Ricordo di un’estate

L’orologio  sul muro segnava le sedici, la casa era deserta come al solito, fino a sera, quando rientravano i miei; mi ero alzato dal divano, erano giorni interminabili, confusi, angoscianti, in cui non riuscivo a concludere nulla.

Avrei dovuto prendere in mano i libri di filosofia, l’esame all’università era prossimo ma non ne avevo voglia, guardavo fuori dalla finestra il mondo scorrere frenetico; per fortuna aveva smesso di piovere, era un pomeriggio di fine ottobre, in cui la noia si alternava all’impotenza e alla frustrazione con cui vivevo i sogni e i ricordi dell’estate passata.

Una telefonata di Erika mi convinse a uscire di casa, voleva vedermi al parco, lei era una bella ragazza, una delle tante che entravano e uscivano dalla mia vita, ci frequentavamo da un po’ di tempo, mi piaceva e tutto sommato con lei  cercavo di sopravvivere e trascorrere le giornate, anche se a volte consideravo la nostra relazione con sufficienza, quasi con fastidio.

La mia storia con lei non era certo nata in virtù di una profonda amicizia o di reciproco apprezzamento sul nostro modo di pensare e comunicare; i primi approcci erano stati suoi, quasi a volere confermare che i rapporti tra uomo e donna erano ormai in costante evoluzione.

L’avevo conosciuta all’università un paio di mesi prima e mi aveva fatto capire senza tanti preamboli il suo interessamento nei miei confronti; erano schermaglie alle quali mi adattavo malvolentieri e che mi lasciavano perplesso sull’effettivo ruolo che aveva intenzione di svolgere tra noi due. Sicuramente era consapevole dei suoi ventidue anni, della sua bellezza provocante, della sua natura indipendente, libera, senza particolari problemi economici alle spalle, data l’agiatezza della famiglia; per lei realizzarsi significava vivere il sesso senza pudore, praticandolo in qualsiasi momento se ne presentasse l’occasione.

Tra gli amici che avevo, pochi del resto, circolava un po’ di invidia per questa mia predisposizione ad attirare le ragazze quasi fosse una dote particolare, e mi chiedevano spesso quale fosse il mio segreto.

Era una fama ingombrante di cui avrei fatto volentieri a meno visto che non mi ponevo neanche il problema quando vedevo una ragazza che mi piaceva o mi attirava particolarmente.

C’erano giornate che si trascinavano stancamente e il nostro rapporto faceva scintille; a volte quando mi coinvolgeva controvoglia, c’era, da parte mia, un comportamento insofferente, quasi contro la mia volontà, e, cosa che mi faceva infuriare, che lei non percepiva; almeno se ne fosse resa conto, mi avrebbe dato il pretesto per chiudere la nostra storia, con buona pace di tutti e due.

Quel pomeriggio, al primo sguardo, capì subito che il mio umore era pessimo, tanto che, dopo cinque minuti, il sorriso le sparì dalle labbra e la nostra conversazione si  tramutò in una furibonda litigata con reciproche accuse e insulti; la lasciai andare via con un sospiro di sollievo, non l’avrei certo trattenuta.

Uscito dal parco mi misi a camminare respirando a pieni polmoni l’aria pulita, lavata dalla pioggia e me ne andai in giro per un paio d’ore; volevo smaltire la rabbia che avevo accumulato dentro di me, salvo poi considerare che, tutto sommato, potevo sfruttare quanto successo per chiudere definitivamente quella che, per me, era solo una breve parentesi in questi mesi invernali.

A volte mi sorprendevo a riflettere sulle  mie azioni, la mia costante ricerca del lato materiale nella vita quotidiana che faceva a pugni con i miei studi di filosofia; spesso soppesavo le discussioni con i miei genitori, durante le quali mia madre non mancava mai di farmi notare le colpevoli incongruenze che macchiavano le mie giornate:

“Sei un ragazzo intelligente, e non lo dico perché ti ho fatto io, è riconosciuto da tutti, ma non riesci a unire le cose, fonderle in un tutt’uno che ti possa servire a maturare. Se continui così rimarrai l’eterno farfallone e quando ti accorgerai che gli altri sono andati avanti e tu sei rimasto fermo, sarà troppo tardi, sarai costretto a guardare dal basso in alto, a rincorrere, come un eterno perdente.”

