L’angelo della metropolitana.

La metropolitana stava per arrivare, Matilde era un po’ stanca dopo una giornata passata a fare acquisti nel centro città. Era il suo modo di riempire i silenzi quando questi le urlavano nel cuore la loro presenza, lasciandola spossata, ma non arrendevole. Era solita infatti reagire scacciando i pensieri e concentrando i suoi sforzi e la sua mente su qualcosa di concreto. Il cartellone luminoso indicava l’arrivo dell’ultima  corsa serale dopo pochi minuti. C’erano solo alcune persone, visto l’orario tardo, ad attendere ai bordi di quel tunnel illuminato da luci artificiali. L’odore di stantio era quasi insopportabile, così come il calore distribuito nell’aria. Matilde aveva appoggiato i suoi pacchi a terra, tra le gambe, come a voler proteggere i suoi nuovi vestiti che per lei significavano cambiamento, novità. Iniziò a sentirsi in lontananza il rumore sordo di ferraglia sui binari, segno che la metropolitana era vicina. Matilde si preparò raccogliendo la sua preziosa merce da terra e si avvicinò alla linea gialla che sancisce il limite oltre il quale non si può andare per questioni di sicurezza. Il vagone centrale era quasi interamente vuoto, come anche gli altri d’altronde. Matilde salì ma non si sedette nonostante l’abbondanza di posti liberi. Posò nuovamente le buste a terra e si tenne ad uno dei corrimano, proprio vicino ad una serie di quattro sedili vuoti, rimanendo in piedi in balia del movimento della vettura. Ad un certo punto sentì un colpo deciso sulla sua spalla, come se qualcuno le bussasse per dirle qualcosa o farle vedere qualcosa. Matilde trasalì e sentì l’adrenalina bloccarle il cuore e il respiro per un attimo. Si girò di scatto, allontanandosi d’istinto dal punto in cui pensava ci fosse qualcuno. Ma nonostante la sua reazione fu improvvisa e repentina, quando si voltò non vide nessuno. Il cuore cominciò ad aumentare il suo battito, disegnandole sul viso l’espressione di panico. Abbassò lo sguardo e vide su uno dei sedili un biglietto. Lo prese tra le mani tremanti e con fatica lesse le poche parole scritte : ‘Non sarai più sola’. Matilde gettò via velocemente quel foglio che rotolò a terra. Si guardò ancora intorno presa dallo spavento, ma non c’era nessuno, solo qualche passeggero nei vagoni successivi, che comunque era totalmente immerso nei suoi pensieri. Allora prese i suoi pacchi e iniziò a correre avanti nel tentativo di trovare un po’ di compagnia e calmare la sua ansia. Camminava velocemente, tentando di non cadere, mantenendo l’equilibrio, nonostante la corsa veloce della vettura. Si guardava costantemente indietro per paura che qualcuno la seguisse. E nella sua corsa non si accorse di nulla se non di finire addosso ad un ragazzo stralunato e ben vestito che attendeva di giungere alla sua fermata per tornarsene finalmente a casa. Inciampò e le caddero tutti i pacchi. Il ragazzo, con prontezza di riflessi, la prese tra le braccia evitandole di finire a terra. Lei confusa e ancor più spaventata  ripeteva solo ‘Scusami scusami’ senza rendersi conto di essere finita addosso al suo vicino di casa, che, la guardava con tenerezza, comprendendo il suo momento di totale smarrimento. La strinse forte a sé come desiderava fare da tanto tempo e, Matilde, resasi conto di essere totalmente attaccata al corpo del ragazzo e di avere il mento appoggiato sulla sua spalla, non fece in tempo a scansarsi e a fuggire via da quell’imbarazzante situazione, che vide di fronte ai suoi occhi, a qualche metro di distanza una bambina, vestita con un abito d’altri tempi, con la gonnellina bombata ed un cappellino ricamato in testa. Sul viso, stampato, un sorriso angelico e dolce, appena imburrato dalla dolcezza del suo sguardo. Alzò le braccia e le distese come a dire, ‘ecco, questo è tuo!’ Chinò il capo in cenno di saluto e scomparve nel nulla lasciando Matilde di stucco. Si staccò leggermente dal corpo di quel ragazzo, lo guardò fisso negli occhi e lo vide per la prima volta. Si rese conto di esser stata cieca per tanto tempo, assorta com’ era nei suoi problemi e nelle sue ansie. Lo prese con le mani sul viso e lo avvicinò alla sua bocca, baciandolo ad occhi chiusi. Poi, arrivati alla stazione giusta, lo prese per mano e lo portò via con sé senza dire una parola e senza nemmeno preoccuparsi dei pacchi sparsi nel vagone del metrò.

Emanuela Arlotta.

 

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