L’ora delle streghe

L’ORA  DELLE  STREGHE

 «Chiama pure c’è forse chi ti risponda?

E a chi dei santi ti rivolgerai?»

Giobbe, V, 1

 

 Ci fu un breve sospiro, poi la voce di una giovane donna urlò con fermezza:

 «Dio vi stramaledica!»

 Seguì una pausa.

La fiamma della candela sul tavolo parve esitare, poi riprese la sua danza, e la sua luce si fece più intensa. La voce proseguì, e il suo pacato fluire non si interruppe fino al termine del racconto.

«Queste parole furono causa, per mia tragedia, di insopportabili gogne sulla pubblica piazza e di insulti osceni, al farneticante processo nel quale fui accusata di stregoneria, nell’anno del Signore 1512. Chi sta udendo la mia voce, sa già molto di ciò che dirò, ma poichè egli vuol conferma dei fatti, procederò, forse in modo confuso e frammentario, perché il luogo nel quale vivo ora è molto lungi dagli orrori che vissi, e il ricordo mi si annebbia volentieri.

Non credo sarà mai d’uso, per le donne, di parlare, né ora né in futuro, giacchè l’anima di cui gli uomini ci hanno privato, ancor prima di nascere, è marchio indelebile di ignominia, e la favella è, per essi, un dono che Iddio ha voluto donarci al solo scopo di insegnare ai nostri figli come stanno e come staranno le cose: la femmina è figlia del maligno, e il maligno è l’uomo lubrico che ne trae diletto riversando sopra ella il suo insano veleno, sperando, con ciò, che l’Anticristo si accanirà contro gli innocenti.

Guai anche peggiori, nascere muta, come accadde a me, in quella regione che è la Catalogna e nel malaugurato e nefasto secolo in cui vissi.

La Chiesa, santificata dal sangue dei martiri, e priva di errore, annunciava che avrebbe combattuto l’eresia, promosso la riforma dei costumi e lottato per la pace della cristianità. Il Re della mia Ispagna, Ferdinando, reggente bigotto fino all’inverosimile, mise in pratica gli editti del Concilio Ecumenico, promulgati nell’aprile dal Papa Giulio Secondo, che cominciava a temere l’avvento dell’Anticristo nel lanzichenecco Martin Lutero.

Fui accusata, nella tarda estate di quell’anno, di essermi accoppiata con il diavolo, cosa che, per certo verso e udrete come, avvenne. Sventura, tremende insinuazioni e tragici equivoci mi colpirono e io, già anziana di trentun anni e senza quasi più denti in bocca, sventurata figlia di povera gente, finalmente dipanai le ragnatele dell’ugola mia, perché un parto dolorosissimo – conseguenza di un abuso subìto – mi impose l’urlo della ragione, e mio figlio diventò il figlio del demonio.

Mai e poi mai avrei assunto la mandragola: decisi di portare avanti quel figliolo.

Invero, mi sento di dire che l’attesa del bimbo suggerì al mio cuore sentimenti di giocondità, anche se trassi profondo spavento dal parto.

Dio sa che non erano demoni dell’animo mio, ma angeli del Padre Celeste venuti ad accompagnarmi nel limbo dell’ignoranza umana, quel giorno in cui articolai le mie prime parole; non appena guardai il mio bambino, il mio riso eruppe con gioia sfrenata, e se pensate che il solo ridere costituiva già peccato mortale, soprattutto se a modularlo é la madre di Satana, comprenderete perché la Santa Vergine, quel giorno, fu occupata altrove.

Io fui già in grado di parlare come tutti i bambini in tenera età, e di pensare e desiderare, ma non riuscii – da allora fino al momento delle doglie – a comunicare con alcuno. Cosicchè la mia mente divenne più acuta e il mio giudizio più fino.

La vita nella campagna fu molto dura, e i dazi da pagare inverosimilmente alti; la miseria e l’ignoranza dei miei compaesani non mi aiutò certo nell’impresa di vivere. Amavo ascoltare le novità dai bottegai, nel cuore della mia cittadina, poiché essi erano spesso più edotti degli altri, e comunque, nella loro mesta cecità, parlavano di cose impossibili a credersi.

