Occhi senza più lacrime

La vita può essere la miglior benedizione o la peggior condanna.

Nel mio caso l’indecisione è forte.

L’ottimismo è una cosa che mi risulta difficile da comprendere.

Sarà forse per la prospettiva dalla quale sono costretto ad osservare il mondo.

O forse sarà perché il mondo non l’ho potuto mai vedere e forse mai mi sarà concesso tale privilegio.

Al momento sono costretto ad accontentarmi del sottile fascio di luce che penetra attraverso la persiana abbassata, facendo luccicare la cinghia in metallo che ormai ho imparato a conoscere.

Che ormai ho imparato a temere.

Faccio fatica a muovermi. I miei arti tentennano ad ogni passo.

Avanzo, strisciando la parte posteriore del corpo come un’appendice senza vita.

I miei occhi non hanno più lacrime da piangere.

Ormai è da diverso tempo che la situazione è così, e non accenna a migliorare.

È passato più di un anno da quando sono entrato in questa casa senza poi potervi più uscire.

Da allora la solitudine è il male minore che mi è toccato subire.

Quando sono solo in casa raramente riesco a vedere cosa mi sta attorno.

Solo in alcuni casi, come quello di oggi, Lui dimentica di abbassare del tutto le persiane, evitando così di condannarmi ad una cecità forzata.

Non so perché lo faccia.

Io non Gli ho mai fatto nulla di male.

Anzi, ero disposto persino a volerGli bene.

Però Lui no. Lui mi odia. Lui mi ha insegnato cosa vuol dire aver voglia di morire.

Da quando sono qui non ho incontrato nessuno eccetto Lui.

Credo che abbia paura di lasciare che altri mi vedano.

Penso, anzi no ne sono certo, che quanto sono costretto a subire non sia una cosa che si possa far sapere.

Se qualcuno lo sapesse Lui avrebbe dei problemi, magari qualcuno poi Lo rinchiuderebbe in una stanza sempre buia come ha fatto con me.

Continuo ad arrancare da un angolo all’altro della stanza.

Non c’è nulla che mi dia pace. Nulla che mi dia anche solo un breve sollievo.

Nelle narici brucia ancora quell’odore. L’odore ormai fin troppo familiare del sangue misto urina.

Sulla schiena bruciano ancora le lacerazioni lasciare dallo schiocco sordo del cuoio sulla mia pelle, e successivamente sulle mie carni nude.

È umiliante, ma ci ho fatto l’abitudine.

Dopo dieci minuti d’inferno tutto torna come prima.

Lui esce dalla stanza lasciandomi accasciato sul pavimento, sanguinante da più parti del corpo, senza nemmeno degnarmi di uno sguardo.

Io i suoi occhi li ho potuti vedere in qualche occasione, e non ci ho visto nulla.

Erano occhi spenti, occhi privi di vita.

Un po’ mi fa pena. So che non dovrebbe, ma è così.

La vita che sono costretto a condurre io è terribile, ma la sua dev’essere per forza peggiore, perché nonostante tutto quello che mi ha fatto io non gli farei mai subire il male che ho sopportato io.

Io sono vivo. Lui pensa soltanto di esserlo. Questa è la differenza tra noi due.

Ormai sono passate diverse ore. Presto sarà di ritorno.

Mi siedo in un angolo e cerco si lenire il dolore lasciato dall’ultimo incontro avuto con la cintura appesa alla sedia.

Quella cintura un tempo nera ora è ricoperta di squame, incrostazioni rosso scuro lasciate dal mio sangue.

Lecco una delle due zampe posteriori nel punto dove un tempo c’era un’unghia e subito la bocca si riempie di quel sapore a tratti disgustoso e ad altri delizioso del sangue caldo.

Non sento dolore, soltanto un formicolio delicatamente fastidioso che però risulta facile da sopportare.

Ormai ho il muso inzuppato della linfa vitale che ogni giorno mi viene sottratta a poco a poco con la forza del braccio e la debolezza della mente che lo comanda.

