Interviste impossibili – Niccolò Machiavelli a cura di Patrizia Palese

 

Un gennaio stranissimo. Fa caldo, anzi, per la precisione non fa freddo. E questo diventa un vero problema, perché se questa volta mi mandano chissà dove e soprattutto chissà in che momento dell’anno, se arrivo carica di cappotti, stivaloni, cappelli, sciarpe e guanti, rischio di stare due ore nell’anticamera di “CHISSA’CHI” prima di essere ammessa alla sua presenza; del resto se vado con pochi indumenti addosso, rischio di prendermi una bella infreddata…e proprio non mi sembra il caso, visto che sono appena uscita da un’influenza che mi ha piegata in due.

Che poi, anche questo fatto che non si debba sapere chi intervistare fino a quando non si è in volo, mi sembra un’esagerazione! Nemmeno dovessi organizzare un colpo di Stato contro dei personaggi illustri, certamente, ma passati a miglior vita, anzi, a miglior tempo da diverso tempo, e mi si scusi l’assonanza! Credo proprio che oggi lo dirò al nostro responsabile; al massimo non cambierà nulla. Comunque alla fine decido per un abbigliamento a cipolla, con scarpe comode, senza guanti…e che il protettore dei giornalisti mi protegga.

In perfetto orario arriva la vettura che mi porterà al luogo preposto. Vetri neri, divisorio fra me e l’autista; nessuna risposta al mio allegro buongiorno. Tutto come da manuale, però uffa!

L’aereo è sulla pista; salgo in fretta. Siamo in sette. Ci sorridiamo e subito appare il responsabile. Ci consegna le buste. Le apriamo, anzi, gli altri aprono le loro buste; io chissà perché mi rigiro la busta fra le mani. Il responsabile si avvicina e mi guarda. Non dice una sola parola e continua a fissarmi. Apro la busta e…cazzarola! NICCOLO’ MACHIAVELLI!

E immediatamente vedo il suo ritratto: viso ossuto, sguardo da topo furbo, fronte spaziosa, labbra sottili e poi quel movimento accennato della bocca che non sa sorridere ma solo schernire! Non certamente un bell’uomo e sicuramente nemmeno simpatico. E io a uno così che razza d’intervista posso fare? Magari è capace che mi mette nelle mani del Borgia e sparisco senza nemmeno rendermene conto.

La sua intervista precedente è stata molto apprezzata – e con gli occhi fa un leggero cenno verso l’alto – e siamo certi che solo a lei poteva essere data la possibilità di essere faccia a faccia con questo grande uomo. Non ci siamo sbagliati, vero?” non è una domanda, ovvio, e la mia risposta è un leggero sorriso d’assenso. Solo quando il responsabile si allontana, mi prendo 10 secondi per pensare a qualche rabbiosa espressione in dialetto, ma subito dopo organizzo la mia intervista. Scrivo un programma per ricordarmi alcuni punti, giusto in tempo per prepararmi a scendere dall’aereo. Mi volto verso i miei compagni; mi sorridono, ma a me non viene voglia di sorridere…sempre a me le cose difficili!

Sono fuori, seduta su un masso e fa caldo, tanto caldo, troppo caldo.

Vedo venire verso di me una carrozza. Entro e sento ancora più caldo. La carrozza attraversa una strada sterrata: ai due lati immensi campi di grano e contadini che lo raccolgono in fascioni. “Scusate, ma in che mese siamo?” “ Siamo in giugno, il 18 giugno del 1498 e per grazia di Di e siamo a Firenze” intanto comincio a togliermi le calze, il golfino e a sbottonare i primi due bottoni della camicetta.

La carrozza si ferma davanti all’ingresso di un palazzetto senza pretese a due piani. Scendo,  e dal portoncino esce una donna che quando vede le mie gambe nude per poco non sviene; praticamente mi spinge in casa e continua a spingermi fino a farmi entrare in una stanza.

In pochi minuti mi ritrovo spogliata e rivestita con un abito frusciante di seta, i capelli mi vengono tirati indietro e tenuti fermi da un nastro annodato sulla nuca. So di essere abbastanza ridicola, ma non ho il tempo nemmeno di dirlo “Per fortuna che sulla via non c’era nessuno! Andare in giro con le gambe nude!” Ovviamente non replico.

