La guardiana della notte.

Racconto arrivato in finale al Premio IoRacconto4 :

 

Un cielo nero in una notte buia, che più buia non si può immaginare, si staglia come scenario alla storia che sto per narrare. Se avete paura del buio scostatevi dalla mia vista e tappate le vostre orecchie, non fate il tremendo errore di udire queste parole!

Tutto ha inizio in quella strana notte, in cui le nubi arrivarono d’improvviso nere come lingue di pece, a coprire le stelle una ad una, lasciando nell’oscurità ogni centimetro di questa Terra. Mi sorprese, quella cecità indotta, mentre ero seduto sulla panchina del mio parco preferito, quello in cui ero solito vivere, non avendo un tetto che mi coprisse la testa. Ero in profonda meditazione, nei miei più reconditi pensieri, quando credetti di aver perso la vista e di aver bisogno di un dottore. Ma udii in lontananza le grida camuffate dall’aria ovattata di quella sera, di altri uomini in balia del buio, e capii che non erano gli occhi a non funzionare, ma qualcosa che ancora non si riusciva a spiegare. Giunse uno spicchio di luna in soccorso della vista che mi permise, con il suo lieve bagliore, di notare una figura traballante sulla strada in lontananza.  Seppi in seguito che il suo nome era Lulù. La vidi camminare con lentezza e goffaggine come fosse uno strano animale. Una donna dal bel viso e dalle giuste rotondità, avvolto in un mantello nero che le delineava il giovane corpo. Aveva però uno strano modo di alternare un passo con l’altro tanto da sembrare in precario equilibrio. Capelli biondi si affacciavano dal cappello, pochi ciuffi in verità, ed uno sguardo insostenibile, selvatico come quello di un gatto, enigmatico come quello di una sfinge, incomprensibile come i misteri dell’universo. Era lei, la guardiana della notte , che sbuffava il fumo della sua sigaretta e magnetizzava la natura come una calamita naturale. D’improvviso fermò il suo passo proprio di fronte alla mia seduta. Mi spaventai e trattenni il fiato, divenni marmo di fronte al suo sguardo.

“In silenzio mi segua, sento che un mistero si cela dentro questa notte”, la sua roca voce mi tagliò le orecchie e come ipnotizzato feci quello che mi era stato chiesto.

Proseguimmo nel cammino tra lo scricchiolio delle sue scarpe e l’oscurità. Si fermò di nuovo, sbuffò una nuvola di fumo e assunse l’espressione di un animale in allerta. Gli rotolai addosso e lei non fece cenni, sembrava ancorata al terreno da radici profonde e inamovibili. I suoi occhi roteavano velocemente in ogni dove lasciandomi a bocca aperta, incapace di capire se aveva uno strano mancamento o se faceva parte del normale. Cacciò un urlo disumano, e d’improvviso scorsi un’ombra di fronte a noi, uno spettrale spettacolo di rivoltante crudezza. Un uomo era stato assassinato ai margini del mio parco, della mia pacifica casa, del luogo di raduno di migliaia di bambini urlanti che si azzuffavano per un gioco. Lulù aveva ragione, quella notte era stregata, nascondeva l’incomprensibile dietro la sua nottambula rappresentazione. Rimasi in attesa di una mossa della donna, immobile come una statua, terrorizzato come un fanciullo. Lulù andò vicino ad annusare il malcapitato, avvicinò la lingua ad un rivolo di sangue che gli scendeva dalle labbra. Assaporò la sua morte per comprenderne il significato, odorò la sua fine per comprenderne il motivo.

“Sangue caldo, è morto da poco, sento il terrore che nel suo corpo si è propagato. Ha visto l’assassino che lo ha pietrificato e successivamente lo ha inciso con un coltello affilato.”

Poi continuò “Datemi il sangue e vi restituirò il sole”.  Era scritto sul suo corpo, un messaggio umano le era stato recapitato.

