice amor proprio. Se devo essere sincero spesso e volentieri non ho una grande sopportazione e considerazione nei miei confronti. a volte invece sono

completamente l’opposto e ho la ridicola presunzione di sopravvalutarmi: questo

è il motivo per cui ho da sempre fraternizzato con le delusioni.

qualche volta ho pure la sensazione di essere un cliché ambulante. un pleonasmo vivente in cerca di un posto in cui non sentirmi superfluo.

alla fine non potrebbe essere questo uno degli scopi della nostra vita?

ricercare quel luogo in cui riusciamo a sentirci importanti, in cui siamo

apprezzati per quello che siamo, amati nonostante i nostri difetti, ascoltati a

prescindere da ciò che abbiamo da dire, consolati o incitati, un posto che

potremmo chiamare casa. secondo me casa è il luogo dove tutti un giorno

vorremmo tornare. è il nostro nido, il nostro rifugio sicuro. sono sempre stato

una persona persuasiva, riuscivo sempre ad ottenere quello che volevo solamente

con l’uso della parola. a questa capacità dialettica si abbracciava una fervida immaginazione e ora vi racconterò un episodio che mi ha sempre fatto sorridere nel ricordarlo. quando ero molto piccolo, parliamo dei tempi dell’asilo, nel centro che frequentavo c’era l’usanza di dedicare ogni mese o ogni settimana, ora non ricordo con precisione, ad una nazione diversa per conoscere i costumi e le culture nel mondo. una settimana si festeggiò anche il mio paese natio, il Brasile, ed io qualche giorno dopo i festeggiamenti, al ritorno dalle vacanze di Pasqua, raccontai alle maestre che ero tornato al mio paese con la famiglia e vi avevo passato le vacanze. quando mia mamma mi venne a prendere, la maestra le chiese come era andato il viaggio e qualche altra informazione di cortesia ma lei rimase perplessa e non afferrò subito il senso di quelle domande. dopo poco si accorsero entrambe di essere state ingannate e la maestra restò sconvolta dalla quantità di particolari che

ero riuscito ad inventarmi per rendere credibile la mia storia. quando mi

incontra me lo ricorda sempre ed io non posso far altro che provare una certa

soddisfazione nel pensarmi così furbo già a quell’età.

ora non potete più considerarmi un giovane palloso e frustrato che vi parla

soltanto di quanto stia male o fin dove si spinga la sua tristezza. ci sono

anche dei momenti della mia vita che mi riscaldano il cuore e tra questi

soprattutto i ricordi di quando ero bambino. se credessi nella reincarnazione e avessi memoria della mia vita precedente devo ammettere che mi ammazzerei appena prima di diventare adolescente e farei in modo di rivivere infinite infanzie. E invece il tempo fugge e gli anni passano senza rendersene conto.

“nascere vecchi e ringiovanire fa della vita una commedia, nascere giovani ed

invecchiare fa della vita una tragedia”. come ho già scritto mi sono sempre

sentito più vecchio dei miei coetanei, avevo una sensibilità molto accentuata e

le mie riflessioni spesso erano più grandi di me. per questo motivo anche alle superiori alcuni miei amici mi chiamavano “il vecchio” perchè avevo la tendenza a vestirmi e a comportarmi diversamente dall’età che avevo. adesso invece credo di essere regredito parecchio. spero di ringiovanire ogni anno di più e di scomparire in un amplesso come fantasticava Woody Allen. sono d’accordo con lui, dovremmo nascere vecchi, recepire la pensione, riposarci fino ad aver recuperato le forze, incominciare a lavorare, poi proseguire gli studi e alla fine concludere la propria vita giocando. sarebbe fantastico se fosse vero ma non lo è. l’unica cosa che ci rimane da fare è cercare di diventare giovani dentro così da sfottere un po’ il tempo. un periodo fondamentale della mia vita, in cui crebbi e cambiai vertiginosamente, fu in terza superiore. Tutto ciò mi fa ripensare ad una persona che tutt’ora ha un enorme importanza per me: Nicola Loss. questa storia, la storia della nostra amicizia, ha avuto un inizio

un po’ assurdo. dico ciò poiché siamo stati in classe assieme senza mai

degnarci di uno sguardo o di una parola per due anni e poi tutto a un tratto un

giorno all’inizio della scuola entrai in classe e ricordo che accanto a lui in

prima fila c’era un posto libero. quel giorno invece di sedermi negli ultimi

posti, come era il mio solito, decisi di fare uno strappo alla regola e mi

sedetti vicino a lui. era un tipo abbastanza particolare, un po’ strano direi, capelli lunghi neri rigorosamente di fronte agli occhi, giacca di pelle, jeans a sigaretta, all-stars, magliette sempre molto succinte, bracciali d’acciaio ai polsi e, caratteristica meno fuori dal comune, aveva degli occhiali dalla montatura molto fine ma dalle lenti spesse che non usava quasi mai. Voglio dire subito che a questo proposito lui mi diceva sempre che non gli importava di vedere oltre il suo naso perché quello che c’era di importante lo vedeva benissimo anche senza occhiali. quello fu il mio primo incontro con Loss, così lo chiamavo e così lo chiamo. Loss era molto tenebroso, era un ragazzo che si potrebbe definire dark, amava la musica, soprattutto i Kure, i Mando Diao (di

cui aveva anche una felpa), Iggy Pop, Led Zeppeling e molti altri che per

ignoranza e memoria non posso elencare. Un’altra sua passione era la lettura,

aveva sempre un libro interessante sopra il banco, qualcosa che non c’entrava

nulla con la scuola ma solo con lui. La prima cosa che fece Loss fu quella di

consigliarmi di leggere “Il ritratto di Dorian Gray” di Oscar Wilde. quel libro

mi legò a lui e alla letteratura allo stesso tempo e influenzò pesantemente la

mia personalità. devo a Loss la rivoluzione interiore che ebbi quell’anno. Non amavo leggere ma dopo aver letto il libro consigliatomi dovetti ricredermi su tutto, anche su me stesso. a quel libro ne successero altri, tra questi ricordo il secondo che lessi, “On the road” di Jack Kerouak che mi fece scoprire la frenesia di viaggiare, di non fermarsi mai, “dove andiamo? non lo so, ma dobbiamo andare.” questo è il manifesto di quel filone di libri che vengono annoverati tra i romanzi della beat generation. passammo un anno intenso,frequentammo insieme un corso di psicoanalisi e letteratura con un professore di lettere degli anni successivi che ci permise di seguire le sue lezioni pomeridiane. Scoprimmo di avere molte cose in comune tra le quali quella di essere dei ragazzi ipersensibili. scrivevamo ovunque frasi che ci venivano in mente durante le ore di lezione, le appuntavamo sul diario e poi le leggevamo e commentavamo. Da sconosciuti totali divenimmo in breve tempo dei cari amici.

l’anno passò in fretta senza fare troppi complimenti e Loss partì per

l’America, New Messico. sentii da subito la sua mancanza, non era più lo stesso

andare a scuola, mancava il confronto continuo che avevamo su qualsiasi

argomento, la complicità di due amici che vedono le cose allo stesso modo. da

qui il bisogno di una corrispondenza. incominciammo a scriverci delle lettere

di posta elettronica per tenerci in contatto. ci raccontavamo tutto, lui la sua solitudine e il suo dolore di aver lasciato in Italia Giada, l’amore della sua vita, ed io dell’ esperienza da rappresentante d’istituto e del mio nuovo spirito attivista.

