Negli anni felici

Buongiorno signore – il portiere sorridente mi porge le chiavi della camera. Sembra quello dell’anno scorso, eh si, quanta gente è passata in questi anni. Sembra ieri che ti portai qui per il nostro primo incontro d’amore, l’estate di quell’anno, il ’36 se non vado errato, era di luglio Proprio subito dopo l’adunata della domenica, partimmo in auto per Ostia alla ricerca di un nido ove consumare le nostre cocenti passioni. Eravamo giovani, pieni di vigore e di speranze: il mondo in mano ed un futuro radioso.

Ricordo ancora il tuo viso bianco latte segnato dal trucco che, così sapientemente, sapevi darti per esser ancor più bella, ricordo la sciarpa di seta che volava al tiepido vento d’estate e la via del mare in festa con la gente desiderosa di raggiungere le spiagge per un po’ di refrigerio e con la voglia di buttar via ogni pensiero accumulato nella settimana. Il sole, caldo, illuminava i nostri visi ed io e te frementi di esser un’unica cosa pochi istanti dopo.

Arrivammo all’hotel Impero e, con l’imbarazzo degli amanti fuggiti per un incontro amoroso, chiedemmo le chiavi della stanza che di lì a poco sarebbe diventato il posto dei nostri sogni e del nostro amore. Con emozione inserii le chiavi nella serratura consapevole di ciò che ti aspettava: tutto preparato per te, dolce mia stella. Una bottiglia di champagne e rose rosse sparse sul letto, lenzuola di raso nero nella penombra di una stanza, scelta con vista sul mare. Ricordo il profumo che le rose emanavano e il brusio della gente che passeggiando sul lungo mare si godeva quella splendida giornata di sole e di felicità, quasi come se condividessero il nostro momento magico, così come, complici, anche il personale dell’albergo che in seguito sarebbe stato così garbato e accondiscendente con noi chiudendo un occhio alle nostre richieste più bislacche e stravaganti.

Eri splendida nel tuo vestito verde e quel cappellino alla moda che faceva risaltare i tuoi lineamenti così perfetti da rimanere incantato per ore nel guardarti. Ti sedesti in poltrona e con l’aria d’attrice navigata mi dicesti cosa avrei pensato di te dopo, come se non avessi saputo in cuor tuo quanto avresti contato per me in seguito, ma la giovinezza era la nostra scusante e una domanda quale quella che mi ponesti era più che lecita e logica. Aprii la finestra su quel mare azzurro: i bambini giocavano sulla spiaggia con le mamme, attente, che vigilavano sulla loro incolumità, il “commenda” con l’amichetta e le famiglie intente a sotterrare l’anguria per tenerla fresca e dissetarsi al momento opportuno, passi e volti d’una domenica così serena e normale ma così importante per il mio cuore.

Mi voltai e ti vidi, di spalle, toglierti il corpetto di quel vestito che copriva il tuo seno così perfetto e giovane, le tue curve sinuose, invitanti, m’inebriavano dandomi sensazioni indescrivibili. Di lì a poco saresti stata mia e, forse nell’anima, sapevo già che ciò sarebbe stato per sempre. Già, la mia anima, quella che ti regalai in quel giorno d’estate. Il letto gran testimone dei nostri amplessi e tu che nelle pause che ci concedevamo, sfiniti dal nostro amarci, indossavi la mia camicia nera con quella pudicizia che sempre fu caratteristica del tuo essere: calda amante e donna riservata. Coppe di champagne consumate a litri negli anni in cui la stanza 127 fu il nostro nido d’amore, prima che il destino ci separasse negli anni della guerra. L’ultimo incontro ricordo fu lancinante: era l’ottobre del ‘43, quando decisi di andare al nord ad arruolarmi con la Decima. L’estate, pur essendo tinta di grigio dagli eventi, passò in parte tranquilla e noi ci davamo un “arrivederci” dal nostro solito incontro. Sembrò che il tempo si fermasse a quell’istante, come una foto sbiadita dove un momento tragico rimane immortalato, suo malgrado, dagli eventi.

