Il carro armato

Questo racconto potrà sembrarvi fantastico poiché ciò che narro è quasi incredibile, ma i fatti sono veri. Tuttavia, non essendo stata testimone degli eventi per forza di cose (i fatti sono accaduti a fine 2a Guerra Mondiale), in alcuni punti, come per esempio i dialoghi, il racconto prende pieghe romanzesche avendo dovuto immaginare cosa possono aver detto i personaggi, anch’essi reali e realmente esistiti.

Ho inserito il racconto fra gli “Storici”, ma in realtà, per questa storia si dovrebbe creare il genere storico/comico.

E infine, in quanto lunghetto, anche questo racconto è a puntate.

 

 

IL CARRO ARMATO

Prologo

Collecchio, Parma

 La notizia arrivò in casa come un fulmine a ciel sereno:

“Hanno preso Giovanni! Giovanni è prigioniero degli Americani!”.

Giuseppe, il fratello maggiore, di soli 5 anni più vecchio di lui, ma già ben inserito nel mondo del lavoro, per giunta ai piani alti (era funzionario del Ministero della Difesa), dopo un attimo di panico nel quale si infilò le mani nei capelli, riprese il controllo dei nervi e della situazione, attivando la sua mente e il suo entourage per andare a liberare il suo Giovanni.

 

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1a puntata

La liberazione

 

 

Aviano, Friuli

 

Riuscito a sapere dove si trovava, Giuseppe arrivò a destinazione in macchina,  trafelato, col cuore in gola e il terrore che Giovanni avesse dovuto subire sevizie. Sugli uomini dell’Esercito Alleato non gravava la famigerata nomea di carnefici crudeli che invece caratterizzava i membri di quello tedesco, ma girava voce che neppure i primi fossero teneri con i nemici presi prigionieri. Tuttavia, quando, finalmente, ebbe la possibilità di entrare nella base friulana, lo spettacolo che gli si presentò, lo fece restare a bocca aperta.

In una stanza, non molto ampia, arredata solo con un tavolo e qualche sedia, Giovanni era in piedi, sul tavolo, e cantava in dialetto parmense, accompagnato da un coro di soldati, che cantavano in inglese e battevano le mani a ritmo della musica, ognuno con una bottiglia di birra o whisky in mano, vuota.

All’ ingresso di Giuseppe, elegante nei suoi abiti scuri, i militi smisero di cantare e si alzarono in piedi. Giovanni scese dal tavolo e abbracciò il fratello, poi, tutti tornarono a cantare e a battere le mani, trascinando anche Giuseppe nell’allegra baldoria.

Is he a friend of yours?” chiese un soldato americano indicando Giovanni a Giuseppe.

Non conoscendo l’inglese, Giuseppe non capì, ma la felicità di vedere Giovanni, ancora tutto intero, in buone condizioni fisiche e in quella situazione gaia, lo portò ugualmente a rispondere in modo affermativo. Il soldato comprese e sorrise.

He’s a jolly lovely man!” si complimentò, battendogli una mano sulla spalla.

Giuseppe continuò a non capire, ma sorrise e si trovò a portar fuori Giovanni a forza da quella stanza.

“Mi stavo divertendo! – protestò Giovanni, allegramente – Sono simpatici questi americani!”.

Usciti dall’edificio che ospitava la base, Giuseppe fu avvicinato da un suo dipendente il quale gli comunicò che doveva raggiungere una località per un appuntamento importantissimo di lavoro.

“Vai, Giuseppe! – disse Giovanni – Mi arrangio da solo. Ci vediamo a casa!”.

Giuseppe lasciò a malincuore suo fratello, essendo comunque anche lui consapevole che Giovanni se la sarebbe davvero cavata molto bene, come aveva sempre fatto sin da piccolo.

E qui comincia un’avventura che ha dell’incredibile.

 

 

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2a puntata

La jeep

 

La guerra era ormai finita.

Il 25 Aprile se ne decretò il termine e l’Italia, distrutta, festeggiò l’avvenimento come la fine di un terribile incubo, durato 5 lunghi anni, e costato milioni di morti.

