Recensione a ‘Noci, pere e pecorino’ di Bernardino Pinzari

Recensione a    ‘Noci, pere e pecorino’ di Bernardino Pinzari

 

 

Ci sono libri che, a leggerli, sembra di ascoltare un concerto per archi, di dondolare sulle note di una rapsodia dall’incedere lento, quasi sornione – e che poi ‘esplodono’ tra le mani e nella testa, quasi inconsapevolmente.

Libri che non si fanno solo leggere. Che, in qualche oscuro modo, sanno avviluppare e includere e racchiudere. E che, poi , restano in bella vista sullo scaffale della propria personale biblioteca interiore. Non si lasciano mettere da parte, loro.

Come questo, ‘Noci , pere e pecorino’, scritto da Bernardino Pinzari, opera d’esordio – e a buon diritto – dell’autore, titolo dal sapore fresco e antico insieme, che echeggia giorni passati ben incastrati negli ingranaggi del tempo, fino a divenire memoria collettiva.

Un sapore, quello delle noci, delle pere e del pecorino, ch’è largo e generoso come i racconti delle vite qui narrate, cui questi cibi si accompagnano; un sapore solido e penetrante, dai sentori che non avvizziscono né mutano, che sfumano per poi ritornare e lasciano sul palato e nel cuore, quando si giunge all’ultima riga, una scia dolceamara.

C’è una strada di montagna; una via spazzata dalle zampe dei muli e dagli scarponi pesanti di operai stanchi. Ci sono un bambino, un ragazzo, un padre, una vita. Tante vite.

Tante storie.

Un solo leit-motiv: il trovarsi, il ritrovarsi, lo scoprirsi, tra gli acciottolati aspri dei paesaggi montani e della Storia che fa da coltre e tappeto alla narrazione e che non sta a guardare, ma si fa viva protagonista del vissuto, che interseca le quotidianità dei protagonisti.

Storie nella Storia, dunque, storie di incontri e di abbandoni, di promesse mai strette eppure sempre onorate; storie di amori che naufragano nello squallore, di amori pallidi e delicati, che si consumano in sguardi lanciati in lontananza, che si perdono nelle viscere della sofferenza, che infliggono umiliazione e abominio, che regalano occhi neri e notti in bianco.

Storie nella Storia, si diceva; storie di figli che per padri hanno sentieri sassosi e libri letti di nascosto, e che del padre biologico farebbero volentieri a meno; storie di fratelli che uccidono fratelli e che, per altri fratelli, si farebbero uccidere.

Storie di donne vestite dei tratti della popolarità più scabra e sincera, donne vere e tenaci, che del dolore conoscono i luoghi, i modi e perfino le gentilezze; che nel dolore, troppo spesso, allevano figli, speranze e passioni.

Storie di donne che, strizzando l’occhio al cielo e alla terra nera, pregano un dio dal volto nebuloso il quale, nonostante ciò o forse proprio a causa di ciò, non si discute; donne che, nel cuore della notte, abbracciano i loro uomini dai corpi e dai volti e dagli animi scavati dal sole, stremati dal vento e dai continui, eterni viaggi verso le alte vallate montane, durante le transumanze che li allontanano da casa e che, ogni volta, somigliano a un feroce addio.

Storie di preti che sono anzitutto amici, storie di pastori che preferiscono vendere agnelli anziché forme di formaggio – tali erano il valore del prodotto e la fatica della lavorazione -; storie di vergini violate, di nonne con segreti pesanti, di soldati senza terra né rimorso né pietà, di eroi senza quartiere, di primavere festanti e inverni brutali, di musiche intorno al fuoco.

Storie di uno Ieri abbastanza vicino da rendere l’Oggi più comprensibile; storie di genti che parlano dialetti diversi, di partiti e fazioni, di ritorni senza partenze, di colpe mai lavate, di perdoni che sono tali in quanto s’è smarrito il ricordo del torto.

Storie di figli che diventano padri e che imparano a coccolare, tenendoli stretti, i loro padri ormai vecchi, quei padri un tempo troppo poco paterni che pure, con le rughe e le mani nodose, sono delicati e quasi puerili, proprio come i bambini.

Storie di figli, di fratelli che invecchiano insieme, tra un fiasco di rosso genuino e un morso colmo di gusto a qualche noce, a una pera succulenta, a un fragrante pezzo di pecorino.

Un libro abbondante, in ogni senso esperibile: abbondante di termini legati ai mestieri pastorale ed agricolo, abbondante di sentimenti, di Storia, di elegia e carnalità assieme, abbondante di memorie condivise, di emozioni potenti che attraversano, come un filo rosso, ogni singola pagina della narrazione.

Un libro che non si può solo leggere: perché, anzitutto, va ascoltato, come i racconti dei nonni, come una rapsodia o un concerto per archi. Ad occhi chiusi.

 

Alba Gnazi


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