Recensione poesia – Anima

Recensione poesia “Anima” – Elena Condemi

di Cinzia Baldazzi, giornalista e consulente Rai

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Se si volesse ancor oggi credere nell’unione dell’uomo, dei sentimenti, con la natura, se si decidesse di impugnare, quale arma di difesa/attacco contro la sopraffazione, il dare voce e spazio alle sue forme fisiche e al relativo ordine di cose, allora si potrebbe chiedere all’”Anima” di Elena Condemi dove sia la strada da seguire.

“Ti ho sentito accenderti svelto/e poi/bruciare piano” recitano i versi, a lasciar intendere di aver percorso, anche osservando il cammino di chi ama, un tragitto di conoscenza e tensione esistenziale di tal genere. L’amore, elemento unitario di vita e coscienza, risvegliando nell’anima, nel pensiero, il richiamo arcano delle origini, lo accende, consentendo di esprimere quel che la natura e la sua logica di movimento rappresentano,  con linguaggio remoto, forse nascosto ma chiaro, privo di contraddizioni impreviste. È un viaggio percorso con urgenza, quasi fosse necessità impellente, non diversamente da una volta, quando – nell’intento di mediare la fiducia nella scienza oggettiva, strutturata in leggi, e la libertà di gestire l’immaginazione per fondare punti di riferimento attendibili – Gabriele D’Annunzio nel “Canto Novo” proponeva un gusto in certa misura pagano delle cose sane, forti, vive da assaporare (scrive infatti la Condemi: “Hai bevuto/il succo/dei miei fiori/vivi”), o meglio da interpretare in comunione con l’ambiente, nel rispetto reciproco, in un “mare generoso” e immenso da conquistare, ma sempre protetta, al riparo del “mio giaciglio”, nell’area esatta della mia vita e del pensiero.

Grazie a uno spiccato linguaggio simbolico, attraversiamo nelle parole di Elena l’esperienza emozionante di vivere la natura nello stesso tempo in chiave concreta e spirituale. Circa cento anni dopo l’estetismo con il relativo panismo di impronta semi-divina e il successivo culto del superuomo, non è però più consentito – forse non si vuole – condividerne la spinta utopica e liberatoria di vittoria metafisica sulla realtà.

L’inquietudine primaria, del resto, non riesce a placarsi soltanto scoprendo nelle regole implicite alle rappresentazioni naturali (“la terra calda”, “il mare generoso”, “la notte”) le analogie di collegamento l’una con l’altra, uniche depositarie – per chi le sappia interpretare – del significato segreto delle funzioni nascoste, o dei rapporti inspiegabili, dell’essere uomini. Nasce la passione ma, pur godendone, non vengono allo scoperto le risposte a lungo cercate: la volontà di appagamento iniziale, in apparenza soddisfatta, si spegne nella ricerca sempre più debole di conseguirlo.

Del simbolismo originario, misterioso e arcano, la poesia conserva la determinazione di voler procedere al di là del limite diffuso della sensibilità (“Ti ho sentito …/Ti ho visto…) per affidarsi a una sorta di sensi intermedi, le cui percezioni particolarissime rivelano ancora un contesto sconosciuto e colmo di lati oscuri (“Ti sei arrampicato/sui miei rami verdi/tenendomi/allacciata a te/tutta la notte”).

Ma la tendenza evasiva ed escatologica al soprannaturale, dove tutto è ammesso e chiarificato, è scomparsa. I gesti, le cose, i sapori del quotidiano non si proiettano più in sistemi superiori, in grado – da soli – di motivare e giustificare il tutto, potendo prevederne inizio e conclusione. Infatti, la naturalità acquisita nel corpo e nello spirito – “i miei rami verdi”, “il succo dei miei fiori” – illumina un’essenza inedita del reale, la quale brucia piano, ma in modo inesorabile, i lati segreti dell’anima e delle cose,scolorendo lentamente intorno a noi il piacere di ascoltarsi, toccarsi,  prestare attenzione agli altri e con loro partecipare dell’appena vissuto.

È vero, accanto all’autrice abbiamo tentato più volte (“Ti ho visto/accenderti…/e accenderti/ancora…), ma l’egoismo, il disagio, il dolore, nel mondo estraneo all’amore dell’anima, ha potuto più di noi: la solitudine e l’incomprensione si sono riconfermate ostili, insuperabili.

Il succedersi dei versi è notevole per efficacia espressiva e qualità drammatica: brevi e alternati, con un valido sistema ritmico di ripetizioni e riprese, variazioni e interruzioni, costruiti per evocare l’inizio, il durante e il dopo di questa sincera esplorazione di sensi e ragione di un amore dell’anima importante, presente, che non vorrebbe morire. Anzi, talmente proteso a rendere inscindibile il rapporto prezioso tra la luce e la notte, la verità e la menzogna, da non avvertire di spegnersi mentre, occupato a indagare la realtà tanto accattivante e mai accertata della fusione totale con gli oggetti, attende con ansia di assaporare la novità dei suoi esiti.

Sulla soglia, in procinto di ottenere il passaggio dall’oggettività del piacere concreto delle cose al sentimento e alla sua affermazione immateriale, lo “stato di grazia” smarrisce il significato dell’esistenza che, unico ed esclusivo, sarebbe stato in grado di mantenere acceso il fuoco della passione, la chiarezza della verità.  Ricordo un’opera di Alfonso Gatto, intitolata “Poesia d’amore”, dove l’autore, cercando invano di riavere con sé l’amata – “Lontana come i tuoi occhi/tu sei venuta dal mare/da vento che pare l’anima” – non potendola raggiungere se non nel sogno, in chiusura confessa: “E il bacio che cerco è l’anima”.

Seducente e misterioso, questo binomio poetico di amore e anima lontano dall’ispirazione platonica, anche in te, Elena, vorrebbe essere espressione di un temperamento inquieto e non rassegnato; ma, al contrario dell’atmosfera pacificata che in certa poetica di Gatto finisce per prevalere, nei tuoi versi, nella tua “anima“, lo sconforto non vuole tacere.

Un critico e poeta a lui contemporaneo, Piero Bigongiari, osservava: “Proprio l’azione suscitava quel furore irrazionale di cui la vita era destituita; la vita nasceva dal basso, per impulsi oscuri che si aprivano la strada come una pianta cresciuta al buio si ramifica protendendosi verso i minimi spiragli. I rami, voglio dire, oltre tutto sanno ancora di radici, paiono succhiare linfa dove dovrebbero restituirla, distribuirla. Fu questa la zona dell’assenza novecentesca?”.

Non è certo, ma a noi qui interessa che la “zona” della lirica del ventunesimo secolo, lungo i rami della poetica e della vita, susciti con tanto impegno uno slancio utopico presente e costruttivo: forse l’obiettivo principale del messaggio della Condemi coincide con il trasformare le aspettative sconfitte della sfera dell’immaginario, dei ripetuti eppure che vorremmo attaccare a ogni illusione vissuta come fosse realtà (“profumavi di terra calda”, “ti sei arrampicato”, “hai bevuto il succo”), in un atto di intelligenza propositiva di un rapporto armonioso con le persone e i loro pensieri. Un’anima in comune? Sarebbe sufficiente, io credo, un patto di lealtà, allacciati l’un l’altra tutta la notte della vita.

C. Baldazzi

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