Da quel momento, Giovanni e i suoi compagni di sventura furono liberi e i carcerieri si disinteressarono completamente del loro destino, tornando alle antiche competenze. Ma non dimenticarono quel piccolo uomo, con il fisico irrobustito da anni di sport, i capelli neri e gli occhi azzurri. E soprattutto non dimenticarono che Giovanni, ingegnere meccanico, laureatosi al Politecnico di Torino in tre anni e mezzo, aveva contribuito ad una svolta della guerra progettando e mettendo in pratica la possibilità di colpire i bersagli nemici di notte grazie ad un sistema di puntamento, quasi fantascientifico all’epoca, che sfruttava i raggi infrarossi e le fotocellule.

Era tardo pomeriggio di un giorno di fine aprile e Giovanni aveva in testa di tornare a casa in un modo o nell’altro e con qualsiasi mezzo avrebbe trovato a disposizione. Nel vasto parcheggio della base di Aviano riposavano alcune grosse jeep, incustodite. Giovanni, Giorgio e Andrea, compagni di prigionia, salirono su ognuna di esse, le provarono e, appena trovata quella che sembrava funzionare meglio, ne accesero il motore mettendo a contatto due fili, montarono a bordo e partirono.

A fine conflitto, le strade erano in condizioni disastrose, specialmente al Nord che aveva subito la guerra in modalità senza dubbio più pesante rispetto al resto del Paese, essendo situato al di qua della famosa Linea Gotica. Di norma, la distanza fra Aviano e Parma si copre in tre ore e un quarto; per tornare a casa, Giovanni e i suoi amici ne impiegarono più di 20 e dovettero anche considerarsi fortunati. Pochi chilometri dopo, alla guida, Giovanni si accorse che il serbatoio era in riserva e sapeva che non sarebbe stato facile rimediare benzina; per di più, la tabella di marcia era notevolmente rallentata dalla gimkana che Giovanni era costretto a compiere per evitare gli ostacoli costituiti da buche grandi come crateri, sassi e pezzi di asfalto lasciati in mezzo alla carreggiata. Ma ad un certo punto, nonostante fosse già notte, fra quegli ostacoli, Giovanni fu certo di vedere qualcos’altro; qualcos’altro che credette di riconoscere.

“Giù dalla macchina, ragazzi!” urlò tuffandosi sulla strada lui per primo.

I due compagni, seduti al suo fianco e sul sedile posteriore dell’auto, rimasero un attimo interdetti e, ad un secondo grido dell’amico, si buttarono anche loro meccanicamente dalla macchina.

Senza più guida, la jeep avanzò per due, tre metri, come un ubriaco sulla carreggiata ed esplose come un vulcano in eruzione illuminando quel tratto di ciò che una volta era un’autostrada.

Rotolati in mezzo all’erba alta, al di qua e al di là della strada, i tre restarono stesi a terra, storditi ed indolenziti per qualche minuto poi, rialzatisi, si riunirono sul ciglio della via.

Il falò provocato dall’esplosione rivelò per qualche minuto il triste paesaggio che li circondava.

In lontananza, al confine estremo dei campi incolti, su entrambi i lati della via, raggiunti debolmente dall’alone aranciato delle fiamme che si alzavano dal rogo della vettura, si delineavano i contorni delle macerie edilizie come spettri nelle tenebre

“Come cavolo hai fatto a vedere quella mina?” chiese allibito Andrea a Giovanni.

“Buona vista” rispose Giovanni.

“O gran culo?” osservò Giorgio.

“Mi han detto che ci sono dei tizi che vedono bene di notte” tenne ad informare Andrea.

“Forse sono uno di loro” disse Giovanni, con discreta soddisfazione.

“Beh, ma adesso che facciamo?” chiese sconsolato Giorgio.

“Andiamo in cerca di un altro mezzo per tornare a casa” rispose Giovanni, nell’atteggiamento di chi era molto ottimista nel trovarlo, malgrado tutto.

