Sulkawa

Stelle finalmente, tante, come sul telo color notte del Natale, appeso ai quattro angoli della stanza piccola e concavo al centro, sulla capanna. Stelle finalmente, oscurate per anni dalla città,  brillanti in un modo eccessivo. Nicola doveva ammetterlo, si stava emozionando, per la seconda volta in vita sua, e si accorgeva di una leggera tachicardia, quasi un fremito, e di una brezza leggera nel midollo spinale, come il giorno del suo primo incontro con Marta lungo il Tevere. Poi mai più. Da non credere. Un intervallo lungo ed assurdo, assurdamente lungo. Anni. Più di trent’anni. 

Nicola passeggiava in tondo intorno al piccolo cottage di legno sulla riva del lago, ogni tanto si fermava, guardava in alto, poi respirava in profondità, come aveva fatto una volta sola in vita sua, ad una lezione di yoga omaggio. Non ricordava altri respiri, altre emozioni. Il freddo gli entrava nei polmoni e provocava dolore, come un iceberg che avanza rompendo un muro di fango e detriti a metà torace. Oltre il muro, una scossa ghiacciata. Nicola schiacciava quel punto con le mani sovrapposte. Era un dolore piacevole, una liberazione. La notte, di contorno, aveva un profumo forte di muschio, come un liquore al cumino. L’aveva assaggiato in una bettola con Marta, il secondo ed ultimo incontro, ma non gli era piaciuto, e neppure l’incontro. Marta era una donna impegnativa, troppo sensibile, strana, strana come quel liquore. Lui doveva lavorare, mangiare, dormire, andare in palestra, e con regolarità, la massima regolarità, orari stabiliti anche per evacuare e pisciare. Non poteva frequentare bettole e sbronzarsi. Non avrebbe funzionato. Però le tornava in mente, ora, come un collegamento automatico ai sensi ritrovati, alle narici, alle labbra secche per il gelo. Si accorgeva, strano, che stava desiderando la saliva di Marta, per ammorbidirle. L’avrebbe bevuta, e le avrebbe chiesto di produrne ancora. L’avrebbe succhiata dalla sua lingua e dal suo palato, ed ingoiata.

 

Sulkava era diventata purificazione.

 

Acqua, scrosci d’acqua, improvvisi e veloci, poi il sole, e quelle patine d’arcobaleno sospese a mezz’aria, sovrapposte.  Il paesaggio sembrava irreale, fluttuante, catturato come da un filtro di una reflex d’ultima generazione. Strano. Nicola si accorgeva di quanto era difficile recuperare con la mente le immagini dell’incendio, il suo lavoro distrutto, la sua disperazione di fronte all’ impossibilità di rimettere in piedi tutto allo stesso modo. Sulkava s’intrometteva. Non sarebbe stato un intermezzo, lo sapeva, ma un necessario lavaggio del cervello effettuato in ogni ansa, prolungato, senza una data di ritorno.  

Nicola era seduto sulla riva del lago, sulla panca di legno bianco, i gomiti appoggiati alle ginocchia e le mani schiuse a tulipano sul volto. La barca era ancorata poco più in là. Non era capace a remare, non l’aveva mai fatto, neppure una volta in vita sua, nemmeno con una canoa.

Poi gli occhi si sono chiusi. Nicola si è disteso sulla panca. Il sole è penetrato oltre i suoi abiti ed oltre la pelle, e l’ ha nutrito, come una flebo, per alcune ore. Poi Marta è arrivata senza rumore, ha sfilato ogni bottone da ogni asola, ha slacciato la cintura, e lo ha baciato, inumidendolo con la sua saliva, fino a sera.

 

Sulkava era diventata calore.