Ripensavo spesso a queste parole, mia madre non era un tipo che le mandava a dire, anzi, era più propensa al dialogo che al rimprovero ma dopo averle mentalmente riascoltate alzavo le spalle con il mio solito menefreghismo.

Ritornai con la mente tra i comuni mortali e mi fermai sorpreso, perso nei miei pensieri. Ero arrivato, senza rendermene conto, in una parte della città che non conoscevo, girai lo sguardo attorno cercando qualche punto di riferimento, qualche negozio in particolare o altro; notai un gruppo di persone ferme a un crocevia e la vidi subito, aspettava con gli altri il verde per attraversare la strada, non potevo sbagliarmi, era sicuramente lei, non era cambiata, inconfondibile, anzi, più bella che mai, non a caso ebbi un tuffo al cuore.

Provai a chiamarla ma era troppo distante, d’impulso cercai di raggiungerla: troppo tardi, aveva già raggiunto l’altro marciapiede, non mi rimase che guardarla svanire tra la folla e ritornare con il pensiero all’estate passata.

 

……..Era da parecchio tempo che Paolo, mio vecchio amico d’infanzia, mi invitava a fargli visita nella sua nuova casa, un rustico rimesso a nuovo, pieno di stanze con un bellissimo sottoportico immerso nella campagna veneta in provincia di Treviso, così un giorno mi decisi e dopo una telefonata di preavviso raccolsi un po’ di roba in una valigia e partii.

Ero arrivato nel tardo pomeriggio, lui era fuori, così rimandammo le chiacchiere a dopo cena, cosa che puntualmente avvenne, seduti sulla veranda, ricordando tempi passati, anche se non molto lontani, quando lui abitava a pochi passi da casa mia; pensavo di fermarmi solo per alcuni giorni ma non ne volle sapere e andò a finire che vi trascorsi quasi tutto il mese di agosto.

Era una casa molto frequentata, molto grande, e disponeva di alcune stanze da letto, quasi sempre occupate da ospiti.

A Paolo piaceva la compagnia e c’era  un discreto via vai di gente più o meno interessata che si fermava a scroccare una bevuta o un pranzo.

Lei arrivò un pomeriggio inoltrato, era quasi sera, fu accolta dal padrone di casa con la solita gentilezza, c’era un po’ di apprensione da parte sua: temeva che non si ricordasse più di lei.

Rimaneva un’ultima stanza libera e accettò con piacere l’invito a fermarsi, la vidi stanca e accaldata dalla giornata passata in macchina, era stata a Roma per lavoro e i quasi quaranta gradi di caldo che da giorni martellavano tutta la penisola si erano sicuramente fatti sentire.

Il vecchio vizio di analizzare le persone, soppesandole con il bilancino quasi fossero merce preziosa mi prese la mano, un abitudine di vecchia data, insegnatami da mia madre, a giudicare un individuo al primo colpo d’occhio, salvo poi comprenderlo meglio durante la successiva conversazione.

Mi colpì il viso dai tratti leggermente marcati, decisi, la giudicai persona sicura di se stessa, anche perché l’età non doveva certo essere quella di una ragazzina, probabilmente i trent’anni li aveva già passati da un pezzo, comunque molto formale e gentile.

La lasciai salire in camera a rinfrescarsi ripromettendomi di approfondire la conoscenza più tardi a cena. Quando scese rimasi colpito dal cambiamento, indossava un paio di bermuda colore chiaro, con una camicetta di lino azzurra, la bellezza che avevo avuto modo di notare, quasi nascosta al suo arrivo, quando era sudata e stanca dal viaggio, ora si mostrava in tutto il suo fascino; anche se non era appariscente, aveva una naturalezza nel comportamento da farmi paragonare con fastidio tutte le ragazze che avevo conosciuto prima d’ora.