eravamo ai due capi del mondo, non solo geograficamente. i miei racconti erano

sempre molto entusiasti e ricchi di positività perché ero orgoglioso del mio

incarico e della socievolezza che stavo esercitando mentre Loss mi parlava del

disagio di aver cambiato lingua, di non avere amici, di aver rivoluzionato le

proprie abitudini. diceva che non esisteva il verbo essere sulle tastiere

americane e che per lui non era un caso. entrambi ci tenevamo molto al modo in

cui ci scrivevamo, era importante far capire in qualsiasi modo quello che l’uno o l’altro stava passando e devo dire che è ancora grazie a lui che ho imparato a confessarmi scrivendo. lo stesso anno in cui Loss partì ebbi l’opportunità di approfondire la conoscenza di un altro mio compagno di classe. Edo era un ragazzo molto buono, calmo, pacato, flemmatico ma socievole. queste sue caratteristiche erano perfettamente riflesse nel suo atteggiamento e nel suo modo di porsi. parlava lentamente e facendo lunghe pause, pensava ogni singola parola, e riusciva ad esprimersi in una tale maniera che saresti rimasto ad ascoltarlo per ore. la magia della sua espressività risiedeva nelle mani. aveva

un modo tutto suo di gesticolare e di colorire ogni suo discorso con una

scenetta vera e propria in cui corpo e fiato erano un tutt’uno. diceva che il

suo sogno era quello di diventare un attore. forse non gliel’ho mai detto ma

per me, lui, lo è sempre stato. era così piacevole sentirlo parlare che

sembrava stesse recitando, non nell’accezione della falsità ma per la sua teatralità. amava leggere poesie, non era mai stanco di ascoltare, era sempre paziente e sembrava che, a differenza di altri, sapesse benissimo quanto tempo aveva a disposizione per fare qualsiasi cosa. Edo sapeva anche leggere molto bene, alcuni pensavano che fosse un po’ tedioso e lo prendevano pure in giro scherzosamente ma secondo me era il migliore di tutti nell’interpretare un testo. ho nostalgia di quei giorni in cui ci trovavamo sotto casa con le nostre tracolle e chiacchierando del più e del meno ci incamminavamo verso la biblioteca per studiare insieme e ripetere filosofia. purtroppo io ed Edo ci siamo un po’ persi di vista ma sono felice per lui e nutro nei suoi confronti un’immensa ammirazione poiché è riuscito ad inseguire un sogno e a farlo diventare la sua realtà. Edo oggi è un attore, ma come vi ho già detto secondo me lo è sempre stato. e poi c’era Davide, il mio collega rappresentante d’istituto. Davide ed io eravamo parecchio diversi ma riuscimmo comunque a legare e a diventare buoni amici grazie al tempo che passavamo insieme ad organizzare assemblee e progetti per la nostra scuola. Davide era un ragazzo molto sensibile ma dal carattere molto forte, non si faceva mettere i piedi in testa da nessuno. era un po’aggressivo nei modi, forse scorbutico, e spesso dovevi capire il suo atteggiamento per non essere irritato da qualche sua battuta velenosa. Davide amava la montagna e soprattutto l’arrampicata. Aveva fatto della sua passione una filosofia di vita, era attratto dalle sfide con se stesso e con la sua amata natura. ricordo che era affascinato dal concetto di limite e del suo significato nel rischio dell’arrampicata. devo ammettere che qualche volta avevo paura che si potesse fare male in una delle sue innumerevoli spedizioni durante il fine settimana ma per fortuna è sempre tornato illeso e con in viso

il riflesso della montagna. Per descrivere Davide in una frase mi basterebbe dire:” avrebbe dato qualsiasi cosa per il sorriso di un albero”. Lui era così,un amante della solitudine, dei bivacchi,delle postazioni riparate da cui si potevano avvistare e fotografare i caprioli o i cervi, un ragazzo che si poteva arrampicare su di un larice ed aspettare tutta una giornata pur di vedere un animale selvatico passeggiargli a qualche metro di distanza. Davide sotto la sua scorza da duro aveva sicuramente un animo molto romantico e quasi poetico,era molto in gamba, disponibile con tutti, si sarebbe fatto in quattro pur di aiutarti. era un bravo ragazzo e ci teneva ai suoi ideali, alle sue idee, le difendeva con forza in quasi tutti i suoi temi di italiano e giornalmente si poteva assistere a qualche sua discussione con i professori, soprattutto quello

di filosofia e storia, dovute alle sue provocazioni. si poteva definire una

testa calda ma sulle spalle. passammo un anno a lottare per i diritti degli

studenti, a reclamare i nostri spazi, tenevamo la testa alta e ci facevamo

rispettare dimostrando di essere seri ed impegnati. non avrebbero potuto

rimproverarci nulla e noi eravamo molto attenti a non commettere degli errori

che avrebbero potuto compromettere la nostra reputazione con i professori del

consiglio d’istituto.

quello stesso anno accadde una tragedia che mi sconvolse molto profondamente,

un ragazzo, un amico, si tolse la vita gettandosi dal ponte che costeggiava la

ferrovia. lo seppi la mattina seguente tramite un maledetto messaggio sul

cellulare. mi venne da vomitare e non riuscivo neanche a parlare. ero

paralizzato e mia mamma, appena riuscii a dirglielo, si mise a piangere. vedere

un genitore commuoversi è sempre uno strazio. uscii in fretta di casa per

andare dal mio migliore amico Valerio che era molto vicino a Teo, ecco come si

chiamava il ragazzo che si era tolto la vita, e lo trovai in una stradina

vicino a casa con lo sguardo perso nel vuoto. ci abbracciammo e scoppiammo in

lacrime. Teo l’avevo visto il pomeriggio prima di fronte ad un bar in piazza che

rideva e scherzava suonando uno strano strumento da fiato che emetteva un suono

simile ad una trombetta smorzata. me lo ricordo sorridente, che giocava con un

bambino che passando era stato attratto da quello strano rumore. oltre a questa

fotografia di quella giornata ho sempre avuta impressa quella di lui che la

sera stessa suonava la chitarra in Brasserie. mi sono sempre sentito in colpa di non aver letto nei suoi occhi il suo malessere o il suo disagio. di non avergli mai chiesto come stava, se voleva parlare di qualcosa, sfogarsi un po’. restai impietrito quando seppi che un giorno alla fine di una lezione andò

dalla sua professoressa e le disse soltanto :” Non ce la faccio più”. quel

giorno di febbraio tutti noi perdemmo un amico, un ragazzo timido, introverso,

un amante di De Andrè e della chitarra, un musicista, un ragazzo calpestato

dalla vita nel fiore dei suoi anni. mi capita spesso di sognarlo, di ritornare

con la memoria a quei tristi giorni, di ripercorrere la strada che aveva dovuto

fare per arrivare al punto da cui si era buttato. è stata una vera tragedia ma

nei suoi confronti non sono mai riuscito a provare pietà o rabbia, solamente

rispetto.