E finalmente si va, perché Niccolò Machiavelli il 19 giugno 1498, cioè domani, verrà insignito della carica  di Cancelliere di Firenze, per la precisione l’ottavo cancelliere e rimarrà con tale carica fino al 7 novembre del 1512 e dopo di lui la carica sarà abolita…ma questo non lo può sapere. Per questa occasione messer Niccolò di Bernardo dei Machiavelli, noto per i più come Niccolò Machiavelli, concederà il suo tempo a chi vorrà porgli domande e lo si potrà fare nella sua abitazione…e accompagnata dalla donna che mi ha accolto, spogliata, vestita e acconciata come se fossi una statuina di cera, non mi perde d’occhio un momento e insieme ci stiamo avviando proprio là.

Giunte di fronte a un portone massiccio, la mia accompagnatrice bussa con decisione e, appena l’uscio  si apre, entra trascinandomi per il polso. “Non essere sfacciata. È un grande onore essere alla sua presenza. Egli è molto di più di quello che tu possa immaginare: è uno storico, un filosofo, uno scrittore, un politico e un drammaturgo, ma soprattutto è un fiorentino” Mi viene voglia di dirgli che io sono una romana, scrittrice, drammaturga e storica…ma lui è LUI, e io sono solo me.

E si entra in una grande stanza che, per la stagione e per quei tempi, è fresca.

Di spalle lui, il Machiavelli, ma quando si volta mi viene quasi naturale fare un mezzo inchino.

Mi avvicino e mi fa segno di sedere.

Mi è stato riferito che una femmina, voleva pormi delle domande. Sono molto incuriosito da questa novità. Iniziamo da dove e quando sono nato?” “Messer Machiavelli, credo che tutti sappiano che lei nacque a Firenze il 3 maggio del 1469…” “Allora procediamo con altre domande. Lei, sicuramente, ne avrà alcune da pormi” “Poche persone hanno saputo creare un termine dal loro nome o cognome. Il termine MACHIAVELLICO è entrato nel parlare quotidiano per indicare un tipo preciso di intelligenza acuta e sottile, ma anche spregiudicata. Lei ha mai avuto sentore che ciò sarebbe avvenuto?” “Quando non si sa come demolire la ragione, la verità, si cerca di vestirla con panni inadatti. Le mie sono esposte nella mia opera IL PRINCIPE, dove, in maniera più che chiara il mio concetto di ragion di Stato e la concezione ciclica della storia, vene chiarito. Fu un grande passo avanti dichiarare la politica come scienza e, come tale, rispondente a regole e leggi. E questo non mi è stato mai perdonato, la chiarezza, l’universalità del concetto moderno per molti è spregiudicato e amorale” “Forse questa sua visione risente della sua infanzia non propriamente felice? Del resto lo scrisse lei stesso NACQUI POVERO ED IMPARAI PRIMA A STENTARE CHE A GODERE” “La vita, nelle migliori delle ipotesi, ti toglie sempre qualcosa…a me tolse l’infanzia, ma non fui il solo. Ma non parliamo di ciò. No, nessun ricordo amaro mi portò a questa mia visione di una scienza nuova; fu solo la mia intelligenza che mi condusse ivi” capisco che ho toccato un nervo scoperto e mentre faccio questa considerazione, incontro lo sguardo della donna che mi ha accompagnato; se potesse mi riempirebbe di sberle, per cui cercherò di fare più attenzione. Vorrei chiedergli perché dal 1512 fu allontanato in modo forzato dalla politica attiva dopo tanto suo prodigarsi, ma siamo ancora nel 1498 e ciò non è avvenuto. Anche perché si sa bene ciò che accadde…forse ricordargli quella spina nel fianco che fu per lui Firenze, Pisa e la sua riconquista, sarebbe un riaprire ferite ancora sanguinanti.