Si era sciolta i capelli, erano lunghi, di colore castano con riflessi rossi,  nel viso spiccavano due occhi neri che guardavano con curiosità tutto quello che la circondava, un nasino all’insù molto francese e due labbra sapientemente modellate di un bel rosso acceso chiudevano la foto che avevo scattato al suo apparire. La figura slanciata, un po’ castigata dal suo modo di vestire semplice e il suo modo di fare discreto e riservato non era certo in grado di innescare pensieri maliziosi, sicuramente era capace di accendere passioni difficilmente cancellabili; conclusi tra me che era una donna di classe, categoria abbastanza rara al giorno d’oggi.

Paolo, che con uno sguardo aveva capito tutto, manovrò sapientemente per farmela trovare seduta davanti a cena; non smettevo di guardarla, mi rendevo conto della mia sfacciataggine ma sembrava avermi stregato anche se dentro di me cresceva quel senso di soggezione che provavo nei suoi confronti.  Fu lei a rivolgermi la parola:

“Vedo che mangia poco, la cena non è di suo gradimento? Io trovo tutto molto buono, sicuramente genuino, visto che Paolo produce autonomamente quasi tutto qui in campagna o è più interessato al mio viso visto il modo in cui mi fissa; c’è qualcosa che non va?”

Arrossii imbarazzato, non mi aspettavo un attacco così diretto e senza peli sulla lingua, cercai di rispondere balbettando che  avendola vista appena arrivata, stanca dal viaggio, la differenza era notevole.

“E adesso quasi non mi riconosceva più”, disse scoppiando in una risata che fece girare la testa agli altri commensali.

Ero senza parole, confuso, avevo fatto la mia brava figura da scemo come da tempo non mi succedeva, stavano tutti in silenzio cercando di capire cosa fosse successo, guardavano  l’espressione idiota della mia faccia che stonava con la risata fatta dalla donna; per fortuna ci pensò Paolo che, alzando il calice, propose un brindisi riportando l’atmosfera alla normalità così che tutti ripresero la conversazione interrotta.

Nel dopo cena la trovai in giardino che osservava delle rose e approfittando di essere soli le chiesi scusa sperando che il mio comportamento non fosse stato causa di imbarazzo da parte sua.

“Stai tranquillo”, disse dandomi del tu, “non sei il primo e non sarai neanche l’ultimo a guardarmi così; vedi, le donne sono animali strani, a volte si vestono e si truccano come a fare capire di volere una sola cosa, in altre occasioni pretenderebbero di essere notate pur essendo conciate in maniera sciatta e anonima, non dovrei essere io a dire queste cose ma è la verità; io invece voglio essere considerata per quello che sono effettivamente e non solo per la bellezza o i pensieri equivoci che potrei generare, quindi poco cambia che  sia stanca, sudata, sfigurata dal caldo, oppure fresca, bella provocante, pronta a scatenare chissà quali sogni negli uomini.”

Ero rimasto sbigottito dalle sue parole; data la conoscenza così breve pensavo fosse più guardinga, attenta al mio comportamento, visto anche quanto successo a cena; mi prese sotto braccio e si lasciò andare a una conversazione confidenziale, quasi fossimo amici di vecchia data, che si erano ritrovati per caso dopo anni.