quando mi immergo in questi ricordi mi sento l’anima confinata in uno sputo.

i pensieri sono viscidi, ricoperti di un liquido gelatinoso, si muovono come

batteri nell’acqua torbida, si riproducono a vista d’occhio. la malinconia è bagnarsi le labbra alla fonte della disperazione. non sei triste, non sei felice, non sei niente, vivi una paralisi dell’anima e tutto sembra essere vuoto, scevro di interesse, privo di sapore. è come cercare di assaporare qualcosa pur avendo il raffreddore. non c’è gusto, l’assenza di piacere e l’apoteosi dell’indifferenza.

il dolore è come la professoressa per cui avevi la nausea prima di entrare in

classe, quella che ti faceva tremare le ginocchia mentre passava il dito sul

registro prima dell’interrogazione, quella che ti riempiva di compiti e il

giorno seguente li controllava meticolosamente per accertare che fossero stati fatti, quella che ti terrorizzava con le verifiche a sorpresa o con le domande a brucia pelo mentre eri distratto, quel tipo di insegnante che riusciva ad ottenere sempre quello che voleva e che quello che ti insegnava te lo ricordavi per forza. il dolore è così, è un maestro di vita esigente e severo, quello che ti spiega con l’esperienza è quasi impossibile da dimenticare. quando mi guardo

alle spalle mi accorgo che è nei momenti più schifi della mia vita che mi sono

evoluto più velocemente. come si suole dire, quando caschi in acqua, devi imparare a nuotare, se vuoi uscirne. il fatto che esistano gli incubi non vuol dire che la nostra vita non lo sia già. non so voi ma nei momenti di maggiore lucidità mi sento immerso nella caducità del tutto, ogni cosa la scruto secondo la sua scadenza, la mia vita, quella dei miei cari,l’angoscia pura si impadronisce di me e mi rende schiavo. Un giorno lessi una frase riguardo all’interpretazione dell’universo come un gigantesco dormitorio e che l’incubo fosse l’unica forma di lucidità. la mia lucidità mi fa precipitare negli abissi del nulla, nel vortice della catastrofe, non esistono appigli, tutto si sgretola e niente rimane. vorrei tanto che la nostra realtà fosse l’inferno di un altro mondo parallelo. se fosse così mi sentirei preso meno per il culo.

ora mi sento abbastanza pronto per parlarvi di una cosina che mi ha sempre

turbato e che a mio avviso è molto bizzarra. dovete sapere che nella maggior parte dei casi, nella mia mente, avvengono delle associazioni di idee molto strane e alquanto sconcertanti. vi farò alcuni esempi così potrete giudicare voi stessi la gravità della cosa. quando mi sporgo da un ponte, sotto il quale scorre un fiume impetuoso, il mio pensiero fisso è l’affogamento. l’acqua ha il colore

dell’affogamento. lo stesso mi succede quando mi affaccio da un balcone

all’ultimo piano di un condominio. non provo vertigine ma sento la tentazione

diabolica di gettarmi di sotto senza motivo. l’altezza ha la forma dello

sfracellamento. in un’altra situazione, se devo maneggiare dei coltelli o

qualcosa di molto affilato, mi immagino subito di potermi in un qualche modo

tagliare qualcosa. le lame hanno il sapore del sangue. lo so, sono schizzato, ma non parlarvi di questa mia folle associazione di idee, che abbina, a ciò che potrebbe rappresentare un pericolo, la mia tragica fine,mi avrebbe fatto sentire in debito con voi. il lettore deve venire a braccetto con il sottoscritto e deve seguirmi nei meandri della mia mente per scoprire tutto ciò che nascondo con gelosia. vorrei che, chi mai avrà la magnanimità di leggere queste confessioni,possa essere partecipe di tutte le mie tribolazioni interiori e per questo abbia la capacità di compatirmi o mandarmi a quel paese. sono cosciente che molti, leggendo quello che scrivo, possano considerarmi un fottuto complessato che non ha altro di meglio da fare che trastullarsi le cervella con le parole.

ma per favore signori, abbiate un minimo di pietà e siate comprensivi nei

confronti di un giovane ammorbato dalla vita. In fin dei conti potrei anche

essere considerato un fanatico della vita. mi adopero così tanto per capire

qualcosa di me in mezzo a tutto questo marasma che sarebbe una vera

contraddizione se in realtà non nutrissi alcun affetto per la vita.

sinceramente non saprei rispondere a questa mia provocazione poiché credo, in

fondo, che soltanto chi riesce a vivere con le proprie contraddizioni ha la

possibilità di non scadere mai nella banalità. anche le verità passano di moda e muoiono nel silenzio mentre le note non accordate si fanno sempre sentire in qualche modo. dato che siamo in argomento potrei snocciolarvi un paio di contraddizioni che mi appartengono. una molto semplice risiede nel fatto che

personalmente non sopravvaluto mai le idee degli esseri umani perché ho sempre

in mente che, a prescindere da tutto, siamo e restiamo dei mammiferi. Anche se

penso questo, devo ammettere, che le idee mi piacciono e anzi ho anche avuto la presunzione di annotarne qualcuna da qualche pagine ad ora. l’altra

contraddizione più specifica e forse noiosa è che da due anni sto seguendo un

corso di fisica e paradossalmente non ho il classico spirito scientifico che

vuole trovare la spiegazione di tutto in una formula. anzi credo che sia

inutile cercare il senso delle cose e degli eventi quando non ce l’hanno. fare

fisica però mi permette di conoscere il minimo indispensabile per rafforzare il

mio scetticismo di fronte alla realtà e per nutrire di giustificazioni il mio

nichilismo.

il mio cinismo nasce da un riflesso incondizionato di autodifesa. demolire

concettualmente qualsiasi cosa è sempre stato un esercizio molto appagante

perché mi ha permesso di affrontare la realtà con un pizzico di sfacciataggine

e presunzione. è una specie di digestivo personale che posso assumere a mio

piacere nelle dosi più adatte alla situazione che mi si presenta. Accompagnato al cinismo c’è il bisogno di esorcizzare la vita scrivendo di lei. un buon metodo per ridimensionare un problema è certamente parlarne e confrontarsi con gli altri. A volte si può dire qualcosa una volta sola e avere la possibilità di confrontarsi con molti: questo è il potere della scrittura. Avrò sicuramente

un’infinita di difetti ma la mia mancanza più grave è quella di non riuscire a lasciarmi andare nel mondo delle emozioni. non che non riesca a costruire un rapporto sentimentale, non sono ridotto così male, ma ho una difficoltà oggettiva a rispondere agli stimoli emotivi, sia che essi siano positivi o negativi. provo una certa rigidità nelle occasioni in cui dovrei esternare le mie emozioni e invece rimango apparentemente inflessibile. poi, come un bambino che va a piangere dalla mamma dopo un litigio con un amico, corro a rifugiarmi nel mio confessionale e comincio a rielaborare ciò che ho vissuto, solo attraverso la mia penna. è come non riuscire a seguire perfettamente il professore durante una lezione e scrivere degli appunti molto disordinati che richiederanno un’attenta revisione a casa. c’è chi riesce ad appuntarsi tutto in bella copia, e chi ,come me, deve sgobbare al pomeriggio per terminare il

lavoro incompleto della mattinata.