A volte, soprattutto di notte, strani fuochi arrossavano le colline a perdita d’occhio, tanto che la campagna pareva dovesse andar in fumo. Io raffinavo sempre più l’olfatto, e l’aria, che spesso portava l’odore della brace di faggi e pioppi, talvolta portava anche l’acre puzzo della carne bruciata, l’odore dell’incenso e quello dei canti di chiesa, e l’alito di pianti e di lamenti.

Passato il mio primo decennio, decisi di fingere la sordità ed essere così isolata dai miei concittadini – i quali, per altro, non avevano mai mostrato troppa misericordia per la mia menomazione – e d’altronde conoscevo da sempre la solitudine; i miei genitori morirono presto, e nella nostra piccola comunità potei proseguire a guadagnarmi il pane e un posto nel fienile assieme ad altri sciagurati monelli.

In quegli anni, si nasceva, si viveva e si moriva nella paura, poichè essa ci era stata tramandata da molte generazioni ed era ormai parte di noi, come lo sono il sangue e le ossa; la paura serpeggiava perennemente tra le persone, subdola, inafferrabile e indefinita.

Una rassegnata angoscia ci faceva temere che i cicli delle stagioni potessero compromettere i raccolti, cosa che spesso accadeva; il panico ci faceva temere il buio della notte, foriera di diavoli e di infausti presagi. Anche di giorno – quando invece bisognava avere timor di Dio – pareva fosse crepuscolo, come se una cappa di cenere grigia si fosse frapposta tra il sole e la terra, d’estate come d’inverno.

Poi, in un giorno orrendo, giunse la peste nera; dissero che veniva da ovest, ma nessuno sapeva di preciso chi l’avesse portata. Tranne i preti; loro erano certi che il castigo di Dio era prossimo e la sua vendetta imminente.

Al suo passaggio, la peste lasciava cadere sulle sue orme centinaia di cadaveri; la morte strappava i neonati ai genitori, i fratelli alle sorelle e le mogli ai mariti. La nera mietitrice non sembrava però così terrificante, quanto la paura di essa che ci attanagliava.

Continuavano ad albergare, nei nostri animi, le paure più tremende, come quella dell’ignoto, oppure la paura di sbagliare e di dover pagare più che l’ammenda. Ma il terrore più intenso era rappresentato dalla vista, o al solo pensiero, dei Ministri di Dio.

Essi, quando passavano, neri come corvi, parevano non badare a noi, comuni mortali spesso infestati da vizio e cattiveria e bubboni, come se loro non avessero dovuto tributar pegno dei loro misfatti, un giorno o l’altro, alla Divina Giustizia. Come se essi fossero stati immuni dal contagio di qualunque punizione, potevano perfino uccidere, e ciò non costituiva iniquità.

Quei fuochi che spesso vedevo, di notte, seppi che non bruciavano solo sterpaglia o salme di ammorbati uccisi dalla peste. Molte volte, udii sentenziare sottovoce, ardevano persone vive. Ero nata, dunque, nel tristo periodo dell’Apocalisse, la quale giunse con qualche centinaio d’anni di ritardo da quelli previsti dalle Sacre Scritture.

Gli Inquisitori giudicavano, ricattavano e torturavano. Essi, che rappresentavano agli occhi di Dio e a quelli degli uomini, il Tribunale della Sacra Rota, possedevano la coscienza pulita dacchè non l’avevano mai usata, e potevano tacciare di stregoneria chiunque non abbassasse lo sguardo al loro passaggio.

Del resto, essi non passavano molto di frequente dalle nostre parti: vi giungevano solo quando ricevevano la notizia che una strega o un indemoniato si avvicendava nei paraggi.

Così arrivavano sui loro carri cigolanti, preceduti e seguiti da orde di peccatori che mostravano loro il cilicio avvinghiato attorno al petto, ed essi alzavano due dita nel sacro Segno della Croce, con finta benevolenza, poi procedevano a purificare il posto, infine se ne andavano in qualche altro luogo ove sgominare le schiere del Male.

