Il poeta e il cantastorie.

 Il Signor Leopoldo in quel mattino si era svegliato di buon’ora, mentre il sole iniziava a fare capolino con la propria ascesa lenta e quotidiana.

Una luce fioca, timida e soffusa, penetrava discreta nella sua stanza, mentre egli stiracchiava le proprie membra ancora intorpidite dal lungo suo riposo notturno.

La mente di Leopoldo intanto si librava con i propri pensieri, rifletteva … di quel suo strano sogno fatto nella notte appena trascorsa.

L’uomo, ne ricordava tutto del proprio viaggio onirico, immagini sequenziali insite dei più piccoli particolari, non fosse altro, che per essere osannato all’inverosimile da una folla entusiasta che lo incitava a recitar poesia, di sotto a un grande palco di teatro.

Nel suo ricordo dettagliato: era lui che era applaudito da quel suo pubblico fervente, n’era lui il poeta acclamato da quelle genti, lui … che sapeva bene d’essere un qualunque uomo dentro una propria esistenza anonima, indistinta.

In quel suo ricordare, egli n’era uno splendido narratore di prosa; lui che dimostrava d’essere un poeta che dei propri versi ne aveva realizzata una vera e propria arte di scrittura e d’impeccabile oratoria.

L’uomo … intanto, stando ancora disteso nel proprio letto era completamente dentro una sua totale beatitudine interiore, e assai illusorio n’era di quei momenti il proprio immaginifico mentale.

Egli … riviveva nuovamente nella propria riflessione interiore dei fotogrammi visivi, dei volti assorti del suo pubblico; genti che ammirati dalla sua esibizione, ne seguivano la sua rappresentazione poetica.

Le molte persone che erano in quel proscenio nell’ascoltarlo recitar di fervore erano tutte in estasi per quella sua bella esibizione.

La sua oratoria era fluida e seducente in quella magica sera. La sua voce saliva nella propria tonalità alta e schietta, riuscendo a trasmettere per chi lo stava silente ad ascoltare, una pura emozione interiorizzante.

Durante tutta la sua lunga interpretazione vi era nella platea, il completo dei posti a sedere.

Nei cinque palchi e nel loggione, non vi erano più posti disponibili per assistere al suo spettacolo.

Durante la sua recita, dal pubblico non si elevava alcun sussurro, e tantomeno, si percepiva una sedia scricchiolare per tutto quello splendido auditorio.

Leopoldo … mentre interpretava con pathos i suoi più famosi componimenti, ne misurava di costoro che lo stavano guardando una moltitudine di occhi focalizzati al suo sguardo. Di quelle genti vi erano le loro iridi totalmente puntate, sulla sua umile persona.

Nello sguardo meticoloso dei suoi ammiratori c’era implicita l’attesa trepidante alle sue parole susseguenti. La significazione della prosa da lui così magistralmente interpretata, lasciava gli uditori sgomenti.

Leopoldo declamava le sue poesie con impeto, tra pause oratorie e parole impetuose che come fossero spade lucenti ne fendevano il silenzio di quel glorioso teatro di Roma.

Splendide figure femminili erano sporte nei balconcini situati nei quattro palchi superiori alla platea.

Queste donne erano affascinanti e misteriose per lui, e lo squadravano minuziose da dentro il loro occhialino di svariate fattezze ornative.

L’uomo in quel mattino si era svegliato dentro quel suo splendido sogno, ed egli ora, se ne stava riassumendo di quei suoi ricordi tutte le ineffabili immagini interpretative.

Il poveretto era ancora disteso sopra al suo letto, mentre con i propri pensieri interpretativi ne ricavava dalla propria memoria una moltitudine di minimi particolari visivi, di quella sua aspirazione onirica e inconscia.

Per Leopoldo … erano quei suoi istanti trasognanti, una totale estasi di effimera voluttà individuale, da dove in lui, esplodeva una propria autostima intensa ed emozionante.

Leopoldo d’improvviso si rammentò del suo quaderno dove erano le sue molte prosastiche.

Lui l’aveva pubblicato quel suo manufatto nel sito dove gli avevano reso una discreta notorietà.

I suoi scritti erano dei componimenti misti d’introspezione e riflessione; poesie le sue in versi liberi che osannavano con impeto e precisione chirurgica tutto il suo sentimento giovanile ormonico e passionale.

L’uomo d’improvviso alzandosi dal proprio letto in uno scatto repentino, con passo rapido e sicuro si accinse verso il suo piccolo salone, donde c’era situato nel lato destro della camera un bel comò inizio novecento, in stile Francese.

Il mobile era completamente realizzato in legno massello, ed era intarsiato con disegni floreali di ottimo pregio artigianale.

Il canterano alla sua estremità basica superiore era stato intagliato con estrema precisione, e dove era stata collocata con precisione una pietra di marmo color rosa.