Venni a sapere che si chiamava Daniela, che era una informatrice scientifica, single, trentacinquenne. Che fosse di mentalità libera e aperta lo avevo già capito, e la sua parlata sciolta, concisa, che evitava giri di parole inutili l’avevo già sperimentata qualche ora prima. Mi affascinava parlare con lei, anche se il divario di età era significativo: io di anni ne avevo solo ventisei;   ero rimasto stupito di provare piacere più nella conversazione che nel solito rituale immaginario sul come avrebbe potuto essere, in un altro contesto, il tempo da passare assieme. Ovvio che, pur assecondando quel suo discorrere di cento cose diverse una dall’altra, speravo che in un futuro non molto lontano si potesse arrivare a qualcosa di più concreto, anche se mi rendevo conto che mi stavo infilando in un vicolo cieco dal quale avrei fatto fatica a uscire. Passarono parecchie giornate idilliache, dove il bon-ton regnava sovrano, comunque mai noiose, anche perché le riconoscevo un intelligenza e un arguzia non indifferenti, sembrava quasi un quadretto inglese fine ottocento. Una sola volta cercai di sfruttare un occasione attirandola a me e cercando di baciarla, ma si liberò dalle mie braccia con eleganza e sorridendo mi disse:

“Devi avere pazienza, bisogna conoscere bene una donna prima di entrare dentro di lei: spiritualmente intendo dire”.

Era passata una settimana dal suo arrivo e, malgrado tutti i miei sforzi, non riuscivo a spostare il suo interesse oltre le simpatiche discussioni, le passeggiate e i fiori, che amava moltissimo.

La mia ammirazione nei suoi confronti cresceva di giorno in giorno anche perché, abituato da tempo a ragazze molto disponibili e senza particolari inibizioni, i tentativi che stavo facendo con lei mi stuzzicavano particolarmente; era una dimensione nuova, per me, poter scoprire una donna con tante piccole sfumature che prima non avevo mai preso in considerazione, la cosa mi entusiasmava e mi eccitava più di quando ottenevo tutto e subito.

Un pomeriggio erano appena passate le tre, me ne stavo in cucina, decisamente il luogo più fresco di tutta la casa, un bicchiere di vino bianco ghiacciato in mano; la stanza era immersa nella penombra e i grossi balconi di legno semichiusi la riparavano dal sole che da giorni arrostiva la campagna; c’era un silenzio innaturale, quel silenzio di agosto che sembra fermare qualsiasi forma di vita.

Arrivò in punta di piedi alle mie spalle e, come una ragazzina, mi chiuse gli occhi con le mani, mi girai, sorrideva, lo sguardo intrigante, sicuramente poteva essere inteso come un invito ma, pur sorpreso, cercavo di leggere nei suoi occhi quali fossero le sue prossime mosse; pregavo mentalmente che anche lei avesse deciso di porre fine a quell’inutile tortura e che il momento tanto atteso fosse arrivato, cercai di attirarla a me ma si divincolò e prendendomi per mano mi condusse fuori, si accertò che nessuno degli ospiti della casa fosse in circolazione e con una breve corsa furtiva attraversò l’aia dirigendosi tra i filari di uva bianca dove si nascose.

Fui obbligato a seguirla, non potevo certo lasciarla andare da sola, mi aveva incuriosito mettendosi un dito sulle labbra per farmi capire di fare silenzio. Finalmente si fermò ansimando, mi prese il viso tra le mani baciandomi delicatamente sulle labbra, provai ad approfittare del bacio pensando che fosse il momento giusto ma con un gridolino scherzoso si staccò e corse via verso i campi di granoturco; si fermò dopo cinquanta metri girandosi, facendo cenno di seguirla. Sapevo che più avanti c’era una vecchia baracca di legno usata come ripostiglio per gli attrezzi, forse era lì che voleva andare, oppure ancora più in là dove il fiume formava un ansa che si prestava ai bagni; mi lasciò avvicinare per poi scappare all’improvviso e fermarsi davanti alla porta della baracca.

