Le margherite gialle

Le margherite gialle

Una domenica  diversa dalle altre insolitamente miti per un inverno già inoltrato ghiacciava con l’aria pungente del primo mattino il timore che quella notizia fosse vera, irrimediabilmente vera. Avvolta nel mantello più pesante uscii di casa in silenzio, perché almeno ai miei figli fosse possibile prolungare il sonno. La città appariva fantasma, la bruma avvolgeva le case insonnolite dandomi la stessa sensazione melanconica che da bambina provavo quando, nel giorno dei Defunti, credevo che anche la natura fosse comandata da Dio a chiudersi in un raccoglimento mesto e pietoso.

Non so perché ma nei dieci minuti di cammino che separano l’altra abitazione dalla mia mi sembrò di assorbire ben più di un decennio.

Il viale fiancheggiato da ligustri ritornava alla mente quello di tanti anni fa, quando adolescenti assaporavamo il piacere quasi proibito di fare lunghe passeggiate da un estremo all’altro di esso. Il vecchio palazzo riemergeva ora alla vista più carico di colore più nitido nei contorni, chissà perché poi proprio in un momento in cui un’altra parte di noi se n’era andata.  L’angusto portone infine varcato col cuore in gola mi sottrasse alla dimensione presente. Salii gli stretti gradini in punta di piede come facevo allorché bambina mi recavo a casa di Livia alle due del pomeriggio per non disturbare chi a quella ora riposava.

Il tempo in alcuni momenti srotola all’indietro riportandoci in un baleno a ciò che eravamo e continuiamo ad essere nell’intimo al di sotto delle parvenze quotidianamente espresse.

Avvenne dunque che l’incontro fosse uno scoppio di lacrime reciproco. Come le bambine di una volta ci abbracciammo, dirigendoci non verso il salotto buono dove raccolti nel dolore erano seduti altri parenti e amici, ma in cucina, sì proprio in cucina, nella parte più intima di quella casa che evocava ora tanti ricordi.

Tutto era al suo posto come un tempo. La stessa vecchia credenza, la stessa stufa a legna, perfino appese al muro le stesse pentole di lucido alluminio che non erano state dunque sostituite da altre più moderne ed efficienti.

Vari complessi sentimenti mi occupavano, ma soprattutto mi stringeva il cuore la sensazione che gli anni, tutti gli anni trascorsi si potessero, a pensarci bene, paragonare a un pugno di mosche volate via da una mano distratta che credeva di tenerle prigioniere. E lo studio del vecchio nonno professore di latino e greco, una specie di sacrario dove non ci era stato ami consentito di entrare, con la biblioteca fornita perfino di alcuni testi cinquecenteschi e il soggiorno ora più agghindato, ma sostanzialmente con lo stesso mobilio di un tempo, la stanza dei nostri giochi simpaticamente definita “la camera d’imbroglio”, tutto era come un tempo e, finalmente lì, in fondo al corridoio, la stanza da letto di Livia e di sua madre, una nitida stanza in cui due lettini gemelli di stile antico sembrava che avessero voluto colmare il vuoto del talamo nuziale discioltosi dopo pochi anni per un incidente stradale. Era rimasto a Livia     quale unico ricordo paterno l’enorme ritratto di un signore distinto, quale era appunto suo padre, a cui era orgogliosa di rassomigliare.

Lì giaceva nella composta solenne immobilità della morte lei, la madre, altera in quel viso che da viva incuteva timore a prima vista ma poi si addolciva come per effetto del tono pacato della voce. Un’altra parte di noi se n’era andata così come dieci anni prima con la scomparsa di mia madre era volata via come in un turbine di vento la struttura stessa della nostra casa.

Che vuoto lasciano le madri quando muoiono! Tanti cari pensieri erano svaniti per Livia adesso come per me allora e anche quello che eravamo lì adesso, le nostre professioni, le nostre nuove famiglie, i mille problemi e le minute gioie quotidiane sembravano un peso inutile, un ostacolo, una forzata evasione da una realtà che sentivamo più nostra, più umana, più vera poiché in quella ci sentivamo tranquille, senza paure e ansie  perché protette dall’affetto materno, ma che lo sapevamo bene, non aveva altro modo di esistere se non come ricordo intatto nell’angolo più riposto del nostro cuore. Il calore delle nostre case di allora, fatto di aliti intorno a un braciere, ancora riscaldava i ricordi. Le chiacchierate lunghe ore e ore da un balcone all’altro non avvenivano più adesso. Appena rimane un filo di glicine di quella immensa cascata che avvolgeva tutta la terrazza attraverso la quale Livia aprendosi un varco si cimentava a porgermi in un cestino di vimini legato al manico del bastone del nonno, preso di nascosto, uno alla volta dei succosi loti. Dalla mia finestra io intanto le andavo incontro con un altro bastone uncinato nel tentativo di agganciare il cestino; non di rado capitava che tutto sgusciasse giù, per fortuna solo cesto e bastoni, e allora via di corsa per le scale per raccattare tutto quanto. Mai le sere invernali erano state più dolci come quelle in cui sua madre per tenerci buone ci permetteva di pasticciare con acqua, farina e qualche uovo. L’ossequio alla natura che puntualmente rendevamo nelle belle giornate di sole trascorrendo interi pomeriggi nella campagna circostante a raccogliere fiori! Ricordo che in particolare le margherite gialle erano diffusissime tra gli altri fiori di campo. E poi il nostro giocare alle signore! Avevamo già allora il gusto della casa e ce l’ allestivamo chi sotto il tavolo, chi nel vano della scrivania e a turno sul divano perché quello era il posto più desiderato ed ogni genere di oggetti concorreva a formare la suppellettile, in particolare le cartoline illustrate che erano le più idonee a formare gli immancabili altarini. Paradossalmente ogni oggetto di quella casa rivisitata a distanza di molto tempo si trovava ancora al suo posto; ognuno esprimeva uno spicchio di vita trascorsa, ognuno parlava per un’anima chissà per quale miracolo infusa in esso. E quel ritrovarsi lì come le bambine di un tempo a piangere insieme senza pudore le nostre madri perdute ci riportava alla dimensione di un tempo. La triste consapevolezza della fugacità della vita ci spingeva forse per reazione forse per conforto a frugare nei ricordi per evocare e rievocare momenti trascorsi che ci donassero un po’ della primitiva serenità per un urgente bisogno di evasione da quella fredda realtà e insieme per ritrovare una felice condizione di vita se non perduta, certamente irripetibile negli stessi termini.

“Sai, mamma mi ha sempre detto che avrebbe voluto essere seppellita nel giardino” furono le ultime parole prima che ci separassimo.

Adriana Pedicini

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