Credo che sia opportuno parlare di Cesare Borgia” “Un vero signore, mi creda, un gran soldato amato dai suoi e rispettato dai nemici” “Eppure non fu nei confronti di Firenze magnanimo e se non fosse stato per la Francia chiamata dai fiorentini in soccorso, avrebbe imposto alla città pesanti sanzioni” “Sì, certo e fui  io stesso che andai con ambascerie insieme al vescovo di Volterra, monsignor Soderini, per trattare una tregua onorevole. La crisi fu superata grazie agli eserciti francesi certamente, ma più di ogni altro s’era da punir Arezzo per il tradimento, molto di più che il Borgia” “Lei era affascinato da Cesare Borgia?” “Affascinato non è il termine giusto; oserei proporre ammirato. Egli rappresentava la personificazione del vero principe che combatte fiero per la sua gloria e per quella della sua famiglia. Per questa gloria si può e si deve vedere un futuro politico valido. Non fu riconosciuto a egli e a me il valore dell’onore. Ma ciò poco importa. I tempi sapranno dare a entrambi il giusto riconoscimento”

“Pochi sanno di lei nel quotidiano. Le posso chiedere di dirci qualcosa a proposito?” “Ebbi in moglie una donna umile che mi rese padre sei volte. Con me fu moglie devota e ciò dovrà essere bastevole per gli altri. Della vita propria non si può far mercato” la sua voce è profonda; vuoi veder che forse lui voleva solo aver la quiete in casa e nel cuore? Non giro lo sguardo verso la donna che, sono certa, se potesse, mi farebbe uscire da lì a calci.

Di lei restano molti trattati che per lo più illustrano il potere terreno di nazioni e regnanti. La sua fu una scelta dovuta e voluta dagli eventi?” “In parte sì, ma primariamente il mio essere uno storico mi imponeva di farlo. La storia si ripete, non v’è nulla di nuovo, per cui registrare eventi, uomini d’armi con le loro decisioni, le loro sconfitte, potrebbe essere d’utile per altri allorché ci si dovessero trovare in situazioni similari. Credo molto in questo. So cosa sta pensando, ma stia serena. Come faccio a saper ciò che avverrà? Non si ponga pena, lo so e ciò basta. Del mio creder nello Stato e nel suo salvarlo da ogni iniquo male, non mi verrà riconosciuto alcun merito. Sarò esiliato e mi sarà fatto divieto di entrare in Palazzo Vecchio. Dissero di me che fui al soldo del potente, ma a saper leggere la lettera che indirizzai a Francesco Vettori, si potrebbe far nascere dei dubbi sul mio cinismo e comunque non mi toccò il disprezzo di chi favorii con la mia scienza” “Ma lei a chi dedicò realmente IL PRINCIPE?” “Di volta in volta a chi meritasse il titolo…e ogni volta mi convincevano d’essermi confuso”

“Nulla da dire riguardo alle sue opere teatrali? Alla MANDRAGOLA, per esempio…” “C’è molto di Niccolò in quella commedia, ma non credo di dir cosa nova. Ben poco c’è da aggiungere, mi creda. Firenze mi riconobbe figlio solo quando mi perse, ma anche questo è notizia conosciuta per chiunque si affidi alla giustizia umana” “Posso dirle con tranquillità che l’Italia le riconobbe il merito di essere stato il più grande teorico della politica, in quanto, proprio per la ragion di Stato, lei asserì che si debbano sacrificare i propri principi per l’interesse del popolo, non assoggettandosi a principi teologici e morali, dove gli ideali debbano venire in secondo piano per favorire il benessere della collettività e dello Stato. Sa che questa visone si risente completamente nell’ Umanesimo e racchiude gli ideali del Rinascimento?” chissà perché ho sfoderato tutto il mio sapere per consolare quest’uomo; è inutile, non ce la faccio a dare addosso a un vinto e il Machiavelli che conosce il suo futuro è uno sconfitto. Poi mi ricordo della sua invettiva contro Dante e quasi mi vorrei rimangiare tutto. Ma no, in fondo era una litigata fra fiorentini e si sa, i toscani son d’umore strano.