Cominciò a slacciarsi i bottoni della camicetta con fare provocante, la raggiunsi tutto sudato e con il viso paonazzo dal caldo, di nuovo con un balzo si rimise a correre. Cominciavo a stancarmi ma decisi di assecondare quel suo strano gioco, ero confuso, con i nervi a fior di pelle, senza fiato, era una situazione incredibile, irrazionale, voleva stimolare il mio desiderio, costringendomi a dichiarare la posta in gioco, a urlare la mia voglia, i suoi occhi elettrizzati dicevano:

“Vuoi il mio corpo? Eccolo! Vediamo se riesci a conquistarlo ma dovrai faticare, chiedere permesso, stare attento ai gesti che fai, alle parole che dici.”

Quando raggiunsi il fiume si era già spogliata e, immersa nell’acqua, mi guardava ridendo e con voce ironica mi gridò:

“Finalmente sei arrivato, pensavo che tu avessi cambiato idea, che aspetti a spogliarti e venire a prendermi? Non mi dirai che ti vergogni.”

Mi spogliai impacciato, conscio di quello sguardo che mi frugava, percepivo i suoi occhi analizzare attentamente ogni mio muscolo, provai ad immaginarli puntati sul mio sesso, le considerazioni che sicuramente stava facendo e rimpiansi l’abitudine di fare l’amore al buio in una stanza. Il voluto silenzio con cui aveva accompagnato tutti i miei gesti era pesante come un macigno, ero nelle sue mani, chissà se mi considerava un giocattolo e quali erano le sue reali intenzioni nei miei riguardi.

L’acqua lasciava trasparire il suo corpo tra mille riflessi verdi, si era spogliata completamente senza nessun pudore, sembrava volere ribaltare la persona tranquilla ed equilibrata dei giorni passati, adesso era lei a condurre il gioco, lei ad avere deciso che era arrivato il momento tanto atteso e che aveva sempre respinto. La raggiunsi e l’abbracciai, questa volta non scappò, cercai di essere il più naturale possibile, anche se l’eccitazione era visibile e il mio stato d’animo stava sgretolando le mie consolidate esperienze amatorie fatte negli anni passati.

Fu un amplesso anomalo, furioso, per me sicuramente liberatorio, immersi nell’acqua che dilatava le nostre forme in modo grottesco e che mi lasciò soddisfatto a metà; mi fece una carezza sfiorandomi i capelli e con poche bracciate raggiunse la riva e si sdraiò sull’erba.

Il gioco continuò a lungo, cercavo di riprendere in mano la situazione, non mi andava di lasciare ancora a lei l’iniziativa, aveva umiliato il mio “ego”, mi aveva trattato come un oggetto; continuava a comportarsi come aveva fatto prima di arrivare al fiume, si apriva e si chiudeva come un riccio, prima affamata e poi impaurita, lasciandosi toccare e assecondando ogni mio desiderio in modo remissivo, alternando momenti di dolcezza con altri di passione e con un’aggressività erotica che mi faceva paura; mi lasciò giocare con la sua pelle, con il suo ventre, diede prova di rara abilità con sottili esercizi di piacere mai provati e che assaporai con gioia, rimase quasi sempre in silenzio come se le parole e i tanti discorsi fatti giorni prima fossero stati cancellati dal presente.

Rincasammo che era quasi buio, Paolo era in pensiero, gli altri invece ammiccavano maliziosamente; qualcuno fece degli apprezzamenti ironici, non ci badai e mangiai svogliatamente; pur essendo appagato c’era  qualcosa che  mi rodeva dentro, non mi soddisfaceva, avevo bisogno di risposte ai tanti perchè che a mente fredda mi giravano nella testa e che sicuramente avrei faticato ad avere l’indomani.

Il dopo cena in veranda riportò tutto alla normalità, lei si ritirò subito nella sua stanza dicendo che era stanca della giornata, Paolo non la trattenne anche perché moriva dalla voglia di sapere.

Risposi pazientemente alle sue domande non c’erano mai stati segreti tra di noi, anche se avevo volutamente omesso le sue stranezze, volevo approfondirne la conoscenza, sapere chi fosse, ma avrei dovuto raccontare quanto successo quel pomeriggio con più particolari e notevole imbarazzo da parte mia, mi accontentai quindi delle scarne notizie che fu in grado di fornirmi.