tutto ciò che implica una reazione emotiva mi assegna i compiti per casa.

mi sono sempre considerato un ragazzo decisamente altruista, ero sempre

disponibile e premuroso con tutti e ciò non mi pesava. l’aiutare il prossimo

era uno dei miei scopi principali. nutrivo molti ideali, mi sarei definito un utopista, la pace nel mondo era per me un obiettivo raggiungibile attraverso il dialogo e l’impegno di ognuno, non la consideravo una mera illusione. ero il

classico adolescente che aveva appena messo fuori il naso di casa e si sentiva

la responsabilità del mondo sulle spalle. con il tempo e con lo scandire delle delusioni sono arrivato a credere che nella propria vita è già abbastanza

raggiungere la pace con se stessi, figuriamoci quella con gli altri. Pretendere che gli uomini non si uccidano tra loro è come cercare di insegnare ad un lupo a non azzannare una pecora, homo homini lupus. spesso scherzo dicendo che mi sono sempre fatto degli esami di coscienza e che li passavo a pieni voti ma ora se devo descrivere il mio atteggiamento quotidiano nei confronti degli altri e

del mondo mi tocca ammettere di essere diventato un egoista come la maggior

parte della gente. la sofferenza mi ha insegnato a pensare a me stesso, a

badare solo alla mia merda e non raccogliere quella altrui. ho passato anni ad ascoltare i problemi di tizio o caio ed ad accollarmi le loro miserie. e cosa ho ottenuto? un mare di schifo per me. avevo fatto il pieno di tristezze e

appena dovetti affrontarne una personale il mio cervello andò in tilt. ho

sempre creduto di aver fatto indigestione di tutta la merda che avevo dovuto ingollare. ho capito che ad ogni loro confessione la mia anima si raggrinziva come la buccia di una mela lasciata a marcire. fare il confessore ti svuota l’organismo da qualsiasi briciolo di positività, te la prosciuga goccia a goccia. il problema è che quando non hai i mezzi per aiutare qualcuno, ma cerchi nonostante tutto di provarci, alla fine,ti rimane solo l’orribile frustrazione dell’impotenza. l’impotenza di fronte al malessere di una persona è ancora più deleterio di quello che si prova verso il proprio. questo perché verso se stessi non si finisce con il sentirsi in colpa. quello che ho appena detto non voglio approfondirlo perché non mi va di raccontare storie di cui non

ho il diritto di parlare. allora continuerò a narrarvi di me e vi dirò che l’altruismo bisogna lasciarlo a chi sta bene perchè tutto quello che si sente in giro sul fatto che si può guarire dai propri mali, cercando a risolvere quelli degli altri, è una gigantesca bugia. non sopporto le bugie, soprattutto quelle divulgate da chi non sa un cazzo di cosa significhi risalire una china nella propria vita dovendosi caricare sulle spalle anche il fardello di qualcun altro. non siamo tutti Gesù Cristo, non facciamo i miracoli e nemmeno siamo così certi di risorgere dopo tre giorni una volta che siamo stati crocifissi dal dolore!

ho imparato a non prendermi sul serio e a non prendere sul serio nessuno,

nemmeno la vita.

penso che in vent’anni non abbia capito di me stesso quanto ne abbia imparato

negli ultimi due vissuti con la mia ragazza. lei è una santa, mi sopporta dalla mattina alla sera e riesce sempre a vedere il meglio di me in qualsiasi

occasione. incontrarla è stata la mia salvezza. mi ha aperto gli occhi, mi ha

accolto nella sua vita con tutti i miei casini e mi ha insegnato l’amore. mi

sono innamorato di lei dal primo giorno che l’ho conosciuta. sono cambiate

molte cose da allora ma non il mio amore nei sui confronti. grazie a lei sono

riuscito a progettare un futuro, a vedere più in la del mio naso. ho sempre

avuto paura di guardare avanti nella mia vita ma quando siamo insieme non c’è

orizzonte che non riesca a scrutare. ringrazio ogni giorno che sia entrata a

far parte della mia vita e che abbia riordinato la confusione che avevo dentro.

Lei è la mia forza, quando casco aiuta a rialzarmi, quando ho un dubbio mi

chiarisce le idee, quando non credo in me stesso mi infonde fiducia. sento

sempre di non essere alla sua altezza, che non riesca a darle quello che si

merita e a renderla felice. spero di imparare con il tempo e ricambiarle tutto quello che mi dona lei ogni giorno. se penso a lei il mio cinismo fugge imbarazzato, la mia durezza viene pian piano piegata e vinta. lo so, sono un pezzo di ghiaccio, ma mi sto lentamente sciogliendo. vi ho già parlato di quella questione che riguarda il mio carattere e che spesso mi spinge ad essere indifferente alle emozioni, siano esse piacevoli o sgradevoli. quando si tratta di amore e di dimostrare affetto queste mie mancanze affiorano prepotentemente.

a volte mi sento come l’uomo di latta in cerca del proprio cuore ma io so

benissimo dov’è il mio, l’ho donato alla ragazza che amo. quando ero più

piccolo ero così ingenuo e disincantato che ad una vigilia di Natale quando mi

venne chiesto di scrivere su un foglietto il mio desiderio per il giorno e

l’anno seguente, scrissi soltanto: “vorrei incontrare la ragazza nei cui occhi riesca a riscoprire me stesso”. quel desiderio si avverrò qualche Natale dopo ma l’importante è che si realizzò.

questo libro non avrebbe avuto alcun senso se non vi avessi parlato di lei,

non che pretenda che ce l’abbia per forza, poiché uno dei motivi per cui decisi di iniziare a scriverlo fu anche perché un giorno mi disse che avrebbe avuto piacere di leggere il mio primo lavoro. quella sera rimasi colpito da quella sua affermazione e le confessai che avevo atteso quel giorno da parecchio tempo e che il fatto che se la sentisse di sfogliarlo significava molto per me. Mi sentivo pronto a raccontare una nuova storia. forse non si è mai pronti per scrivere qualcosa ma a volte basta solo credere di esserlo per poter buttare giù qualche riga. un libro non rappresenta mai l’inizio di qualcosa, è soltanto una conclusione. e poi ci sono delle giornate in cui bisogna prepararsi ad evacuare le nostre certezze e fare posto all’insicurezza e all’incertezza.

quando il dubbio si insinua fra le maglie della propria coscienza non si sa più in cosa credere, dove sbattere la testa, a chi o cosa appellarsi. solo

perdendosi, smarrendo la via, si può provare la soddisfazione diversi e

migliori.

ovviamente non bisogna desistere dal ricercare. nella filosofia greca si poteva leggere che una vita senza ricerca non vale la pena di essere vissuta. Vorrei fare una precisazione personale: secondo me l’unica vera ricerca è quella esistenziale.

chi non si mette mai in discussione, chi crede di essere sempre nel posto

giusto al momento giusto, chi si guarda allo specchio e non si vede mai

cambiato, chi non si pone domande e non ha bisogno di risposte, costui, si sta

lasciando morire più velocemente di chiunque altro.