E’ silenziosa. Pensa che questo personaggio le abbia detto tutto quello che voleva sapere?” “Oh no, ma stavo pensando. Lei è stato molti uomini: politico, poeta, drammaturgo, filosofo. Per ognuno di questi uomini ci vorrebbe un’intervista e non credo che lei mi possa dedicare tanto tempo. Però un’altra domanda la voglio fare, se me lo permette e la voglio fare allo storico. Nella sua trattazione lei afferma che la storia è il punto di riferimento verso il quale il politico deve sempre orientare la propria azione e quindi che la storia fornisce i dati oggettivi su cui basarsi, i modelli da imitare, ma indica anche le strade da non ripercorrere. Per lei la storia si basa su una ciclicità, ossia…” “Tutti li tempi tornano, li uomini sono sempre li medesimi” “Appunto, ma nonostante ciò dà una grande importanza alla virtù, ovvero alla capacità dell’uomo di dominare il corso degli eventi utilizzando opportunamente le esperienze degli errori compiuti nel passato, nonché servendosi di tutti i mezzi e di tutte le occasioni per la più alta finalità dello Stato, facendo anche violenza, se necessario, alla legge morale. Non le sembra che è in contraddizione con il concetto che tutti i tempi tornano e gli uomini siano sempre i medesimi?” “Solo apparente. La politica è per i grandi protagonisti, non per il <vulgo>, perché ci vuole coraggio per poter decidere per il benessere dello Stato, bisogna saper comprendere le leggi e saper prevenire il male che una decisione avventata porterebbe a tutto il popolo. Le rivoluzioni portate avanti da un popolo senza comando han portato sempre a ripetere errori precedenti con risultati peggiori di ciò che volevano cancellare” “Vuole dire che se un popolo si fosse messo sotto il comando di un principe, l’unità di quel popolo avrebbe garantito lo Stato stesso diventando una nazione forte?” “So cosa vorrebbe farmi dire, ma non ho mai pensato a una Italia sotto un unico principe; per me era importante cancellare il potere del papa che spezzava in due la fierezza di questa terra. Il resto non mi appartiene. Il concetto di nazione per me era sinonimo di popolo fiorentino, milanese…non era il mio tempo atto parlare di Nazione come la intende lei”

Senza che me ne renda conto, mi trovo a fianco la donna che mi ha accompagnata. Mi tocca la spalla e mi fa segno che è ora d’andare. Questa volta non faccio l’inchino. Lui, il grande Niccolò Machiavelli, mi guarda senza sorridermi “Non è facile mantenere il cipiglio che altri m’hanno dato. Non son mai stato cortigiano, ma la mia città io l’ho amata assai…anche se pochi l’hanno inteso” “Se può servire a qualcosa, io l’ho capito. Ha ragione lei, non è semplice essere un Machiavelli” gli sorrido e lo vedo accennare un sorriso.

La donna mi trascina fuori quasi fossi un sacco. È chiaro che non le sono simpatica, ma nemmeno lei a me e forse ho intenzione di dirglielo. Quando siamo nella sua casa e indosso di nuovo i miei abiti, sento la sua voce stranamente dolce “Era un bel bambino, ma anche allora troppi pensieri aveva. La sua mamma non ce la faceva e tante volte veniva da me per mangiare un po’ di più dei suoi fratelli. Troppi pensieri in quella testa, troppi…”

La carrozza è fuori. In un attimo sono di nuovo dove sono arrivata e fra gli appunti, ritrovo una lettera ingiallita…ne leggo le prime righe e la riconosco: la lettera di Niccolò Machiavelli a Francesco Vettori, datata 10 dicembre 1513 e decido di allegarla all’intervista. Chiunque l’abbia messa fra i miei appunti, lui o quella donna, è giusto conoscerla, perché non facile essere un Macchiavelli, che visse fino al 21 giugno 1527

« Venuta la sera, mi ritorno in casa ed entro nel mio scrittoio; e in su l’uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango e di loto, e mi metto panni reali e curiali; e rivestito condecentemente, entro nelle antique corti delli antiqui uomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è mio e che io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro e domandargli della ragione delle loro azioni; e quelli per loro umanità mi rispondono; e non sento per quattro ore di tempo alcuna noia; sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte; tutto mi trasferisco in loro. E perché Dante dice che non fa scienza sanza lo ritenere lo avere inteso, io ho notato quello di che per la loro conversazione ho fatto capitale, e composto uno opuscolo de Principatibus »

(Lettera a Francesco Vettori, 10 dicembre 1513)

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