La ferita è più grave di quanto pensassi. È passata quasi una settimana (o forse due?) da quando mi è stata inferta e ha ancora da rimarginarsi.

Chissà, forse è questa la fine che mi attende. Lento dissanguamento causato dall’impossibilità del corpo di rimarginare alla perfezione tutte le ferite.

Mi stupisce di essere ancora vivo a dire il vero.

Mi nutro una volta al giorno, a volte anche una volta ogni due, con cibo sempre scarso, sia in qualità che quantità.

Che cosa lo spinge a farmi questo? Quale malattia lo turba a tal punto?

Non lo so. Sono cose che i cani non dovrebbero nemmeno chiedersi.

Con l’orecchio destro, quello ridotto peggio all’apparenza ma anche l’unico dei due a funzionare, sento lo sportello di un’automobile chiudersi violentemente.

Potrebbe essere arrivato.

Preferisco non pensarci. Non che cambi qualcosa in verità. Anzi, l’illudermi di avere ancora del tempo da dedicare alla mia silenziosa sofferenza è un lusso che non posso e non voglio permettermi.

In lontananza sento dei passi avvicinarsi.

Ormai non c’è più alcun dubbio.

Mi rannicchio nell’angolo in cui mi trovo, con quello che rimane della mia coda nascosto tra le cosce.

Il passo con cui lo sento arrivare non è lo stesso di sempre.

Di solito sono passi brevi e pesanti, a manifestazione del nervosismo provato.

Altre volte arriva quasi correndo, fremendo dalla voglia di concedersi quello svago tanto distruttivo per il mio corpo e la mia mente.

Ma stavolta no. Stavolta il passo è più disinvolto, non rilassato, ma quasi.

Forse le cose al lavoro sono andate bene.

Forse un lavoro non lo ha nemmeno, ed è semplicemente felice perché finalmente può tornare a casa a seviziare chi invece avrebbe tanto amore da donare.

Chissà. Da quando sono qui mi sono capitati ben pochi giorni di “tregua”, e le volte dopo ha guardato bene di farsi perdonare per la sua mancanza rincarando la dose.

Credo di essere arrivato più volte vicino alla morte, ma Lui non si è mai preoccupato.

Una volta morto mi avrebbe scaricato da qualche parte e si sarebbe cercato un altro cane da torturare, magari uno più resistente.

I passi sono a meno di 10 metri dalla porta.

La sua entrata in scena è imminente.

Mi lascio sfuggire qualche goccia di urina, gesto involontario che ho imparato ad ignorare.

Cinque passi dalla porta.

Il legno scricchiola sotto il suo peso.

Quattro passi dalla porta.

Mi immagino il ghigno dipinto sul Suo volto in una smorfia di perverso godimento.

Tre passi dalla porta.

Il braccio si alza verso la maniglia.

Due passi dalla porta.

Il respiro mi si fa affannato.

Un passo dalla porta.

Chiudo gli occhi rassegnato.

La maniglia si abbassa con un cigolio leggero e sinistro.

Lentamente la luce esterna fa capolino nella stanza.

Apro gli occhi tenendoli socchiusi a causa della luce troppo forte.

Non riconosco la sagoma che si staglia sulla porta.

E nemmeno la voce proveniente da questa.

La sagoma si ingrandisce sempre più venendomi incontro.

Appena è abbastanza vicina si abbassa davanti a me ed è in quel momento che incontro i suoi occhi per la prima volta.

Me lo ricorderò per sempre quel momento, come un ricordo indelebile stampato nella mia mente.

In quegli occhi ho visto sentimenti benevoli, come amore, pietà, premura…

Quegli occhi appartengono al mio salvatore e da quel giorno non li ho più lasciati.

Anche ora che sono passati alcuni anni dal nostro primo incontro gli sono infinitamente grato.

Mi ha portato con sé, mi ha amato e curato.

Lui è senza dubbio il migliore amico che abbia mai avuto.

E poco importa se è un uomo.

Io non provo rancore.

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