Alcuni giorni mi sveglio e ho l’impressione di avere un buco da qualche parte, non nel sedere,da cui mi sgorga la linfa vitale ora dopo ora. Alla sera mi sento stanco, non una stanchezza fisica, ma una fiacchezza di spirito. Non so spiegare da cosa dipenda. Giornate normalissime, vita normalissima, niente di particolarmente avvilente. Credo che forse, per alcune persone, quelle che sanno fingere di meno, la vita sia effettivamente deprimente. Spesso ci chiediamo il

perchè o l’origine del nostro scoramento senza farci mai sfiorare dal pensiero

che sia la vita stessa la risposta a tutte le nostre domande. La felicità forse non è naturale, forse non la raggiungiamo mai e ancora più forse è

semplicemente una forzatura. Un modo qualunque per definire quei momenti che

non ci sembrano che appartengano a questo mondo. Un paradiso partorito dalla nostra mente per farci rifocillare dalle angosce più profonde. Non sono un

religioso e questo l’avrete intuito ma sono sempre rimasto folgorato dalla

storia del peccato originale narrata nella bibbia. L’unico vero dono che l’uomo non aveva ricevuto era la conoscenza. Una volta ottenuta l’umanità si è condannata per l’eternità. In questo mi trovo molto d’accordo con il libro sacro. Oggi ne parliamo ancora, si discute di quale sia il male che affligge il genere umano. Si fanno mille ipotesi e si cercano le spiegazioni più disparate.

Secondo me il vero male dell’uomo si nasconde nella conoscenza e da essa trae

tutto il suo potere. Chissà quanti avrebbero preferito vivere in un pacifico mondo di ebeti piuttosto che in un campo di battaglia di cervelloni.

Sogno di trovarmi in mezzo ad un lunghissimo viale e sono immerso in una folla indaffarata e frenetica. Comincio a sentirmi mancare il respiro, le voci

intorno a me si trasformano in suoni simili al ragliare degli asini. Preso

dall’affanno mi metto ad urlare: “Hey voi dove cazzo credete di andare?! Siete

tutti in trappola ed è inutile che spingete per arrivare prima! Siete solo

degli sporchi piccioni in cerca di qualche briciola!”. All’improvviso le

grida mi si soffocano in gola e comincio a tossire, sto soffocando. Dalla bocca

mi escono piccole piume grigie, me le sento salire dall’esofago. Proprio in

quel momento mi sveglio e dopo qualche minuto di riassestamento mi giro

dall’altra parte cercando di riprendere sonno convinto che un incubo a notte

basti e avanzi.

Solo quando cammino di notte lungo una strada deserta e desolata, come una

puttana in un mondo senza marciapiedi, mi sento veramente solo con me stesso.

E’ una scenografia a cui la mia riflessività non è in grado di resistere. In quei momenti mi fluiscono alla memoria i ricordi più impensabili. Spesso arrivo a delle conclusioni interessanti che in altri luoghi o in altre ore del giorno non sarei mai riuscito a formulare. La vita è proprio strana. A volte si manifesta nella sua crudeltà e fuggevolezza e siamo tentati a sprecarla, quasi a volerle fare un torto. Altre, invece, ci lascia esterrefatti, vorremmo viverla in ogni suo istante, nutrirci di lei senza lasciarne alcun avanzo alla morte. Il nostro rapporto con la vita è a dir poco bizzarro. Non sappiamo neanche noi cosa vorremmo da lei ma cerchiamo sempre di trovarci qualcosa di sbagliato. Non si dovrebbe leggere nulla sulla vita, non bisognerebbe mai giudicarla, costringerla a prendere forme e sfumature secondo le nostre speranze.

Ovunque vedo fare scempio della parola vita. Diffidate di chi ne fa troppo

uso, vi dirà solo ciò che volete sentirvi dire. La vita è sopravvalutata. Credo che solo le persone che vivono in zone del mondo, in cui ti svegli la mattina senza sapere se potrai riaddormentarti la sera, sappiano il suo significato più profondo. Anche in tempi di guerra è così, me lo raccontava sempre mio nonno.

Nessuno aveva la certezza di riuscire a sopravvivere fino alla sera. Ogni

giornata era una giornata buona per morire. In condizioni del genere si può

dire di aver guardato in faccia la vita. Non a molti viene dato il privilegio

di poter raccontare una simile esperienza. Forse con il sopraggiungere della senilità, ma anch’essa è una concessione molto rara. Dicono che la vita sia un dono inestimabile, secondo me è semplicemente un accidente. Vorrei vedere come riuscireste a spiegare, ad un bambino africano dalla pancia gonfia e pieno di mosche, quanto sia meraviglioso il regalo della vita. Bisogna avere il privilegio di poterla pensare in un certo modo.

Credo che in un certo senso la filosofia sia semplicemente la storia del

pensiero altolocato, di chi poteva permettersi di pensare insomma. Ho sempre avuto questa sensazione sgradevole pur avendo apprezzato gli studi filosofici.

Oggi ho l’emicrania, sarà colpa del cielo, della luce bianca filtrante dalle

nuvole, sarà colpa mia perchè non dormo abbastanza o di dio che voleva punirmi

in qualche modo per aver inveito contro di lui. Se a dio fischiassero le

orecchie ogni volta che ne parlo male, ormai, avrebbe i timpani sfondati. Senti

questo fischio signore assenteista! E’ una giornata come tante, quei giorni

vuoti che si deve sudare per riempirli, in cui potresti fare di tutto ma che

alla fine passi metà a letto e l’altra metà a non fare un cazzo. Amo il mio

nuovo appartamento. Ho preso una stanza singola in un condominio appena dietro

la mia università. Convivo con altri quattro ragazzi molto in gamba e

simpatici, quei tipi di coinquilini con cui puoi parlare di tutto, molto di

compagnia e socievoli. Niente a che vedere con l’appartamento in cui vivevo

prima. Era una topaia buia e vecchia, le pareti si scrostavano e l’odore di

muffa era veramente pungente. Per non parlare dei coinquilini, dei musoni

cronici che non parlavano mai, sporchi, disordinati e apatici come una tazza

del cesso. La mia ragazza ed io ci eravamo trasferiti li perché quando eravamo andati a cercare casa ci eravamo presi in ritardo e per necessità ci siamo dovuti accontentare di quello che passava il convento. L’appartamento era in pieno centro e quella era l’unica caratteristica a suo favore. Per il resto non era accogliente, non era un posto che avresti potuto chiamare casa, non era niente, solo un buco di merda.

L’inizio dell’anno è stato difficile e pieno di problemi. Mi sentivo un pesce

fuor d’acqua, e avevo scelto io di uscirne. Ero irrequieto e avevo l’intima

convinzione di aver sbagliato tutto di nuovo, di non aver scelto la strada

giusta. Ma ormai non potevo tirarmi indietro, ero salito su quel treno. Forse questa idea che mi ero fatto, l’idea di non poter tornare più indietro, mi causò l’agitazione nei mesi successivi. Non mi sentivo sereno, non mi sentivo nel posto giusto, volevo essere altrove. L’insoddisfazione che nasceva dal risentimento di non poter fare nulla per evitare quello che avevo iniziato mi stava cominciando a scavare un buco dall’interno. Vivevo una lenta ma irrefrenabile erosione dell’anima. Non voglio sembrarvi catastrofico o

esagerato ma mi sentivo così. Intrappolato con le mie stesse mani. Ero

l’artefice del mio disagio, il passato era tornato a bussare alla mia porta.

