Senza una Parola

La ragazza magra con i capelli neri e lisci si era seduta al suo fianco destro. I capelli neri, scalati e più lunghi dietro al collo. Un abito rosa. Il profilo spigoloso, affermativo, naso e mento decisamente in avanti.

Io ero seduto al suo fianco sinistro. Ero arrivato al cinema un quarto d’ora prima. Penultima fila. Venti persone in sala. Forse.

Tutte davanti.

Queste due che si siedono a fianco a me nonostante 380 posti liberi.

Io di qua. Quella volitiva dai capelli neri scalati di là. In mezzo la biondina con il volto dolce e inespressivo da divinità noiosa.

Quella con i capelli neri quasi senza seno. Quella divina e noiosa con un seno rotondo, chiaro. Camicetta azzurrina.

Chissà quale delle due ha scelto quel posto. 380 posti liberi. E vengono qui. Proprio in questo periodo, in cui penso solo ai fatti miei. E ai seni, di qualunque tipo.

Viene buio. Comincia il film. Ho le braccia conserte, mani che escono con le dita ai lati. Guardo il film.

È bello, prende subito. Mi dimentico di queste due.

Alla mezz’ora circa, le dita della biondina toccano le mie rivolte verso la sua parte. Ritraggo le mie, forse le ho invaso il bracciolo senza accorgermene.

Ma tornano a toccarmi. Di nuovo. Sembrano attirarmi la mano dalla sua parte.

Voglio vedere il film, quasi quasi cambio posto.

Ma è la mia mano che non vuole cambiare di posto. Si fa trascinare sempre più verso l’eterea e noiosa divinitudine. La spigolosa di là non fa una piega.

Arrivo con le dita fino al punto dove più in là non si va’. Il corpo della biondina.

La camicetta è sollevata, di poco. Il giusto per incocciare con le mie dita la sua pelle.

Toccarla, accarezzarla, sentire il suo respiro. Con la punta delle dita sono tutto alla mia destra, le mie dita che ormai hanno vita propria. Ma sono alla mia destra anche con la coda dell’occhio. La spigolosa dai capelli lisci neri è immobile. Manco respira.

La bionda superiorità invece respira forte. Le sue due rotondità si muovono verticalmente, insieme, con un ritmo sempre più veloce.

La mia coda dell’occhio su di loro.

Le mie dita che salgono e si muovono sul suo fianco nudo, scendono sull’anca… come faccio ad arrivare fin lì? Eppure ci sono.

La curva dell’anca.

La coda dell’occhio.

La spigolosa con i capelli scalati si è mossa. La sua coda dell’occhio si volta leggermente verso la sua sinistra, verso la biondina, verso di me. No, non arriva ancora a me. Arriva solo sui due seni rotondi che si alzano e si abbassano. Vi si ferma sopra.

Arriverà anche a me, ormai ci siamo. Adesso mi cucca, si metterà a urlare cose del tipo «Lascia stare la mia amica, brutto porco!» e tutto il cinema saprà delle mie dita sul fianco e sull’anca, e la mia coda dell’occhio sui seni rotondi.

Il disegno dei capezzoli su di essi ormai è bello netto.

La spigolosa non dice nulla. Fa. Prende tra le mani il braccio nudo della biondina, quello destro.

Lo accarezza.

La sua mano che sale e che scende – con leggerezza – lungo il braccio nudo della biondina.

Io tocco l’anca e vedo i capezzoli. Con la coda dell’occhio.

La spigolosa le stringe il braccio con la punta delle dita, sempre di più.

Io salgo dall’anca ancora lungo il fianco. Sono appena appena sotto le costole, che si muovono ansimanti allo stesso ritmo dei seni.

La nera di capelli lisci e scalati torna a guardare il film davanti a sé. E stringe forte, fortissimo il braccio della biondina con la punta delle dita.

Sul braccio destro della biondina compare un rivolo di sangue.

La spigolosa stringe.

Io accarezzo e sento il ritmo scatenato del suo fianco fin dentro di me.

Il sangue scorre lungo il suo braccio sinistro, fin sulla poltroncina.

La dea noiosa non muove un muscolo del viso. Ma il suo respiro ormai è un suono.

Coperto dal Dolby Surround di un film di cui non so più neanche il titolo. Né da quanti anni sono lì seduto, con quella pelle e quel movimento sotto le dita.

La nera scalata stringe, stringe, stringe.

Quando la luce si accende, una pelle morbida e chiara mi si leva dalle mani, ed esce dalla sala tamponandosi il braccio destro con un fazzoletto. La nera la segue, con calma.

Faccio in tempo a scorgere – per un istante infinito – la camicetta appena sollevata dal lato sinistro proprio sopra l’anca.

Sono uscite.

Mi hanno lasciato.

Senza una parola.

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