Leopoldo dal cassetto superiore del suo mobile ne estrasse un grande quaderno composto di molte pagine.

La copertina del medesimo libro mostrava una carta del colore rosa, molto similare alla tonalità del marmo situato sopra al comò.

Appena l’uomo l’ebbe il libro tra le sue mani, tutto raggiante nel proprio animo se ne ritornò nella propria stanza da letto, e quivi … si distese nuovamente nel proprio talamo in una posizione parzialmente seduta.

Leopoldo, per avere una lettura più agevole e pratica del suo manufatto, si pose con le sue larghe spalle poggiate nella spalliera di legno del suo giaciglio nuziale, la dove … la parte lignea sottoposta al suo peso scricchiolò notevolmente.

Il povero uomo prima d’iniziare a sfogliarne le pagine di quel suo volume colmo di ricordi, ne rimase a fissarne e ad accarezzarne la sua copertina lucida, dove suesposta vi era incollata una foto di una giovane donna dai capelli lunghi, ondulati.

Il poeta rimase con il proprio sguardo focalizzato in quella istantanea, dove il volto femminile di Claretta pareva orientare il proprio sguardo oltre l’obiettivo della macchina fotografica, e ben oltre il definibile ponderante.

Una costellazione di reminiscenze affiorò ora caparbiamente nella mente sua, e persino il volto giovanile di lei così bene impresso in quella foto pareva volesse materializzarsi davanti agli occhi suoi.

Nel poeta si evidenziarono le sue iridi tumide, occhi espressivi i suoi determinati da un forte suo rancore.

Nella sua mente si stavano ricomponendo dei frammenti memonici; spezzoni rimembranti dalla durata di pochi istanti.

Leopoldo riviveva e rielaborava nei ricordi i molti suoi attimi vissuti con la donna, reminiscenze che erano tracce indelebili e visive che lo oltrepassavano spietatamente.

In loro vi erano stati dei momenti di lieta e spensierata giovinezza simile a una roccaforte inespugnabile; fortezza la loro che si era tramutato nel tempo in un castello di sabbia in balia del vento colmo da tempesta; e mutevole nel suo percorso non governato né dalla incoscienza, e non più dall’amore utopico.

Nella mente di Leopoldo si caricavano come pallottole, delle rimembranze in sequenza rapida, impietosa. L’uomo stava esaminando ora il proprio vissuto da dove scaturivano malinconiche emozioni; stati d’animo i suoi che si rendevano concreti in immagini casuali che non seguivano un nesso ben preciso e temporale.

Pensieri meri in riflusso continuo e ben avviluppati in se stessi, che s’interponevano e si amalgamavano tra di loro con una forte veemenza decisionale e obbiettante.

In Leopoldo vi erano pause di riflessione perdurante e silente, dentro quel suo tentativo di reinterpretarne di quei suoi ricordi, il luogo e la propria cronologia storica sequenziale.

Soltanto pochi anni erano passati dal proprio idillio amoroso e passionale con Claretta, ma nel cuore del poeta ormai … si era formato una patina di melma uniforme, un fango che ne imbrattava e ne distorceva di quelle immagini la stessa messa a fuoco del suo sofferto ricordo.

Per lui, quelle sue rappresentazioni del passato non erano altro che un ritorno emotivo alla propria miseria individuale, e alla propria diffidenza perdurante nell’amore.

Per l’uomo, in quei momenti vi era la netta percezione di un torto subito, e mai in lui riscattato dalla propria esistenza.

Leopoldo inoltre … teneva la constatazione avvilente di un suo destino prescelto e voluto stupidamente, proprio da lui stesso.

Il tapino aveva a proprie spese saggiato l’implacabilità delle fauci di quella bestia ossessiva, che tutti definiscono l’amore passionale.

Il suo sincero amore per Claretta era stato una tempesta ormonale in visibilio, una passione sua travolgente che l’aveva illuso di aver vinto la propria solitudine esistenziale.

In ultimo per lui … vi era stato soltanto l’amara constatazione del proprio mero destino di uomo tradito, di un individuo maschio, ormai tutto solo.

L’uomo lasciò che a caso le prime pagine del suo libro gli scorressero tra le sue dita, finanche a bloccarne una, per una pura casualità del fato.

Sopra la pagina prescelta da quel suo destino, c’era scritto un proprio componimento d’amore dedicato alla sua bella Claretta.

L’aveva creato lui … quei versi passionali, e l’aveva impresso a mano lui quei suoi aneliti ormai svaniti come fosse nebbia mattutina che annuncia un cielo terso.

L’aveva creata lui quella sua poetica che cianciava di un amore mortale, con quei suoi versi scavati a mano nude, dentro se stesso.

Quella sua poesia era stata composta nel giorno del loro primo anniversario di fidanzamento; da un uomo che aveva sempre allontanato i sentimenti, dal proprio cuore.