Quando ti senti con le spalle al muro e vorresti chiudere gli occhi per non

assistere alla tua stessa vita si prova tristezza e rabbia allo stesso tempo.

Quel malessere veniva da lontano, l’avevo già incontrato e pensavo di averlo estinto. Credevo che l’esperienza mi avesse insegnato ad affrontare un vecchio nemico ma in realtà non fu così, venni conquistato e depredato in poco tempo.

Rimasi spoglio, ferito quasi mortalmente, non avevo più nulla da dire come se mi fosse stata fatta una lobotomia, ero solo impaurito e spento. L’incubo iniziava quando era ora di alzarsi la mattina, sentivo una stretta allo stomaco che mi impediva di abbandonare il letto, un vero e proprio morso immobilizzante. E’ una delle sensazioni più sgradevoli che abbia mai provato nella mia vita. Mi vedo li, a letto, con gli occhi aperti, mi sembra che cerchi di alzarmi ma qualche forza misteriosa mi tiene incollato al materasso spingendomi sulla fronte verso il cuscino. Non ho mai fatto dormendo incubi peggiori di quelli che ho dovuto vivere stando sveglio.

Qualche volta sarebbe meglio non alzarsi dal letto la mattina. Giornate

riempite di problemi, discorsi, incazzature, umiliazioni, delusioni, giornate che era meglio non vivere. sono convinto che se potessero dormire 23 ore al giorno la maggior parte delle persone si alzerebbe solo per andare al cesso e a mangiare. vedere passare il tempo è sicuramente meglio che cercare di

riempirlo. vedo tutto senza un senso, costretto a vivere in un mondo che va più veloce di me. sono lento, la mia esistenza va al passo di lumaca mentre tutto intorno a me accelera pericolosamente. programmi da osservare, scadenze da rispettare, impegni a cui non poter mancare, tutto va a rotoli e corre verso il nulla mentre noi ci impegnamo a far si che tutto vada nel verso giusto. Il verso è sempre quello sbagliato. crediamo di crescere mentre è tutta un’illusione, l’unica cosa che ci aspetta è il degrado. non sono mai riuscito a gestire la mia vita, ho sempre avuto qualcosa che non andava, ho sempre affrontato la vita con arrendevolezza, supinamente, cosciente del mio destino, il destino di tutto. ho fatto tante cose con la convinzione che non ne valesse la pena. la vita per me è come un gioco a cui mi son stufato da tempo di partecipare ma da cui non posso esimermi perché alcune regole non lo

permettono. fare a pezzi qualsiasi cosa è l’unico modo per sopravvivere se hai

un carattere come il sottoscritto. se affronti la vita con apatia o con poco

entusiasmo devi per forza trovare un modo per vendicarti di lei, esprimere il

proprio rancore in qualche modo. E allora nascono le frasi più ciniche, gli

aforismi più amari, i pensieri di pura distruzione.

E vaffanculo a chi ti dice sempre come devi vivere la tua vita, a chi crede di

aver sempre buoni consigli, a chi non resiste mai alla tentazione di dire la

propria su qualsiasi cosa, a chi pensa di non aver sbagliato nulla nella sua

vita, a chi non perde mai la rotta, a chi sa sempre tutto, svegliatevi, la vita è troppo corta per ascoltare il parere di tutti, ascoltate solo il vostro cuore e il resto che vada come deve andare.

La mia vita è costellata di situazioni che mi fanno sentire un vero

deficiente, un imbranato, momenti in cui mi sembra di non essere all’altezza di

nulla, di essere stupido e insignificante. In quegli istanti mi sento vero, una formica lavativa immersa in un formicaio laborioso ed indaffarato.

Siamo stati cresciuti all’insegna del senso di colpa. Secondo me è una gran

puttanata, un’invenzione della coscienza per non collassare su se stessa. Un

piccolo Raskolnikov risiede in ognuno di noi e puntualmente ad ogni nostra

azione ci tormenta e attanaglia come fossimo dei veri criminali. Non dico che

non lo siamo, soprattutto verso noi stessi, ma preferisco pensare che la

responsabilità di ciò che facciamo sia più importante dei pentimenti o dei

ripensamenti che le susseguono. Nella maggior parte dei casi invece le azioni

finiscono con l’essere poste in secondo piano e il piatto forte delle

discussioni sono gli effetti psicologici che esse sono riuscite a provocare.

Cosa sarebbe successo se? Ma sarà stato il caso di? Tutte cagate. Quando fai

una cosa sai benissimo la reazione che otterrai. L’essere umano è così

subdolamente falso che preferisce riparare agli effetti, che aveva già

previsto, con smisurate dosi di parole. Sono tutte precauzioni prese per non

rischiare di cadere nella fossa dei sinceri. Non esistono santi su questa terra e quelli che chiamate in quel modo sono solo persone che hanno saputo

mascherare bene i loro peccati.

Non credo di essere un vero scrittore ma sono sicuramente infatuato dall’idea

di esserlo. Mi capita spesso di fermarmi a pensare, durante le mie giornate, a

che cosa avrei mai potuto scrivere di quel preciso momento che stavo vivendo.

E’ una cosa assurda ma sono convinto che prima o poi dovrò raccontare la mia

vita in ogni minimo particolare a qualcuno e quando arriverà quel giorno potrò dire di essermi già preso avanti col lavoro. E’ più forte di me, raccontare simultaneamente la mia vita mi ha sempre dato la sensazione di far parte di una qualche storia, forse la mia, di essere un personaggio abbastanza importante.

Sono affascinato da questo modo di affrontare la vita, come se dovessi

raccontarla a me stesso passo dopo passo e fosse essenziale trovare le parole

per farlo. Il mio sogno sarebbe quello di far invecchiare le pagine dei miei

diari al posto mio, rimanere sempre fresco e giovane come Dorian Gray. Non

essere afflitto dal corso naturale della vita, bloccare qualsiasi decadimento

biologico soltanto con la forza delle parole. Maggiore sarà l’accuratezza e la

veridicità dei racconti e minore l’impatto del tempo sulla mia carne.

Un’autobiografia per la salvezza del corpo e la condanna dell’anima. Un diario è anche molto più semplice da nascondere, più piccolo,più personale e

soprattutto non è stato fatto da qualcuno che potrebbe essere a conoscenza del proprio segreto. Concedersi a qualsiasi tentazione ed abbandonarsi ad ogni sorte di vizio, una specie di paradiso terrestre in cui nessuna azione peccaminosa potrà mai avere un effetto indesiderato.