Mi allontanai dalla tua casa vedendoti alla finestra, gli occhi gonfi di chi versò così tante lacrime da non averne più. Noi, clandestini, che sottovoce cantavamo gli inni dell’epoca per infonderci coraggio, per convincerci che la cosa da fare era quella e che eravamo dalla giusta parte. Il treno portava me e gli altri giovani che, pur con il cuore spezzato, lasciavano le proprie famiglie e gli affetti per un amore in quel momento per noi superiore e primario: quello patrio.

Nei mesi a seguire vidi giovani vite spezzarsi sotto i colpi di mitraglia dei fratelli che decisero di rinunciare all’onore ma che con coraggio combatterono per un ideale, sicuramente diverso dal nostro, ma pur sempre un ideale. Proprio quando tutto precipitò in quel 28 aprile, ero a Milano, la città della vergogna, dove gli italiani gettarono via la propria dignità per un pacchetto di sigarette americane o della cioccolata.

Faceva già caldo in quella primavera ed io con un cappotto sgualcito giravo per la strada ascoltando da una casa con le finestre aperte, una radio che trasmetteva “Moonlight Serenade” e nella mia testa mi domandavo perché fosse tutto finito così, perché i “fratelli” uccisero altri “fratelli” e la gioventù fosse così cambiata pur essendo stata formata sotto una nazione forte e intransigente. Probabilmente, domande che non avranno mai risposta, il mio pensiero più importante, in quel momento, era di tornare da te.

Il treno entrava piano nella stazione di Roma ed io ero emozionato dal rivederti. Due anni e mezzo senza avere notizie l’uno dell’altra, la mia unica voglia era quella di respirare di nuovo il profumo della tua pelle, accarezzare la seta dei tuoi capelli. Presi la circolare e venni subito sotto casa tua: un palazzo ormai consumato dai colpi di mortaio ma che fieramente era rimasto ancora in piedi.

Eri lì impaurita quasi incredula di rivedermi. I tuoi vestiti sgualciti e la casa saccheggiata da quelli che ieri erano con noi, come noi! I tuoi ridotti sul lastrico e il tuo sorriso ormai spento in un ghigno d’odio verso chi ti fece così male – sei tornato tesoro – mi dicesti – ora, con te al mio fianco, non ho più paura, sapessi cos’ho visto amore mio: feriti, morti e tanto, tanto odio nei miei e tuoi confronti, mi hanno dato della meretrice perché stavo con te, mi hanno torturata per sapere dov’eri e che stavi facendo, ma io non ho parlato amore, mai! -.

Il tuo viso riacquistò per un attimo quella fierezza d’un tempo – anch’io amore mio – ti dissi – ho visto cose che un essere umano non dovrebbe mai conoscere, però ora tutto è finito e pian piano ricostruiremo tutto ciò che c’è stato tolto con così tanta cattiveria. Voglio che tu sia mia moglie presto, ora! – Mi guardasti con gli occhi increduli e una stilla, forse l’ultima delle tante, scese sulla tua gota – si, amore! Ora… -.

Furono anni difficili ma felici. Vivemmo ogni attimo della nostra vita insieme, e vivemmo con la consapevolezza che ogni secondo sarebbe andato perso se lo avessimo vissuto con superficialità. Oggi tesoro siamo qui, al nostro appuntamento all’hotel che oramai non si chiama più Impero ma più semplicemente Miramare; negli anni ci facemmo una promessa: ogni qualvolta sarebbe stato possibile ci saremmo rifugiati qui a festeggiare il nostro amore. Le rose sul letto, il brusio della gente al mare e, piccola mia, la solita nostra coppa di champagne. Bevo per stordirmi ancora, per dimenticare che da due anni non ci sei più e che ora questa stanza è vuota senza la tua dolce presenza. Qui, ora, c’è solo un povero vecchio che vive dei suoi ricordi, belli, meravigliosi e densi d’emozioni che non torneranno mai più, se non quando ti raggiungerò e finalmente le nostre anime saranno unite come sempre in una, come nella nostra vita, come nel nostro amore vissuto così intensamente. – Brindo a noi, amore mio…a noi…


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