Il boa di piume di struzzo

Ho ereditato da un anno la merceria dove sono vissute e morte la nonna, la bisnonna e la mamma. Ormai è patrimonio dell’umanità ed è catalogata fra le dieci botteghe storiche più antiche del mondo ancora in attività. In effetti è molto frequentata, soprattutto da eleganti giornalisti inglesi, curiosi turisti tedeschi e dalle quindici amiche del cuore della bisnonna, donne vecchio stampo, le più resistenti all’usura. E’ difficile trattare con loro perché non intendono comprare merce “moderna” ma neppure merce “autentica” troppo ingiallita, e pretendono poi di pagare secondo il prezziario ancora esposto come cimelio nella parete dietro il banco. Ho l’obbligo di non toglierlo, anche se mi crea problemi. Ho anche l’obbligo di non spolverare mai, citato al punto cinquecentosette dell’allegato “K” della convenzione stipulata con il Comune. Nove tecnici qualificati verificano regolarmente il livello della polvere, a cadenza settimanale, e quindi non mi azzardo a spostare nulla per evitare multe incresciose. Non sarebbe semplice spiegare che non ho spolverato, e che la causa dell’abbassamento di livello è stata una naturale turbolenza provocata dallo spostamento di una camicia da notte. Ogni mese la polvere deve crescere di sei millimetri e questa regola non prevede deroghe ed eccezioni.  L’antica cremeria qui a fianco a breve chiuderà i battenti proprio per questa clausola. Beppe, l’anziano titolare, è un uomo onesto e non intende vendere panna “fumo di Londra”, ma la sua cartella esattoriale non gli dà scampo. 

Nonostante le difficoltà, questa merceria mi dà gioia. Le amiche della bisnonna sono convinte che io sia la mamma, ringiovanita dall’amore, ed io sto al gioco. Mi diverto. Mi chiamano “cara Germina” ed a volte si azzardano a chiacchierare con me di fatti d’epoca a dir poco repellenti. I loro nomi d’arte erano tutti del tipo Lulù Boccadoro o Mielina Vitadivespa e, a quanto pare, ricordano ogni particolare intimo ed imbarazzante del bisnonno e del nonno. Quando è giunto il momento di papà, sono andate in pensione.

Francisca, la più giovane, novantasette appena compiuti, faceva invece l’attrice, e questo è evidente anche per il trucco di scena accurato che ancor oggi indossa con disinvoltura, una maschera di fondotinta cotta in forno, con ombretto e rossetto dipinti ad arte. Si intravede ancora in basso a destra la firma autografa di Pablo Picasso, leggermente sbiadita.

Rosina, la più anziana, sembra uscire da una realtà virtuale in 3D ogni volta che entra in negozio. Alcuni in zona dicono che è un fantasma, uno dei tanti che vagano per il centro storico, eppure a me sembra vera, lascia sempre nell’aria un leggero odore d’urina. Questo particolare ha richiamato in bottega numerosi esperti di spiritismo, anche dall’estero. Ormai arrivano regolarmente ed aspettano con pazienza il loro turno. Poi si appostano dentro, seminascosti dagli scaffali, con attrezzature sofisticate di rilevazione. Spesso però un altro odore d’urina di un cliente occasionale annulla il loro lavoro. I sensori lo confondono con l’odore dei fantasmi ed iniziano a  lampeggiare a sproposito e vanno in tilt. Rosina comunque si sente importante per la prima volta in vita sua e sono contenta per lei.

Insomma, voglio bene a tutti loro, ed amo questo posto perché fa parte di me. Mamma ha iniziato a lavorare che ero appena nata. Veniva qui con la carrozzella modello grandi ruote. E’ posteggiata  nel retrobottega da quando ho iniziato a camminare. Era troppo ingombrante per essere tenuta in casa e troppo bella per essere regalata. La capotta è tarlata pesantemente ma questo attira i biologi estimatori degli insetti e dei microrganismi.

Non vi ho ancora detto che dovrò a breve iniziare il corso per curatore di museo che il Comune mi ha obbligato a fare, pena la chiusura della bottega. Io odio studiare e non ho disponibili subito i cinquemila euro richiesti, ma non posso correre rischi. La settimana scorsa ho detto a Iolanda e Mario che per un po’ il negozio sarebbe rimasto chiuso la mattina ed ho consigliato loro di comprare subito il boa di piume di struzzo che avevano già adocchiato da tempo. Non uscivano mai il pomeriggio, per le sedute di fisioterapia a domicilio.

Mario regalava sempre a Iolanda accessori sfiziosi e sexy ogni mese, appena gli arrivava la pensione, e non volevo che saltasse il dono del mese. A settembre aveva preferito farle un regalo utile, sedici gommini da reggicalze: dopo un po’ si consumano e bisogna sostituirli. Il boa era passato in secondo piano. Iolanda e Mario mi facevano tenerezza, mi commuovevo a volte per le loro moine da eterni innamorati e mi soffiavo subito il naso fingendo un tremendo raffreddore.  L’anno scorso mi avevano promesso che sarebbero morti qui, in bottega da me, quando fosse giunta l’ora.

E così è stato.

Ieri mattina sono arrivati per comprare il boa di piume di struzzo. Io l’avevo già impacchettato con la carta a cuoricini avanzata da San Valentino. Mario mi ha dato di nascosto un minuscolo bigliettino da attaccare al fiocchetto dorato poi si è girato da Jolanda, seduta sulla panca bianca che avevo aggiunto di recente agli antichi arredi, e si è seduto vicino a lei. Sembrava stanco. Ed era pallido. Anche lei sembrava stanca. Ed era pallida. Si sono addormentati così, senza rialzarsi, senza barcollare, senza cadere e sbattere la testa, senza nulla di nulla. Sono rimasta a guardarli per un’ora come un’ebete, poi mi sono resa conto che avevano intenzione di saltare la seduta di fisioterapia.

Oggi mi guardo intorno, guardo il mio museo, guardo la polvere e le lenzuola ingiallite, le grandi bobine dei nastri di raso ed i barattoli di vetro colmi di bottoni, ma non riesco a sorridere. Qualcosa si è rotto. Quando appoggerò le mani sul banco probabilmente tutto diventerà cenere, e le quindici amiche della bisnonna forse non si accorgeranno di nulla.

 

 

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