Leggero, come un soffio

Gli amori passano, gli amici durano per sempre.

Era bello crederci. E non nego che mi piacerebbe poterlo ancora fare.

Ma ormai non è più possibile.

Ho 13 anni, ma le circostanze in cui mi trovo mi hanno sbattuto in faccia la realtà troppo violentemente per potermi comportare ancora come uno qualsiasi dei miei coetanei.

Sono diversi mesi che ho tagliato i ponti con la mia vita precedente.

Non è stata una scelta mia, sia chiaro.

Fuori dalla finestra vedo le foglie staccarsi dai rami e cadere dolcemente cullate dal vento.

Quando ho iniziato a fare fuori e dentro dagli ospedali c’era la neve.

Chissà se la vedrò ancora.

Siamo a metà novembre, ed è da settembre che non metto più piede in un ospedale.

Non ce n’è bisogno.

Di quella che era la mia cameretta è rimasto ben poco, se non l’angolo dei giocattoli un tempo tanto amati ed un paio di disegni incollati goffamente al muro, con dello scotch che minaccia di staccarsi da un secondo all’altro.

Un po’ come la mia vita.

Adesso sono vivo. Ma tra cinque minuti lo sarò ancora?

Tutto è cambiato da quando mi è stato trovato quello che i miei genitori chiamano “il male della testa”.

Un tempo giocavo a calcio, anche benino a dir il vero, andavo bene a scuola ed ero pieno di amici coi quali giocare.

Ora il calcio non lo vedo neanche più alla televisione, la scuola mi è inutile (a che serve morire istruiti?), e gli amici hanno lentamente smesso di venire a trovarmi.

Ricordo quando era venuta tutta la mia intera classe a trovarmi, tutti stipati nella mia stanza a farmi domande e porgermi regali.

Ricordi. Esiste qualcosa di più bello?

Da allora le visite hanno cominciato a diminuire sempre più.

Probabilmente nella maggior parte dei casi sono stati i genitori a proibire ai figli di venire a trovarmi, così da risparmiar loro qualche sofferenza una volta che me ne sarò andato.

Non li biasimo.

L’unico amico che ha continuato a venire da me costantemente è stato Manuel.

Abitavamo uno di fronte all’altro e prima della malattia passavamo delle ore a scambiarci figurine sotto casa.

Poi però, quasi come fosse destino che io rimanessi solo, suo padre ha trovato lavoro in un’altra città.

Si sono trasferiti e per quasi un mese ci siamo tenuti in contatto sia telefonicamente che attraverso alcune lettere.

Poi però il telefono non ha più squillato.

Ricordo ancora il nostro ultimo incontro.

Lui si è messo a piangere. I bambini…

Prima che se ne andasse gli ho regalato uno dei miei giochi preferiti.

A me non sarebbe più servito comunque. Almeno così renderà felice qualcuno e forse gli farà ricordare del suo migliore amico per qualche tempo in più.

L’unico amico a non avermi mai lasciato davvero si trova sdraiato accanto a me.

Le orecchie appuntite pronte a captare il più piccolo rumore. Gli occhi assorti a guardare un punto imprecisato della stanza.

È il mio gatto. Si chiama Taygo.

Quando mia madre lo ha portato a casa, avvolto in una coperta, grande poco più di una tazza da thè, io ho iniziato a saltare di gioia ed a urlare il suo nome “TAYGO! TAYGO!”.

Chissà perché gli avrò dato quel nome poi.

Ero molto più piccolo di quanto non lo sia ora ed avere un gattino da coccolare era uno dei miei desideri più grandi.

Si può dire che siamo cresciuti insieme.

Quanta pazienza ha avuto questo gatto con me.

Solo ora me ne rendo conto. Ma mi vuole bene comunque, e me ne ha sempre voluto.

Fin dalle prime notti passate in casa con noi Taygo ha sempre avuto una sorta di predilezione per il mio letto.

Io alle 9 di sera mi infilavo sotto le coperte, e lui puntuale arrivava ad accovacciarsi accanto alla mia testa, facendomi rimbombare nelle orecchie quel suono di fusa tanto forte che si direbbe fosse impossibile che uscisse da un corpicino tanto piccolo.

Al mattino quando mi svegliavo lo trovavo ancora nello stesso posto in cui si era messo la sera prima, intento a leccarmi i capelli in segno di affetto.

Forse credeva fossi suo fratello.

Forse lo crede ancora, benché io di peli in testa non ne abbia più.

Da allora siamo cresciuti tutti e due.

Lui è diventato un bel gattone, decisamente più grande rispetto alla taglia “normale” di un gatto.

Io sono passato dall’essere un bambino pieno di sogni al diventare un ragazzino che ha accettato il suo destino.

Nessun pianto. Nessuna paura.

Morirò prima di aver provato gran parte delle esperienze ed emozioni che persino il più pezzente sulla faccia della Terra ha avuto il lusso di provare.

Ma non importa.

Non si può aver nostalgia di qualcosa che non si è provato perché non lo si conosce.

Questa è al contempo la mia miglior consolazione ed il mio peggior rimpianto.

Sono nel mio letto. È autunno. Fuori le foglie cadono.

La neve non la vedrò mai più, ora ne sono certo.

Taygo si sveglia stiracchiandosi un poco e viene a leccarmi il viso dolcemente.

Leggero, come un soffio.

Vuole svegliarmi, ma non ci riuscirà. Non questa volta.

Il mio cuore si spegne quando nelle orecchie ho ancora il suono delle sue fusa a coccolarmi, e tutto quello che riesco a pensate è “grazie”.

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