La donna proseguì, passammo attorno allo sfigurato, ebbi un sussulto nel circumnavigarlo, appeso all’albero su cui sembrava impiccato. Camminammo per un’ora buona in quella strada isolata finchè arrivammo ad una villetta da secoli abbandonata. Lulù era di nuovo allertata, si udivano delle voci bisbigliare dall’interno delle rovine su cui la luna sembrava non volersi posare. Aprimmo il cancello pieno di erbaccia, appena accostato, e valicammo il confine tra il bene e il male. Camminammo attraverso una sterpaglia smisurata, Lulù traballante come una nave in balia delle onde ma sempre attenta e guardinga come un felino a caccia. Ci avvicinammo alle mura pericolanti sopravvissute ai millenni passati e attraversammo una porta quasi distrutta dalle intemperie tentando di non farla scricchiolare e non destare troppa attenzione. Vidi Lulù passare il portone con un’inimmaginabile destrezza, tanto che rimasi a guardarla con palpabile incertezza. Richiamato all’ordine dalla misteriosa donna, passai anch’io trattenendo il respiro. Un tremendo odore nauseabondo si propagava nell’aria stantia di quella villa tanto che mi accasciai in un angolo e vomitai tutto l’orrore che provavo in quell’istante. Lulù mi guardò con indifferenza e attese la fine di quel patetico spettacolo, lei che viveva nei luoghi più abietti della Terra. Continuammo a camminare silenziosamente tra le rovine finchè non udimmo dei sussurri cantilenanti provenire da una stanza con la porta diroccata appena accostata. Ci avvicinammo per origliare e sbirciare silenziosamente e non appena ci affacciammo alla porta vedemmo un circolo di vecchie donne intorno ad un altare con una fiamma accesa al centro. Erano tutte vestite di stracci, quasi fossero streghe d’altri tempi impegnate a recitar magie. Siamo rimasti in osservazione per circa 5 minuti, prima che Lulù decidesse all’improvviso di entrare rumorosamente infrangendo il rito delle vecchie donne. Rimasi impietrito per quel gesto inaspettato. La vidi combattere con qualcosa di trasparente che il mio occhio non riusciva nemmeno a mettere a fuoco. Le streghe osservavano con estrema attenzione quasi fossero le loro menti a manovrar l’evoluzione della spettrale creatura. Lulù era agile come una tigre e spietata come un’assassina, sferrava colpi di spada sospesa ad un metro da terra nella rocambolesca guerra. Finì la sua battaglia con un urlo agghiacciante che risuonò come un rombo di un jet e fece scomparire in un batter d’occhio tutte le streghe accerchiate all’altare. Credetti di morire e vacillai rovinosamente sul terreno, ormai esausto e con la convinzione di esser diventato pazzo. Notai che era stata ferita nella lotta appena conclusa. Il suo braccio era aperto dalla spalla al gomito e il suo sangue non era rosso ma verde acido. Cadendo a terra imbrattava il pavimento con una sostanza gelatinosa che si addensava come fosse già coagulata. Mi alzai e indietreggiai spaventato e indebolito dalla vista di tale irreale scena, cosparso di pensieri volteggianti che mi aleggiavano nella mente. Iniziò a leccarsi la ferita come fosse un animale in difficoltà e non riuscii a lasciarla in balia della sofferenza, la soccorsi legandole al braccio uno straccio che avevo nella tasca. Notai i suoi occhi luccicanti bucare i miei in segno di ringraziamento per quel gesto che stava alleviando il suo tormento. Vidi la foto dell’uomo ucciso sull’altare, vicino al fuoco scoppiettante. Lulù la prese tra le sue mani, la portò al cuore e iniziò a scuotersi come fosse indemoniata. Si contorse e gridò nel buio di quella casa ricadendo all’indietro in preda alle convulsioni. Tentai ininterrottamente di fermare quella tragedia, di bloccarla su di una sedia, ma i suoi sussulti erano così violenti da farmi desistere da tutti i miei intenti. Poi smise e tutto il silenzio discese cupo e impregnò l’aria di un vuoto insostenibile, un nulla sospeso nello spazio temporale di un secondo. Mi svegliai di soprassalto sulla mia panchina, sarà stato mezzogiorno a giudicar dal sole. Mi alzai d’improvviso ed iniziai una corsa verso il luogo buio e austero in cui vidi l’uomo ferocemente ucciso. Nulla, l’albero era lì, come ogni giorno adagiato sul suo letto di terra, nessuna traccia dell’efferato assassinio. Pensai che tutto fosse stato una invenzione di una mente disturbata dalla solitudine e da un’insolazione. Mi girai e tornai verso la base ma quando arrivai alla amata panchina vidi un uomo ben vestito impegnato nella lettura di un libro un po’ anticato. Mi avvicinai cercando di intavolare una piacevole discussione quando scorsi una figura che mi pareva conosciuta disegnata sul libro. Misi a fuoco e vidi l’andatura barcollante della donna della notte e lì appresi che il suo nome era Lulù, leggendo la didascalia subito sotto quell’immagine. La sua sagoma nella notte traballante e guardinga era lì sotto al mio sguardo esterrefatto e incredulo. Alzai gli occhi per chiedere all’uomo cosa fosse quello scritto e mi accorsi che anche quel volto non mi era nuovo affatto. Era colui che avevo visto trafitto quella sera, insanguinato e maciullato e sull’albero poi appeso. Mi disse solo questa frase :

‘Lulù ti manda a salutare, ha ceduto il suo sangue per far tornare il sole, e tu messaggero della notte hai fatto in modo che la sua storia vivesse attraverso il libro anticato su cui l’hai impressa. Così Lulù potrà tornare dalle pagine di questo scritto per risolvere nella notte ogni mistero, se mai ce ne fosse’.

Scomparve lasciandomi il libro prezioso che racchiudeva l’anima della guardiana del buio che aveva affidato alle mie cure la custodia delle sue spoglie.  Lo portai nella mia casa di cartone e ancora oggi è sotto il cuscino, a volte mi parla al calar del sole e mi racconta di antiche storie. Sono in attesa di un nuovo mistero per veder di nuovo quella figura traballante solcar la strada con andatura ancheggiante, per ritrovar quel suo fascino animale così vicino alla mia natura ancestrale.

Non abbiate paura del buio della notte la guardiana è in allerta e vi proteggerà anche dalla morte.

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