Era venuta una sola volta prima di adesso assieme ad un amico a una delle tante cene che organizzava in casa, non sapeva o non si ricordava né il cognome e tanto meno l’indirizzo o in che città abitasse, era spuntata dal nulla quella volta ed era spuntata dal nulla anche adesso.

Convenne anche lui che aveva un qualcosa di strano, diverso dalle solite ragazze a cui eravamo abituati, e sentendomi parlare di lei in maniera accalorata, mi guardò sorridendo:

“ D’ì un po’ ha lasciato il segno o mi sbaglio? Per caso ti sei innamorato? Non ti ho mai visto così.”

“Ma no, scherzi! Lo sai benissimo che di donne ne ho sempre avute tante, senza legarmi particolarmente a nessuna, certo che di  questo tipo non ne trovi facilmente, ha una sua particolare classe e sicuramente non è facile entrare in sintonia con il suo modo di vedere le cose.”

“Vedrai che questa notte ti farà una sorpresa, la governante mi ha detto che si è informata da lei su che stanza occupi.”

“Sarebbe meraviglioso, la naturale prosecuzione di quanto successo nel pomeriggio”; dissi nascondendo la mia perplessità, “ma adesso scusami, mi ritiro anch’io.”

Rimasi al buio, sveglio, ripensavo al pomeriggio trascorso, cercavo di analizzare il comportamento di quella donna, le sue due facce incomprensibili: raffinata, elegante, sicura nei gesti e nel modo di parlare con le persone; aggressiva, passionale, incomprensibile ed enigmatica nell’intimità; che volesse fare sesso lo aveva fatto capire chiaramente ma perché farlo in quel modo? Voleva vendicarsi di qualche sopruso subito in tempi passati? Perché aspettare le tre di un pomeriggio torrido in mezzo alla campagna, lontano da occhi indiscreti, quando avrebbe potuto farlo in camera mia con discrezione e senza che nessuno si accorgesse di nulla? Quello che mi rodeva di più era stata la sua impassibilità dopo aver fatto l’amore, nessun cenno di gioia da parte sua, solo un debole sorriso e una carezza sulla guancia, come fosse un dovere a cui non poteva sottrarsi, un amara medicina da bere fino in fondo; mi chiedevo, forse ingenuamente, se fossi stato io la causa involontaria di quel suo strano comportamento, forse i miei gesti erano stati troppo affrettati, insoddisfacenti?

Conclusi che non avevo niente da rimproverarmi: il giorno dopo avrei  approfondito l’argomento, non volevo certo lasciarmi sfuggire il seguito di questa fantastica storia e soprattutto capire il suo tormento, perché sicuramente in quei momenti qualcosa la turbava, troppo altalenante il suo modo di fare l’amore: distaccato, a tratti pudico, poi disinibito.

Guardai l’orologio, sicuramente non sarebbe più venuta, se mai ne avesse avuta l’intenzione e, spenta la luce, mi addormentai: domani sarebbe stato un giorno tutto da inventare.

Al mattino mi alzai di buon ora e scesi in cucina, attesi che la governante mi portasse la colazione e poi m’informai distrattamente se qualcuno fosse già sveglio.

“No signor Eugenio, stanno ancora dormendo tutti, solo la signorina Daniela si è alzata presto, ha fatto le valigie ed è ritornata in città.”

 

 

 

 

 

Sentivo voci concitate intorno a me, qualcuno mi porse un bicchiere d’acqua, aprii gli occhi, visi curiosi mi osservavano con apprensione, alcuni sorridevano: “Stia tranquillo signore è solo svenuto e ha faticato parecchio a riprendere i sensi, abbiamo chiamato i soccorsi adesso la porteranno in ospedale per accertamenti.” 

Girai lo sguardo intorno e il sorriso rassicurante di Erika mi fece sprofondare nel buio: meglio tornare a sognare.

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