Nomen omen

 

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La luce di quella primavera era straordinariamente luminosa. Nonostante il calendario le ricordasse quanto ancora fosse lontano il momento della  “bella” stagione, riusciva a respirare il sole e a volte, se si concentrava, riusciva a percepire anche quel profumo indistinto di frutta colorata con i colori dell’estate…forse che le fragole non hanno un loro profumo, e le pesche e le ciliege?

Il suo rituale di vestizione, fosse solo per andare a passeggiare nel parco poco distante dalla sua casa, era sempre il solito, ma in giornate come quella diventava solo più accurato: via lo smalto scuro dalle unghie e solo un veloce liquido trasparente che trasformava le sue mani in delicati arbusti; via le sciarpe di flanella leggera e al massimo un foulard di seta posto intorno al collo con studiata indifferenza e, soprattutto, via gli ombretti pervinca delimitati dalla matita antracite, solo polveri azzurrate che si depositavano nell’incavo della palpebra come a voler vedere senza essere viste, e diventare così più luminosa lei stessa.

Si guardò nello specchio e poi si volse verso la sua gatta che le regalò un breve miagolio di assenso. Era pronta: ora poteva uscire.

Quasi in automatico, appena fuori dal portone,  cominciò a muoversi nella solita direzione; oltre quella curva che intravedeva, c’era il suo parco, le sue panchine e, data l’ora, anche la possibilità di incontrare quel tipo buffo che non faceva che correre su e giù il viale, regalandole un sorriso ogni volta che le passava davanti. Percorse qualche metro, poi si fermò come se avesse ricordato un presente appena trascorso,  di cui sentiva solo il profumo, sottile e intenso come quello delle fragole. Si voltò dietro di lei, ma nulla vi era di diverso oltre quello che aveva lasciato alle spalle pochi minuti prima. Eppure lei sapeva di non sbagliarsi…

Si tolse gli occhiali da sole e mordendo la stanghetta spinse il suo sguardo oltre il profilo della collina che divideva il suo quartiere da quello molto più elegante al di là di essa e attese…

Aveva sempre sorriso quando le ripetevano che anche il silenzio ha una sua voce che è molto più acuta di qualsiasi suono; aveva riso perché per lei i suoni sono suoni e non impressioni di rumori, eppure quel giorno, nel rumore della vita quotidiana, lei percepì un suono diverso oltre la collina…e fu allora che decise di andare verso quel suono.

Solo quando giunse, con un respiro appena più affannoso,  sulla cima della collina, si rese conto che il suono si era trasformato in un vento irriverente che le alzava la veste e le scompigliava i capelli.

Intorno a lei quei prati sembravano appartenere a luoghi lontani, e l’esplosione di piccole margherite interrompevano il continuo verde squillante dell’erba nuova. Non vide nulla se non una panchina di legno un po’ consunta che sembrava attenderla.

Quando le fu di fronte la valutò con lo sguardo in ogni direzione, cercando di esplorarne eventuali problemi di solidità nelle assi, e solo in seguito, rassicurata,  si sedette tranquillamente proprio al centro di essa, avendo l’impressione di sedere su un trono.

Il vento ora era più delicato e con un tocco leggero le riordinava le ciocche bionde che aveva liberato dal fermaglio di tessuto. Fu normale per lei chiudere un po’ gli occhi, distendendo la schiena contro l’alzata della panchina…non seppe mai se quello che udì, ma ancor di più quello che intravide dalle palpebre socchiuse, fu frutto della sua immaginazione e di quell’aria frizzante, ma ricordò a lungo quel suono di cimbali e quella figura che, come lei, aveva ciocche bionde intorno al viso e poi quell’azzurro di occhi troppo grandi per appartenere a una donna…occhi di Dea, sguardo divino…

La vide e non ebbe paura…si guardarono per un breve momento e l’una nell’altra riconobbe se stessa…e poi null’altro…

ATHENA!” gridò e si ritrovò seduta sul suo letto.

Un sogno, solo un sogno…” disse un po’ delusa;  di lato un movimento con un accompagnamento di una voce  soffocata le fece eco.

Chi è Arena?” “ Athena, la Dea greca! Ho sognato che mi veniva incontro e mi sorrideva…” “Ma che ore sono?…oddio le 4e 10! Senti adesso dormiamo, poi dopo mi racconti tutto…” “Ho deciso! La piccola si chiamerà Athena!”

 A questo punto il “movimento” si trasformò in un massiccio ragazzo con un vistoso tatuaggio sull’avambraccio.

Ma ti sembra un nome normale? Avevamo deciso per Asia!” “ AVEVI DECISO PER ASIA! Una parte del mondo! La piccola deve essere di più che una parte del mondo: “Nomen Omen,il destino nel nome”,  per cui Athena, Dea al di sopra delle parti, giusta senza essere pietosa, donna più che femmina…e potrei continuare!”

 Il ragazzo, forse sconfitto prima che dal ragionamento della sua compagna forse dall’ora notturna, si arrese “Ma almeno l’acca in mezzo la possiamo togliere quando l’andrò a iscrivere al comune?” “ NO! E adesso cerchiamo di dormire” e si voltò raggomitolandosi nelle lenzuola.

Per un po’ il ragazzo tenne ostinatamente gli occhi chiusi senza raggiungere lo scopo di un nuovo sonno, poi si decise ad alzarsi per fumare una sigaretta in salotto.

Nomen Omen…quindi se è vero, anch’io ho il mio Nomen Omen, ma che destino può avere uno che si chiama Bruno?…bella coppia…io Bruno e lei Chiara, peggio di così” sorrise fra sé e sé e poi mormorò lentamente “ A-THE-NA…e vada per Athena, sperando che non incontri un Ulisse, un Achille o un Ettore” e, mettendo i piedi sul tavolinetto di cristallo di fronte a lui, si preparò a salutare l’alba.

 

Per chi crede nei sogni

Un mio racconto per chi aspetta e sogna

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