 

Muschio, muschio bianco, argentato, come riflessi di luna a luna spenta, un tappeto di muschio su cui passeggiare senza scarpe. Da non credere. Lì, a pochi passi dal cottage sul lago. Nicola si percepiva come un essere riemerso da un cadavere di un robot. Sentiva il muschio sotto i piedi nudi. Lo sentiva. Anche i suoi piedi erano diventati sensibili, come i suoi occhi ed il suo olfatto. E godevano dell’umido morbido di un sogno reale. Strano. Passeggiava nel silenzio. Regnava il silenzio, denso di rumori infinitesimali, quasi impercettibili. Senza quei rumori sarebbe stato solo vuoto inquietante, il silenzio di un sordo. Poi, brevissimi squilli acuti, ripetuti ad intervalli irregolari da qualche volatile sconosciuto che forse lo stava osservando. In quel bosco era impossibile perdersi. Pulito, alberi distanziati, nessun sottobosco intricato ma solo muschio. Vedeva Marta passeggiare fra gli alberi, in lontananza, con un abito di velo trasparente sul corpo nudo. Le mancava, anche se l’aveva incontrata solo due volte e non era adatta a lui. Aveva perso per lei ben dodici ore di lavoro, inammissibile, e questa preoccupazione aveva perforato quelle dodici ore come un tarlo. Non aveva neppure ascoltato da lei alcuna parola. Eppure raccontava con enfasi, con entusiasmo. Ma non era abituato ad ascoltare, non gli interessava ascoltare. Nicola continuava a passeggiare, allontanandosi sempre di più nella direzione opposta al cottage.  Sentiva solitudine, doveva ammetterlo, inframmezzata ad un alternarsi armonioso di ombra e di sole, squarci di sole fra gli alberi. La giornata era lunga, poteva camminare ancora, fino a sera.

 

Sulkava era diventata espansione.

 

Marta era arrivata dopo due giorni, zaino, sacco a pelo, occhi blu. Andava verso l’estremo nord, a piedi. Aveva un nome incomprensibile, capelli biondi corti, buste di minestra liofilizzata nello zaino e barrette energetiche. Ha preparato cena lei quella sera. Poi si è infilata nel letto di Nicola e l’ ha invitato ad entrare. Nicola parlava di sé, per la prima volta in vita sua, senza alcun accenno all’uomo che era stato. Si vergognava. Ed ascoltava lei, ridendo. Avventure di libertà, scenari mozzafiato, luoghi sacri, villaggi di pescatori, bolle ai piedi ed abiti zuppi di pioggia. Da non credere. Per lui, in trent’anni, solo lavoro, mangiare, dormire, palestra, con regolarità, la massima regolarità, orari stabiliti anche per evacuare e pisciare. E per trent’anni lo stesso ambiente, costretto al massimo in trenta chilometri quadrati, un fazzoletto, una scatola, se si considera anche un po’ d’altezza, ma senza cielo. Nicola non osava toccarla. Non voleva far brutta figura. A mezzanotte lei ha chiuso gli occhi, stanca, incastrando la testa sotto la sua ascella e passandogli un braccio sopra il giro vita. Nicola non ha chiuso occhio, ed è rimasto immobile fino all’alba, come una statua.

 

Sulkava era diventata contatto.

 

Il giorno dopo la ragazza dai capelli corti è ripartita, ringraziandolo con un bacio sulle labbra, umido di saliva. Andava a piedi all’estremo nord, tappa successiva Kuusamo, la porta della Lapponia. Forse due tappe intermedie brevi, non di più, al calar del sole.

Nicola sapeva con certezza che non avrebbe mai più varcato all’indietro quella porta di casa sbattuta con rabbia dopo il ricovero, ustioni di terzo e quarto grado. Non avrebbe mai più ricostruito l’ufficio, né rimesso in piedi il suo cadavere. Aveva sufficiente denaro per andare avanti. Ringraziava solo il cielo per quell’incendio, e per quell’opuscolo sfogliato con noia in corsia “Finlandia – diario di un viaggio”.

 

Sulkava era diventata possibilità.

 

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