Giovanni non aveva bisogno di stimoli per vedere la vita in rosa. L’ottimismo era nel suo DNA sebbene si fosse avvicinato pericolosamente alla fine della sua esistenza in più di un’occasione, a cominciare dalla sua prima infanzia. Sua madre era morta di spagnola quando lui aveva solo sei mesi e suo padre, non sapendo come allevarlo, lo aveva affidato ad una signora in paese che però aveva l’abitudine di dar da mangiare solo ai suoi figli, dimenticandosi del piccolo Giovanni il quale rischiò la morte per fame, finché qualcuno non si accorse di questa grave noncuranza. Sfiorato il rachitismo per denutrizione, il piccolo Giovanni fu sovralimentato e, al padre fu consigliato di mandarlo a fare sport per ovviare al pericolo di scoliosi. In pochi anni Giovanni divenne un plurispecialista in molte discipline, con particolare riguardo allo sci, in cui si distinse arrivando quasi al podio olimpionico. Forse fu questo a infondergli amore per la vita.

Giovanni e i suoi due compagni cominciarono a camminare sulla strada, ancora incerti sul da farsi.

Nessun veicolo passò di lì, ed accettare un passaggio da sconosciuti, in quel periodo, non era del tutto consigliabile anche per tre uomini.

“Dove siamo?” chiese Giorgio.

Giovanni si guardò attorno.

Avendo già iniziato a viaggiare per lavoro fin da prima della guerra, possedeva un buon senso dell’orientamento e un’altrettanto buona conoscenza del territorio.

“Dovremmo essere in quel di Pordenone” ipotizzò.

“Ma quanti chilometri abbiamo fatto?” chiese Andrea.

Giovanni fece una smorfia di sufficienza.

“Forse una ventina” rispose.

“E quanti ne dovremmo ancora fare per andare a Parma?” domandò Giorgio, avvilito.

“Mah, – rispose Giovanni, tranquillo – forse trecento!”.

Per un pelo Giorgio non svenne.

Ridacchiando, Giovanni lo sorresse e gli batté una mano su una spalla.

“Dai che in qualche modo a casa ci arriviamo!” lo incoraggiò.

“Si. – si lamentò Andrea – Prima di Natale…”.

Ma l’ottimismo di Giovanni vinse una volta di più.

 

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3a puntata

IL CARRO ARMATO

 

Non avevano idea di quanto avessero camminato, e di dove fossero, ma il tempo trascorso era stato scandito dal crepitare cupo dei loro scarponi sul selciato martoriato della strada e dal brontolio dei loro stomaci vuoti.

Il vago chiarore dell’alba precoce della primavera inoltrata svelò a distanza una sagoma squadrata ed imponente le cui linee trapezoidali erano interrotte da un oggetto che spuntava e svettava verso l’alto come una freccia. Avanzarono di cento metri, o poco più e, alla prima curva, la sagoma si mostrò nella sua reale forma. Al lato opposto della via, a pochi metri dal bordo della strada, in mezzo all’erba si ergeva, scuro contro la luce rosata dell’alba, un grosso carro armato apparentemente senza proprietario.

Giovanni si bloccò, folgorato dalla visione, e affrettò il passo fino a giungere vicino all’oggetto del suo sogno.

Arrivati vicino al veicolo, Giorgio e Andrea trattennero Giovanni per le spalle.

“Vorrai mica tornare a Parma con quello!”esclamò Andrea, sotto shock.

“Vuoi tornarci a piedi? – lo apostrofò Giovanni in tono amichevolmente acido – Prego. Comincia a pedalare. Ma non lamentarti se ci arrivi a Natale!”.

I due fissarono il carro armato con leggero turbamento.

Durante la guerra ci erano saliti ma chissà perché, in quell’attimo, provavano paura.

Invece Giovanni no. Giovanni non ne era intimorito. Era salito su molti di quei mezzi per installarci la sua invenzione ed era in grado di guidarlo. Non aveva la patente per condurre un’automobile, ma sapeva guidare un carro armato. Compì il periplo del mezzo accarezzandolo e radiografandolo con il suo intenso sguardo ceruleo. Sul fianco color fango era stata dipinta la sigla U.S.A. con stelle e strisce.

Si guardò intorno per vedere se qualcuno si facesse vivo, magari nascosto nei paraggi, probabilmente pronto ad ucciderli, ma nessuno spuntò dall’erba alta, nessuno attraversò la strada per reclamare l’appartenenza del mezzo e non un’anima viva comparve dal nulla, armata, per far loro del male.

Via libera!