Spero un giorno di avere il privilegio di assistere alla scomparsa della

nostra specie e sono convinto che avere di essa una cattiva opinione sia

l’unica forma di saggezza. Quando l’odio verso il prossimo svanisce significa

che non ci si sente più attaccati alla propria specie tanto quanto le scimmie

ai cavalli, forse è un traguardo o forse è una forma di assuefazione alle

singole persone che frequentiamo quotidianamente. Se potessimo avere di fronte un prototipo dell’essere umano credo che inorridiremo. Sono al corrente del fatto che spesso colui che scrive può essere influenzato irrimediabilmente

dalle letture fatte in precedenza ma allo stesso tempo sono dell’idea che, se

leggere equivale a pensare con la testa altrui, ringrazio il cielo di poter

ragionare secondo le opinioni di qualche mio autore preferito piuttosto che

come alcune teste di cazzo che ci sono in giro. Il punto è che nemmeno le

parole sono nostre, sono già state usate in altri milioni di modi, sono stati

già scritti infiniti pensieri, non c’è più niente di nuovo dal fronte della

creatività umana. Possiamo solo limitarci all’imitazione, all’emulazione, a riscrivere o a ripetere cose già dette, esperienze già vissute. Non dobbiamo mai sentirci speciali e unici ma questo non vuol dire che non dobbiamo illuderci di esserlo. Siamo macchine perfette ma che sono già state prodotte da tempo, non abbiamo funzionalità diverse da quelle che sono ferme nella discariche che chiamiamo cimiteri. Andare in cimitero è un’esperienza orribile.

Vedi tutte queste lapidi che ti osservano e ti vorrebbero raccontare quanto ti assomigliavano in passato ed io, tra loro e me, non vedevo che il tempo. Prima o poi osserverò anch’io chi mi poserà i fiori sulla pancia o meglio accanto alle mie ceneri e sperò che l’unica cosa che possano pensare sia che mi sia meritato quel lungo riposo. Non vorrei mai essere sepolto, la trovo un’usanza barbara e antigienica. Chi vorrebbe marcire tra i vermi sotto mezzo metro di terra? Io no di certo. Voglio diventare cenere un giorno. Cosa vorresti fare da grande? La cenere. E vorrei essere sparso qua e la in un bosco. Concimare la terra e permettere a dei bellissimi fiori di sbocciare sarebbe la fine più bella che potrei desiderare.

Quando voglio dire qualcosa la dico in qualsiasi modo mi venga in mente e non mi nego la possibilità di utilizzare espressioni usate da qualche altro scrittore da strapazzo che ha saputo rendere il suo pensiero in una forma molto più diretta di quella che riuscirei a trovare io in tutta la mia vita. Sarò schietto con voi, non faccio delle citazione lo scheletro del mio racconto. Piuttosto preferisco credere che, data la loro influenza su me stesso, siano come una voce fuori campo, uno spirito inconscio che vuole lasciare una traccia del suo passaggio. In fondo non ho mai letto nessuno che non fosse platealmente corrotto dalle idee altrui, dallo stile, dall’oggetto del racconto. Trovi sempre di tutto in tutto. E allora vaffanculo! Alla 25 riga del secondo paragrafo hai parlato di questo facendo riferimento a quest’altro che a suo volta era stato citato da quell’altro… Si l’ho fatto! Accetto le critiche ma non le osservazioni idealiste su come un testo possa essere originale solo se è assolutamente incontaminato. Credo che sia una grande cazzata e che basterebbe studiare tutto lo scibile umano per rendersi conto che tutta la merda che è stata scritta è rimasta merda perché il buco da cui proviene è sempre lo stesso.

 

Soffrendo si impara a vivere, a convivere con la vera faccia della vita. Il dolore ci costringe a cercare un rifugio, un anestetico, qualcosa che ci aiuti a sopportare le disgrazie che dobbiamo affrontare lungo il nostro cammino. Forse diventare adulti significa prendere coscienza del fatto che la vita non è un gioco, una festa continua, un passatempo piacevole. Una volta entrati nel mondo vero si prova tutta la vita il desiderio di tornare indietro, di non varcare quella fatidica porta. Come spiegarmi se non riesco neanche a capirmi. Sono un fottuto incompreso che tenta, ogni giorno che passa, di strappare una cazzo di risposta dalla vita, un segno, un messaggio, ma niente. La vita non mi suggerisce nulla, mi fa solo incazzare per la sua malignità, per la sua capacità di offendermi continuamente, di schiaffeggiarmi senza ritegno. Non sono un fan della vita, un adoratore del genere umano, un uomo che ha l’anima talmente buona da dire che va tutto bene, che tutta procede come doveva andare. Non dovevano andare così le cose, non volevo essere quello che sono. Questo è il classico momento da femminuccia in cui mi lagno di me stesso. Non posso fuggirne, ho bisogno di pensare che vada tutto di merda per poter capire cosa si possa salvare nella mia microscopica vita. Tutti sono affascinati dall’eterno, dall’infinito, dall’irraggiungibile. Non so come fanno questi poveri idioti a non guardare solo alla fine del loro naso. Non c’è nulla intorno, siamo dei puntini che vogliono epslorare il piano in cui sono stati posizionati ma che, pur spingendosi al limite della loro dimensione, non hanno una benché minima idea di che cazzo sia un punto. Non ci conosciamo ma vogliamo conoscere oltre. Assurdo. L’uomo mi stimola solo perplessità, non riesco a decifrarlo, non lo capisco e continuerò ad apprezzarlo per quello che non è. Ora ho solo voglia di urlare, sono stufo, mi sento come un uomo bicentenario, amareggiato e deluso da tutto. Occhi persi nel vuoto, pensieri sconfusionati, emozioni congelate, speranze affogate, sogni stroncati, poco tempo per fare tutto e troppo per fare una cosa sola. L’impotenza di fronte a quello che rimane, quello che si è risparmiato, non sapere la mossa successiva da fare. Una partita a scacchi contro se stessi, re contro re. Non si va da nessuna parte, si cerca solo di fare meno schifo di quanto si possa. Perchè non avere un obiettivo? Perchè non essere come tutti che sperano in qualcosa e agiscono di conseguenza? Perchè essere così sfacciatamente antiumanisti? A pro di chi o che cosa? Non sto dalla parte di nessuno, forse nemmeno dalla mia, quindi non saprei proprio come giustificare o rendere discutibili queste domande. Però volevo farle e le ho scritte, puro divertimento masochista. Non ho mai saputo cosa fosse l’autostima, quella vera s’intende. Ogni tanto sono orgoglioso di me, mi pavoneggio, ma sono attimi di pura comicità in cui né io né chi mi sta accanto ci crede sul serio. Faccio finta di sentirmi importante, di essere il primo, ma sono tutte cazzate. La verità è che gli sconfitti hanno sempre bisogno di scherzare perchè altrimenti, se dovessero affrontare la realtà per come essa è, si sarebbero ammazzati nella culla. A me non interessa quello che penserete di me, non sono in cerca di conferme o di smentite, quello che leggete è solo uno sfogo, qualcosa che provo visceralmente ma che non è detto che possiate condividere, anzi, è improbabile. Ognuno ha il suo fottutissimo modo di vedere le cose, il mondo, la realtà, nessuno può giudicare le sensazioni altrui. Ho il massimo rispetto per chiunque mi possa dire che la vede in un modo o in un altro, io ci credo. Non è detto che sia d’accordo ma pur non avendo valori e credendo nel nulla sono affascinato da coloro che hanno in testa qualcosa di molto ben definito e strutturato. I profeti sono intriganti, faresti di tutto pur di spogliarli dei loro vaneggiamenti.