A quel tempo i due innamorati abitavano in due paesi distanti cinquanta chilometri.

I fidanzatini essendo entrambi occupati dal lavoro nelle rispettive residenze, tenevano soltanto del tempo libero da dedicarsi teneramente nel giorno domenicale.

Leopoldo quando iniziò la lettura di quel suo componimento ebbe un groppo di commozione lento, che gli salì sino alla sua gola.

 

Vorrei essere in te e camminare

 nei viali dei tuoi destini
Dovrei essere in te … dove giochi geometrici

 in luci e ombre formano arcate gotiche di silenzi

*

Vorrei ascoltare il tuo lieve respiro

che mi parla dell’abbandono tuo dei sensi

Vorrei essere dentro i sogni tuoi

che rovesciano cascate di speranze

attese similari a quelle mie

*
Vorrei posarmi di impercettibile pressione

sulla tua bocca discreta e semichiusa

Vorrei essere la rugiada del mattino

che sfiora le tue carnose labbra

*
Disteso accanto a te,

nella tua essenza

nella tua timidezza

*

L’esigenza mia che

riavvolge il tempo tuo

di paragone al mio

in ciò che nella fanciullezza

lasciammo nel ricordo

*
Vorrei fluttuare nelle tue emozioni

e in ciò che t’inebria i sensi nell’amore

Vorrei immergermi nel desiderio tuo riservato

un’acqua la tua che sgorga in flusso misurato

*
Vorrei dissetarmi della tua intimità

che nella corsa folle contro il tempo

ci oltrepassa un teso evento

*
Dovrei accovacciarmi in te

ascoltarne le tue parole

Vorrei acquietarmi in te

nelle pose dei tuoi sguardi

*
Ogni perduto istante dell’esistenza tua

una mancata conoscenza in me
La distanza non annegò mai un sentimento

nella lontananza interiore dell’animo

 che si perde sovente un amore.

 

Aveva letto e riletto quel suo componimento il poetucolo, tenendo stretto il proprio cuore per non farlo scoppiare.

Dei suoi versi e delle proprie palpitazioni d’amore ciò che ne rimaneva a distanza di pochi anni, non erano altro che quelle righe di prosa, versi i suoi ormai anacronistici, esangui.
La sua vita in pochi anni era mutata notevolmente, tranne che … i suoi ricordi che lo martellavano inesorabili e di spietata crudeltà.

Cosa ne rimaneva delle proprie emozioni?

Si chiedeva ora il povero uomo, caduto dentro un vortice immanente di estremo turbamento emotivo.

Cosa ne rimaneva dell’amore tanto anelato dal proprio animo?

In Leopoldo tutto s’era amalgamato nella confusione tragicomica di una quotidianità sterile, asettica. In lui non c’era più l’intenzione di creare versi. L’uomo non aveva più voglia di esprimersi apertamente, e quindi di lasciarsi svelare nella sua intimità.

In lui v’era stata una chiusura caratteriale che lo aveva portato a eclissarsi totalmente dal suo mondo circostante, e a difendere gelosamente la parte sua più sentimentale, la più vulnerabile.

Egli soltanto ora … iniziava a comprendere l’estremo isolamento psicologico in lui, e la propria chiusura ermetica ormai sigillata in difesa della propria sopravvivenza.

La leggerezza degli uomini era sempre stata di gratuita ipocrisia e crudeltà verso i sognatori, verso i poeti. La superficialità sciocca dei materialisti mirava sempre a decifrarne e irriderne l’intima ingenuità dell’idealista, del prosatore.

Cosa ne rimaneva ora, del suo quaderno di poesia?

Il poveretto aveva conosciuto altri cantori tramite internet, tutti iscritti in siti di divulgazione poetica.

I profeti del web e dei loro cantici non erano altro che una moltitudine di esiliati: non erano altro che degli innumerevoli lebbrosi emozionali in patria propria.

Dei molti poeti nel web spiccavano evidenti i loro innumerevoli versi sofferenti: prosatori che con le loro parole urlate nel vento lanciavano anatemi verso un mondo allontanante.

Le orbite infossate dei poetanti erano colme di stupore, sprofondanti.

I poetucoli erano continuamente nella ricerca costante della riunificazione di branchi d’uomini smarriti, impazziti.

I farisei invece erano esseri opportunisti e ben senzienti che distratti e dispersi dentro la propria volgarità egocentrica, tenevano le loro fossili orecchie da mercante.

Leopoldo stesso sapeva di farne parte degli idealisti, di quei sognatori farneticanti che con le loro urla d’animo declamate in versi tentavano di richiamare la sensibilità in un’umanità del tutto assuefatta e narcotizzata.

Le loro interpretazioni prosastiche del resto, non erano altro che … una ricerca disperata verso un comune senso di appartenenza ad altri uomini; un tentativo fallace il loro, di perdurata disattesa.