Nel nostro villaggio non c’erano mai stati storpi o sciocchi, pazzi fuorviati o anime sofferenti di mal caduco; io non sapevo cosa fossero i disgraziati, ma conoscevo bene l’odore delle loro membra arse sulle pire di agrifoglio. Sicchè anch’io abbassavo lo sguardo e mi prostravo al cospetto della Sacra Rota, quando giungeva al villaggio; non era per nessuno di noi, mera devozione, ma solo terrore alla vista dei loro occhi di serpente.

Quel giorno speravo con tutte le mie forze che essi non notassero il mio stato di gravidanza già molto avanzato, così mi genuflettei più del necessario. Credevo che avrei partorito da sola, nel fienile, magari di notte, e contavo di far passare mio figlio per un trovatello e di crescerlo con me.

La Santa Inquisizione aveva udito che il malvagio si insinuava nella nostra contrada perché, ultimamente, numerosi voli di corvi e di pipistrelli ne annunciavano il passaggio.

Eravamo di settembre; la mia mantella batteva come una vela attraverso il vento piovoso che sollevava cupe masse di uggia, le sminuzzava in aghi, le sperdeva in polvere fangosa, e polvere e aghi d’acqua volteggiavano nell’aria frustandomi il viso. Il mio sguardo era diritto e fiero come la traiettoria di una freccia, ma tradiva la mia natura, che aveva sempre preferito la calda angoscia alla frigida pace.

I corvi e i pipistrelli si fermarono di fronte a me e assunsero l’aspetto dei Ministri di Dio. Osai posare su di loro i miei occhi di smalto nero, così stranieri al mio volto liscio e quasi rosato. Nessuno si era accorto del mio stato, nessuno mi aveva tradito in cambio di una indulgenza plenaria. Si erano fermati di fronte a me perché mi venne fatto, in un momento, proprio in quel momento, di smaltire la pena delle doglie in un aspro urlo, e involontariamente mostrai la prominenza del mio ventre, tra lo stupore della gente che mi sapeva sordomuta e vergine.

Il destino aveva deciso per me, così dovetti seguirli come si segue il proprio feretro, e anziché una miracolata, divenni un’indemoniata.

Mi lasciarono partorire e poi presero il mio bambino, e quando le mie risa si fecero robuste capii l’orrore che l’avrebbe atteso e risi più forte, risi come una pazza. D’un tratto il mio viso si coprì poi di lacrime, giunte da sorgenti sconosciute, tanto gli occhi e i lineamenti si erano fermati.

Finalmente caddi nell’oblio.

Non impiegai molto tempo per riprendermi; quando accadde, il mio bambino era già morto, poiché fu scorto, sulla sua minuscola schiena, il marchio di Beelzebub, e la sua fine fu decisa in un istante. Lo affogarono nell’acquasantiera della Chiesa, e mentre lo uccidevano, i corvi intonavano cori, i pipistrelli imploravano pietà e la gente si frustava da sé. Vidi il Principe del Male, vidi il suo orrendo ghigno e com’egli ci ingannò tutti, vidi gli abiti purpurei nei quali si manifestò, e non vidi più il mio bambino. Poi persi il senno, e ricordo molto poco, per mia fortuna, di ciò che avvenne; d’impeto corsi incontro al boia, abbattendomi sul suo petto robusto. Guardai tra i capelli che mi erano calati sul viso e scorsi espressioni compassionevoli. Sentii il suo cuore battere a grandi tonfi sotto la mia testa. Ricordo che gridai, e imprecai contro tutti i presenti, e ricordo che la morte tra le fiamme fu la sofferenza minore, rispetto a quelle che mi inflissero prima.

La mia anima se ne andò via molto prima da quel piccolo guscio che era il mio corpo; non sentii il fuoco mentre mi avvolgeva, poiché guardavo me stessa dal di fuori, mentre un Angelo del Signore mi mostrava la via che avrei dovuto seguire da quel momento in poi.

Tu hai avuto accesso a quella via per pochi minuti, e so che saprai farne buon uso.» 

La voce qui si interruppe, nello stesso istante in cui si spense la candela.

Poi la luce elettrica sostituì quell’atmosfera, e vidi il volto sereno della medium, appena uscita dal trance, che avevo consultato per conoscere il motivo per cui ho trascorso l’intera mia vita col terrore delle acque profonde.

 

© Tiziana Stanzani 2011


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