Recensione di “Iron Flowers” di Tracy Banghart a cura di Maria Stella Bruno

«Noi non siamo fiori» disse con voce decisa. «Come hai detto tu, Oracolo, siamo fatte di cemento e filo spinato. Noi siamo fatte di ferro.»

A dirlo è Serina, una delle protagoniste del romanzo, una ragazza cresciuta solo ed esclusivamente per compiacere un giorno il futuro Erede di un immaginario Paese con idee retrograde (è dir poco) sul ruolo della donna. Perché a Viridia una donna non deve saper leggere e deve essere sempre sottomessa all’uomo. Può aspirare solo a diventare sguattera, operaia, moglie o… Grazia, ovvero una delle tante concubine del Supremo o di suo figlio.

Ed all’inizio del romanzo, quando incontriamo Serina per la prima volta, non potrebbe mai e poi mai pronunciare le frasi scritte sopra, proprio perché è stata cresciuta con l’idea che diventare Grazia sia la cosa migliore per sé e per la sua famiglia. E Serina vuole solo fare la cosa migliore.

Così, parte per la capitale con sua sorella, Nomi, come ancella per concorrere con altre ragazze e rientrare nella rose delle tre “fortunate” che diventeranno Grazie di Malachi, l’Erede al trono.

Ma quel giorno succede l’imprevedibile e ad essere scelta non sarà Serina, ma sua sorella Nomi…

Due sorelle, due destini apparentemente già scritti, ma soprattutto due atteggiamenti opposti. Perché se Serina, all’inizio del romanzo, è obbediente e pacata, sua sorella Nomi invece è inquieta e ribelle. Ma soprattutto sa leggere ed è questo che cambia ulteriormente la vita di entrambe, perché, per uno sfortunato caso, è Serina ad essere accusata di questo “crimine” e condannata alla prigione a vita sull’isola vulcano di Monte Rovina.

E se la pacata Serina dovrà imparare a combattere per sopravvivere in un carcere femminile (che per regole e situazione mi ha ricordato tanto L’Eremo del mio “Le Terre degli Inganni” XD), Nomi si ritroverà imbrigliata in un altro tipo di prigione, una prigione dorata fatta di pizzi e risa false, dove nessuno è ciò che sembra ed il pericolo è più “sottile”, ma non per questo meno mortale.

Pur essendo scritto in terza persona, i capitoli si alternano seguendo le vicende prima di una sorella e poi dell’altra, e ciò che colpisce è il legame, magari combattuto, ma sempre profondo, che unisce le due anche se lontane. Lottano l’una per l’altra, ma soprattutto con le proprie convinzioni fino a desiderare di cambiare anche gli eventi. Ma mentre la un tempo remissiva Serina riuscirà, anche con dolore, a cambiare le cose, Nomi sarà vittima del suo temperamento ottenendo di farsi manipolare da chi ambisce solo al potere…

Storia avvincente che scorre con facilità nell’impazienza di scoprire cosa accadrà. Si attende la rivalsa di queste due sorelle assistendo al loro cambiamento con sempre maggiore interesse. Dato che è il primo capitolo di una dilogia, per avere il finale di questa storia dovrò aspettare di leggere l’altro volume, ma è una cosa che sicuramente farò dato che il romanzo mi è piaciuto più di quanto immaginassi.

Check Also

Recensione “Please save my heart” di Rebecca Smith a cura di Cristina Rotoloni

  Ciao, cari lettori e divoratori di libri. Sono di nuovo con voi per parlarvi …

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.