Le loro odi, non erano altro che la testimonianza diretta di un esistere patito e diverso da altre genti. I loro vaniloqui prosastici ne erano evidenza nitida dei loro turbamenti interiori, con cui i mistici tentavano d’essere legittimati di diritto dentro un’oggettivante società di consumi e d’apparenza.

Di questi poetucoli v’era anche la loro non sentita appartenenza sociale, sia a un senso prettamente mentale- genitale, e sia a un’etica socio-culturale … comune.

Per gli errabondi del pensiero e della loro fantasia, non v’era margine di tolleranza al proprio esistente, dentro una collettività incentrata nella strafottenza e l’ignoranza individuale.

Quanti boriosi intellettuali il povero Leopoldo aveva ponderato e conosciuto dentro questi siti in internet, e quanti critici letterari e di poesia erano manovalanza alla editoria becera e senza scrupoli.

Editori saccenti che non riuscivano a distinguere un vero scrittore, da un effimero scribacchino che scopiazzava le idee dell’altrui genialità.

Quanti miserrimi travestiti da intellettualoidi, che si bagnavano la loro bocca in brindisi e in versi, e dentro alcune narrative sottratte agli invisibili, agli anonimati.

Tutti in fila di corruttele e benemerenza, i lord, i Signor … pensanti.

Leopoldo d’improvviso pensò a quante corna aveva portato egli stesso inconsapevolmente. Quanti tradimenti lui aveva scoperto, perpetuati per più di due anni dalla sua tanto amata Claretta con più uomini diversi.

Lui … che a lei gli aveva declamato i versi suoi più sentiti dell’animo proprio, e che le aveva donato le ore più intense della sua giovinezza.

Leopoldo soltanto ora … a distanza di anni, riusciva a comprenderne delle proprie vicissitudini esistenziali i propri sbagli emotivi, emozionali.

Lui … che era sempre stato il poeta che tentava d’interpretare la sensibilità dell’altrui gente, e che volava alto con la sua fantasia. Lui un poetucolo che stoltamente non aveva saputo ponderare della sua donna, la propria fragilità caratteriale femminea.

Lui … il profeta delle emozioni incompiute, dei sentimenti tumultuosi e perdenti, il cantore degli ultimi, degli emarginati.

Lui … il narratore di se stesso, che non ne comprendeva della limitatezza umana, l’immanente incertezza interpretante.

In Leopoldo in quel mattino tutto gli si miscelava torbidamente nella sua mente.

Nel tapino, in quel mattino s’insinuava un forte suo rimorso emozionale; un suo peccato mortale comandato dal suo orgoglio e la sua stoltezza: un proprio limite interiore per non aver saputo interpretare sino in fondo, colei che aveva amato tanto.

L’uomo percepiva in se stesso, che soltanto in quel momento egli l’aveva compresa la sua Claretta, e che in quel mattino austero per lui … ancora risuonavano le note sublimi della sua poesia con tutto il carico del suo sogno: aneliti profondi propensi al perdono.

Lui … soltanto ora ne poteva interpretare appieno di quei suoi versi poetici l’eterea struttura passionale. Il poetucolo che delegava ora a se stesso, la propria estemporanea malinconia.

La sua poesia del resto esaltava l’amore, ed era una passione d’animo che si librava un poco ovunque come fossero quelle sue parole similari al fiore incolto in un campo variopinto.

Il poeta comprendeva soltanto ora che quei suoi cantici lacrimanti d’illusorietà ne erano vibranti dell’ingenuità e dell’inconsapevolezza umana: della carne debole e passionale che coinvolge ogni età.

Leopoldo in quel mattino era conscio che della sua poesia egli ne aveva perduto la propria titolarità, a favore di tutti coloro che nel loro stato d’animo propenso alla conoscenza del sentimento, ne potessero raccogliere benevolmente il proprio canto.

Leopoldo … il povero poetucolo, che ne aveva esaltato della sua poetica il turbamento emotivo, per ogni nuova generazione d’innamorati. Non c’erano il tempo e luogo specifico per seminare versi, poiché le piante sbocciano dal cuore, e in quella mattina in lui c’era preponderante la ramificazione del perdono.

La sua clemenza al suo scriver versi estemporanei, e all’amore etereo che tenta vano il volo verso l’inconoscibile diveniente, per lenire … la solitudine avvilente in ciascuno di noi. Il suo declamare componimenti, che non si curavano di chi l’avesse al fine scritti, ma che in autonomia viaggiavano orientativi in spazi e animi universali.

Nei posteri è l’arduo sentenziare, nel vivo è l’irrisorio suo arbitrare.

Lui … che non si sentiva un poeta, e neppure un narratore, ma forse soltanto, un mediocre “Cantastorie”.

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