Recensione – Una famiglia quasi perfetta di Jane Shemilt a cura di Patrizia Palese

 

  • UNA FAMIGLIA QUASI PERFETTA (Daughter)
  • Autore: Jane Shemilt
  • Casa Editrice: Newton Compton Editori
  • Data pubblicazione: 28 Agosto 2014
  • Prima edizione italiana: 4 Giugno 2015
  • Pagine: 330
  • Genere: Giallo, Thriller
  • Trama: Jenny è un medico, sposata con un famoso neurochirurgo e madre di tre adolescenti. Ma quando la figlia quindicenne, Naomi, non fa ritorno a casa dopo scuola, la vita perfetta che Jenny credeva di essersi costruita va in pezzi. Le autorità lanciano l’allarme e parte una campagna nazionale per cercare la ragazza, ma senza successo: Naomi è scomparsa nel nulla e la famiglia è distrutta. I mesi passano e le ipotesi peggiori – rapimento, omicidio – diventano sempre più plausibili, ma in mancanza di indizi significativi l’attenzione sul caso si affievolisce. Jenny però non si arrende. A un anno dalla sparizione della figlia, sta ancora cercando la verità, anche se ogni rivelazione, ogni tassello sembra allontanarla dalle certezze che aveva. Presto capisce che le persone di cui si fidava nascondono terribili segreti, Naomi per prima. Seguendo le flebili tracce che la ragazza ha lasciato dietro di sé, Jenny si accorgerà che sua figlia è molto diversa dalla ragazza che pensava di aver cresciuto…

Una famiglia quasi perfetta unisce elementi di generi diversi con maestria: si ha il fiato sospeso per tutto il libro, come nel migliore dei thriller; è uno dei più perfetti intrecci mai letti, uno di quelli che sconvolge gli schemi e ti fa credere che lo avresti potuto capire anche tu, quando in realtà non era vero; vi è anche l’angoscia di una figlia scomparsa e di una famiglia che cade a pezzi, e il dolore di Jenny diventava il proprio dolore.

In questa famiglia tutto sembra perfetto, o almeno così pare a Jenny, medico convinto di poter gestire tre figli, un marito, un lavoro impegnativo e una carriera senza sacrifici sostanziali. La scomparsa di Naomi non basta a farle aprire gli occhi, ma segnerà l’inizio della fine di questa convinzione cieca. Ogni cosa le si sgretolerà attorno, lasciandola inerme dopo un brusco risveglio che forse le darà la forza per cambiare la sua vita in modo drastico. Jenny è una donna piena di amore, ma incapace di ascoltare, e se non si ascolta come si può capire, e come si può amare? I suoi figli sono il centro del suo mondo, ma non per quello che sono realmente, perché è incapace di vederli per quello che sono, piuttosto li ama per come lei se li immagina: lei interpreta i loro gesti, le loro scelte, è convinta di conoscerli come nessun altro e pertanto di non aver bisogno che loro collaborino nel rapporto. Ecco, la maternità di Jenny è a senso unico, come da un essere umano verso un oggetto, ed è così che mentre i pezzi cominciano a cadere, lei non si accorge di nulla.

Accorgersi di questi errori è tanto doloroso per il lettore, quanto lo è per lei. Sentire le colpe che le precipitano addosso, quando suo marito, impenetrabile, si allontana a sua volta.
Poi c’è Naomi, che proprio perché raccontata dalla voce di Jenny, è descritta nel suo doppio aspetto di figlia modello e adolescente con la voglia di affermarsi. Ma l’impressione è quella che, fino all’ultima pagina, resti impossibile afferrarla e capirla in tutto e per tutto, comprendere le sue scelte e i suoi sentimenti. Indipendentemente dalla sua scomparsa, sarà comunque ben presto chiaro che già si stava allontanando da tutto ciò che aveva, trasformandosi in una persona nuova, alla ricerca di cose e persone diverse da quelle che aveva intorno, gli amici, la famiglia, il suo ragazzo…quella perfezione apparente non la soddisfa più.

I personaggi sono meravigliosi, colti molto di più nelle loro imperfezioni, nelle loro crepe, che nei lati positivi. Ma è questo che da un filo alla storia, perché la ricostruzione delle loro debolezze è un tentativo di giustificare l’accaduto. Così pagina dopo pagina emergono eventi nascosti, particolari sconvolgenti che conducono alla risoluzione, insospettabile e perciò fantastica, del caso. Gli indizi vengono seminati qua e là, come è giusto che sia, ma proprio come è giusto che sia, il lettore risolve il mistero solo un attimo prima di leggerlo. Poi ovviamente c’è la parte in cui ci si complimenta immaginariamente con l’autrice per la trovata geniale. Il titolo è meglio nella versione italiana, perché Daughter non rendeva giustizia alla complessità della vicenda che non riguarda solo Naomi, né solo sua madre, anche se è lei a raccontare portando il lettore a mettersi nei suoi panni. Una famiglia quasi perfetta, è ironico, è un diversivo perché ciò che realmente conta non è quella perfezione, perché essere madre vuol dire migliaia di cose insieme che vi precipiteranno addosso nel momento in cui inizierete a leggere. E poi c’è il finale, ma se non vorrete leggerlo e lasciarvi la soddisfazione di arrivarci da soli allora interrompete qui…per gli altri ecco il finale: “Per sempre”: è fin lì che spazia il tuo sguardo prima che la vita ti ferisca – eppure Theo è stato ferito. No, è ancora oltre; è fin dove arriva la tua immaginazione, prolungandosi verso tutti i luoghi e tutte le persone che pensi ci saranno sempre. Ma niente dura. Non i luoghi, non le persone, non l’amore, nemmeno gli anni fugaci dell’infanzia. La perdita, invece, dura.
All’inizio non sapevo se sarei mai riuscita a gestire le ore, poi i giorni, le settimane, i mesi di quel “per sempre”, dove la nebbia fitta della sua assenza non accennava mai a diradarsi.

I ragazzi non parlano molto di Naomi. Lo spazio dietro di loro è pieno di lei, ma le loro vite sono andate oltre la sua. La mia no. Ho resistito, tutto qui.

 

L’autrice:
Jane Shemiltmedico, ha conseguito una laurea in Scrittura creativa alla Bristol University e una specializzazione nella stessa materia all’università di Bath. Il suo romanzo d’esordio, Una famiglia quasi perfetta, è stato in lizza per il Janklow and Nesbit Award e il Lucy Cavendish Fiction Prize. Vive con il marito, professore di neurochirurgia, e i loro cinque figli a Bristol.

 

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