“Forza! – Giovanni esortò quindi i suoi amici, aprendo il portello del veicolo – Se c’è benzina e questo parte, siamo a casa a Ferragosto!”. E notando la perplessità dei compagni, non esitò a spingerli sul carro armato assestando a ciascuno di loro un calcio nel sedere.

Un certo numero di sgasate, e una serie di colorite imprecazioni in dialetto, persuasero il cingolato a partire.  Solo per metterlo sulla strada Giovanni c’impiegò una decina di minuti, ma una volta rientrato su ciò che rimaneva dell’asfalto sulla via, il veicolo cedette ai comandi del suo guidatore e cominciò a mangiarsi la strada verso Parma.

Giovanni realizzò molto presto che su quell’arnese non avrebbe potuto emulare Tazio Nuvolari, altro suo idolo, insieme con Zeno Colò, ma fu contento di procedere ad una velocità bassa, tuttavia costante, e di godersi le espressioni meravigliate negli occhi delle persone che vedevano passare il mezzo, immaginando che all’interno ci fossero i salvatori dell’Italia.

A giorno più definito, quando una piccola folla di persone prese ad assieparsi lungo l’autostrada per assistere al transito dei mezzi Alleati, Giovanni uscì dalla torretta del carro armato come una tartaruga e salutò la gente sorridendo e agitando la mano.

Tutti applaudirono il suo passaggio.

 

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4a puntata

 

Verso casa

Lasciarono il ricordo dell’autostrada a Bologna per immettersi sulla Via Emilia e seguitarono la loro marcia verso casa. Giovanni lasciò Giorgio allo svincolo per Reggio Emilia, e Andrea, a quello che lo avrebbe riportato a Modena non prima però di essere sceso dal carro e aver abbracciato a turno i due compagni della breve prigionia, con la promessa di risentirsi e rivedersi.

Non è dato di sapere se ciò accadde.

Fatte le promesse, Giovanni rimontò sul mezzo e riprese la strada verso Collecchio.

Dal momento in cui era arrivata la notizia della sua cattura da parte degli Alleati, considerate le scarse possibilità di comunicare con la sua famiglia, sicuramente suo padre Leo stava in pena per lui. Chissà se Giuseppe era riuscito ad avvertire il loro genitore della sua liberazione?

Era di nuovo il tramonto quando imboccò l’ampia curva oltre la quale avrebbe dovuto rivedere la grande casa con i muri celeste chiaro e il vasto giardino intorno.

E da una finestra del salone, all’interno del casale, Leo vide avvicinarsi un carro armato che si stagliava scuro e minaccioso contro la luce porpora del Sole che calava.

“Oh no! – pensò fra sé – Era una balla! La guerra non è finita!” e mentre sentiva il panico crescere nel suo animo, lui, uomo sensibile, timido e riservato, corse nello sgabuzzino vicino alla cucina per prendere il fucile. Avrebbe difeso la sua casa anche con la sua vita. Uscì sul sentiero e lo percorse correndo fino al grande cancello di ferro, aprì il cancello e schizzò in mezzo alla strada puntando l’arma contro il grosso mezzo cingolato.

Vedendo suo padre col fucile puntato contro di lui, Giovanni si decise ad emergere dal carro aprendo il portello della torretta, ma non perché avesse paura che suo padre gli sparasse.

“Papà! – gridò comunque – Non sparare! Sono io! Giovannino!”.

Avrebbe potuto essere chiunque, ma non con quella voce! Quella voce era di Giovanni.

Finalmente il grosso carro armato si arrestò a pochi metri dai piedi di Leo e Giovanni scese dal veicolo. Leo non credeva ai suoi occhi che sentì inumidirsi. Il suo Giovanni era lì davanti a lui, ancora tutto d’un pezzo.

Padre e figlio si abbracciarono a lungo, poi Leo incitò il figlio a entrare in casa.

“Avrai fame” disse.

Si. Giovanni aveva una fame da lupo e i profumi che provenivano dalla porta aperta contribuirono ad aprire maggiormente la voragine che si era ormai creata nel suo stomaco.

Non era riuscito a metter più nulla sotto i denti dalla sera precedente. Anzi! A pensarci bene, erano più di ventiquattro ore che non toccava cibo. Oppure da quanto? Non lo ricordava con esattezza.