Ho sentito e visto un sacco di persone provare a spiegare il significato del tutto ad un essere umano. Qualsiasi tentativo è sfociato in una carneficina. Qualsiasi grande azione umana finisce nel sangue. Perchè muoversi? Perhè cercare di progredire? Perchè voler mettere d’accordo tutti? Lo spirito di ricerca ci ha portato alla bomba atomica, mi sarei fermato all’invenzione del letto. Sul letto puoi dormire e fare l’amore. Di cosa ha bisogno in più l’uomo? Tutto il resto è superfluo, pleonastico, oserei dire masturbazione dell’intelletto. Secondo alcuni dio ci ha creato, secondo me noi abbiamo il compito di distruggerci. Se no quale antagonismo o sfida potremmo avere nei confronti del supremo? E’ l’unica opportunità per non essere al suo pari, essere poveri blasfemi in circolazione. L’uomo non dovrebbe elemosinare la bontà di dio, dovrebbe voltargli le spalle e fregarsene del perdono, fare quello che gli pare senza aver paura di inutili prediche da un padre ormai in pensione da mellenni. La sregolatezza fa dell’uomo un vero animale, una bestia unica nel suo genere, un prescelto che rifiuta la propria elezione. Siate dannati perchè non c’è miglior compagnia di chi è destinato all’inferno. Le prigioni del paradiso sono gremite. I migliori sanno affrontare a testa alta la loro condanna. Alla fine siamo tutti un pozzo di rimpianti, vorremmo aver fatto questo o quello quando invece non abbiamo fatto un cazzo. Non riesco ad immaginare un essere umano agli sgoccioli senza almeno un pizzico di disillusione. Mi sembra impensabile ed impossibile. Tutti saremo arrivati a quel punto prima o poi, chi prima e chi dopo. Nessuno può scampare alle delusioni, ai colpi nel didietro. Quando non riesco a dormire la notte e non ho le forze di alzarmi la mattina mi sento sempre più vicino al significato della vita. La notte è il momento migliore in cui vivere, la mattina è l’occasione che abbiamo per non essere i protagonisti di una nuova e inutile giornata. Distinzione tra tempo perso e tempo guadagnato, la notte ci fa incassare e la mattina pagare, tutto qua. Odio contare le pagine che ho scritto perchè mi sembra sempre di aver detto troppo, di essere scaduto nella ripetizione, di aver innalzato un altare alla banalità. Forse non è così o forse si, questo sta a voi deciderlo. Ascoltatemi finché ho inchiostro, finché ho parole, finché la mia storia non diventi tremendamente silenziosa. Dovrei parlarvi di tutte le persone importanti della mia vita? Non credo proprio. Penso di avervi già detto abbastanza e che il resto possa essere catalogato fra i miei segreti. Non si può dire tutto perchè se no si rischia di dire la verità. E sappiamo benissimo che la verità non piace, è ingombrante, la definirei una suocera invadente, tanto per farmi capire. La domanda è, cosa volete da me? E la risposta potrebbe essere, cosa voglio da voi? Non credo che nessuno debba richiedere nulla e l’unica cosa che posso dire è che se siete arrivati a questo punto del mio libro ormai potete considerarvi dei lettori coraggiosi ed intraprendenti. Sinceramente credo che la maggior parte si fermerà ben prima. Alla fine è tutto così palloso, tedioso, non racconto nulla di eccitante, niente che ti faccia rizzare l’organo della vita. Chi mi segue però vuol dire che un po’ si rispecchia in me, che, pur essendo un riflesso scomodo, in un qualche modo riesce a riconoscersi in quello che dico. Se un libro non vi piace, abbandonatelo senza ritegno, non abbiate paura di ammetere che non riuscivate a leggerlo. Ho incontrato spesso persone che non erano in grado di lasciare un libro in sopseso. E’ solo una questione di orgoglio. Non siate timidi quando si tratta di gusti, fate valere il vostro! Non vi sto incitando a dedicarvi a qualcuno meno stressante di me

ma sto solo cercando di immedesimarmi nel lettore e non solo nello scrittore.

Mi sono sempre detto “fai quello che ti pare” l’importante è che non illudi nessuno all’infuori di te stesso. Questa è una delle cose che non riuscirei a sopportare, illudere qualcuno, proprio perché è l’ultima cosa che vorrei fosse fatta a me.

Sono in un periodo molto particolare della mia vita, mi sento strano, ho l’impressione di non avere in mano la mia storia, di essermi fatto trascinare dagli eventi in qualcosa di più grande di me. Mi vedo ai piedi dei miei ostacoli, cammino circolarmente pensando a come superarli ma ritorno sempre al punto di partenza. Sembra quasi che abbia in qualche modo fermato il mio tempo, tutto intorno a me scorre, ma io invece sono immobile e osservo tutto come se nulla mi appartenesse. Ogni tanto ho paura che le ferite del passato, per cui ora non riesco a provare dolore, siano ancora aperte e che non sia mai guarito dai miei mali. Per questo motivo mi sento spesso estraneo alla mia vita, un fantasma che accompagna invisibilmente il proprio corpo senza essersi accorto di essere morto da un pezzo.

Un giorno spero di guarire da questa insofferenza esistenziale, da questa malattia dell’anima. Gli unici due colori della mia vita sono l’amore e la scrittura. L’amore per la mia famiglia, l’amore della mia ragazza, l’affetto dei miei amici, l’immensa liberazione di poter raccontare le mie vicissitudini interiori. Non tutti possono dire di aver provato la vera follia, andare fuori di testa, uscire dalla realtà e non riuscire più a rientrarvi.

A me è successo e sono riuscito a tornare indietro. Ricordo tutto come fosse stato un lunghissimo incubo ad occhi aperti. In quelle condizioni si fanno associazioni di idee assurde, non si dorme, si crede perfino di essere dio. E’ un’esperienza unica sentirsi onnipotente e onnisciente, qualcosa che avrei voluto provare senza aver dovuto stare così male. Quando non si riesce più a sopportare la realtà, la mente si ribella e ne esce improvvisamente. E’ come essere seduti in una giostra. Quando essa comincia a girare troppo velocemente, per effetto della forza centrifuga, veniamo catapultati lontano. Una volta in piedi è come essere entrati nel paese delle meraviglie, nella tana del bianco coniglio. Succedono molte cose nel mondo della follia, tra queste, per esempio, vari tipi di allucinazioni, visive ed uditive, qualcosa che è difficile anche solo immaginare. Ero in overdose di realtà, ma come tutte le droghe, dopo essere stato di merda, ne volevo ancora e ne volevo sempre di più. Con gli anni la resistenza alla vita è aumentata, la mia sopportabilità si è adattata alle condizioni più spiacevoli, sto lentamente imparando a convivere con me stesso. A parte tutto quei momenti sono stati veramente umilianti, mi sono reso ridicolo davanti a tutti, mi vergognavo di me stesso, è stata una sconfitta amara e dolorosa. Da allora ho sempre cercato una rivincita, ero motivato ed incazzato, provavo un rancore nero verso la vita stessa. Sto ancora preparando la mia vendetta, l’aspetto, questo libro è la mia lettera intimidatoria.

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