I pasti americani erano stati insufficienti e durante il viaggio verso casa lui e i suoi amici non avevano rimediato un posto dove poter almeno bere un caffè con una goccia di latte. Tutti i luoghi di ristoro erano stati trovati chiusi perfino in una regione come l’Emilia, ma la guerra era appena finita e il nemico non aveva lasciato niente, neppure da mangiare.

Per fortuna, con i suoi allevamenti di maiali, animali da cortile, il grano e il mulino, il casale della sua famiglia era rimasto un’isola felice anche per il paese, che aveva potuto tener lontano lo spettro della fame pure nei momenti più bui del conflitto. E quella sera, in casa, Giovanni ebbe la possibilità di rimettersi in pari con il cibo.

“Peppino?” chiese, mentre s’ingozzava di salsicce preparate dalla domestica, rimasta fedele in quella casa per tutto il periodo della guerra.

“Non è ancora tornato” rispose il padre, in tono neutro.

“Enrico?”.

“Neppure lui” e lo disse in tono mesto, poiché Enrico era ancora prigioniero in Germania.

“Tornerà, papà” lo rincuorò Giovanni con il suo incrollabile ottimismo.

Ed Enrico, infatti, tornò qualche giorno dopo, irriconoscibile per le sofferenze e le terribili privazioni che aveva dovuto sopportare.

 

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Ultima puntata

La “scomparsa” di Giovanni

 

Dal giorno dopo, Giovanni sparì, insieme col carro armato, all’interno di un capannone non lontano dalla sua casa, per oltre un paio di stagioni durante le quali smontò il mezzo fino alle più piccole viti, fotografando ognuna di esse, tutti i componenti del veicolo, e rimontando pian piano il tutto seguendo un’idea che gli era esplosa nel cervello da quando aveva visto il primo carro armato della sua vita.

E in un’ uggiosa giornata padana di fine novembre, Giovanni tornò in famiglia annunciando il lieto evento e invitando i suoi a seguirlo nel capannone per vedere la causa della sua lunga assenza da casa.

Nell’ampio, ma spoglio ambiente, senza pavimento, un tempo adibito a stalla, la luce esterna grigia di pioggia e nebbia, filtrando a strisce attraverso le sbarre di ferro arrugginite, e le doghe di legno delle finestre, di cui alcune spezzate, andava a colpire un “mostro” di forma compatta, simile ad un trattore ma più massiccio, tuttavia di dimensioni minori ad un carro armato di cui però aveva conservato parte del suo apparato motorio. Dal carro armato, simbolo di guerra, dolore e sangue, era nata, come l’Araba Fenice risorta dalle sue ceneri, la Finitrice, maestoso macchinario che, nelle intenzioni e nei calcoli dell’ipercinetico cervello del suo creatore, avrebbe dovuto servire per livellare le strade, rendendole più scorrevoli sotto le ruote, senza asperità, senza buche e senza dossi.

La sua invenzione funzionò e quando, dopo pochi anni dalla fine del conflitto, Giovanni tornò a lavorare, questa volta sulle strade, nel ruolo di direttore dei lavori, la macchina stese il manto stradale tanto uniformemente da consentire ad un passeggero di scrivere appunti durante il viaggio senza che la penna saltasse di un millimetro.

Giovanni ottenne il brevetto per l’invenzione e alcuni esemplari della sua creatura furono chiesti anche oltre Oceano, negli Stati Uniti, dove buona parte delle arterie di comunicazione degli Stati del Nord vennero spianate con la finitrice. Egli stesso fu invitato in America a tenere conferenze sul suo macchinario ed una copia del brevetto è conservata nell’Ufficio brevetti di Chicago.

Quando però Giovanni telefonò dall’Illinois per rendere partecipe suo padre al trionfo, si sentì rispondere con una bestemmia in parmense stretto.

“Sciagurato! – urlò poi Leo dall’altro capo del telefono – Hai mica visto che ore sono?”.

Giovanni guardò l’orologio. A Chicago erano le 9 di sera; a Collecchio erano le 3 di notte, ma a questo, Giovanni non aveva minimamente pensato!

 

 

F I N E

 

carro armato

finitrice


 

 

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