Hammond

Sento, o credo di sentire, il suono d’un organo hammond che proviene dal capannone oltre la strada. Culla le mie giornate, dinoccolate nel dolce far niente dell’apatia, le ingentilisce quasi, le rende attraenti e misteriose. Quando vago e divago fra casa e giardino, apro e chiudo libri, accendo e spengo la tv, l’organo mi accompagna, toccata e fuga. Io sono il simbolo freddo che si muove nel sottofondo caldo di spartiti senza titolo e ne ho quasi paura, a volte. Sono note che conosco. Vorrei correre oltre la strada ma mi trattengo, non voglio. So di vedere e sentire l’irreale ormai, lo so, ne sono convinta, e mi sforzo di non crederci. Cerco di resistere, di distrarmi uscendo, quando posso, e cerco di riappropriarmi con violenza dell’udito fisico, mettendo a tacere l’udito del cuore, ma è faticoso. Dovrei sentire il silenzio, ma non è così. Quando arriva la notte, come una coperta spessa che mi soffoca i sensi e mi costringe a morire per qualche ora, ringrazio il cielo. All’alba ricomincio a lottare, mentre lucherini e capinere entrano nella polifonia del mio inconscio, voci soliste nel mio canto interno. Le belle di notte nel frattempo si chiudono e gli amici del sole si aprono, ed io esco in giardino per spazzare i vialetti sempre ingombri di foglie e togliere qualche erbaccia fra i lastroni di pietra. E’ un rituale con cui mi aggrappo alla terra.

 

–        “Amore, guarda! Non è possibile! Hanno rubato le nostre prugne….accidenti…” – Samuele era irritato, sconcertato quasi, di fronte al grande albero che aveva ripulito da edera e liane infestanti la stagione precedente. L’aveva salvato, a suo dire, e goduto con entusiasmo della sua ripresa riproduttiva. Migliaia di fiori in primavera e migliaia di prugne verdi subito dopo. Da qualche giorno erano mature ed iniziavano a cadere a terra.

–        “Addio marmellata…pazienza…”

–        “Come puoi essere così remissiva?… ne ho abbastanza di Antonio e sua moglie, quella megera… non puoi allontanarti un attimo da casa che ti combinano qualcosa…”

–        “Con la scusa dei confini non ben chiari… proprietà nostra…proprietà loro…chissà… l’albero in effetti è vicino al canale….”

–        “Ho rischiato di farmi male per ripulirlo dall’edera…..almeno due prugne…sì … proprio due…tre…”

–        “Quattro almeno, che dici?”

 

Anche quel giorno avevamo iniziato a ridere, come il solito. Samuele sdrammatizzava ogni cosa. Era divertente vivere con lui e finalmente godevo dell’amore dopo anni di solitudine. Si era trasferito da me quasi subito, lasciando con coraggio ogni abitudine consolidata. Aveva ristrutturato il vecchio laboratorio di mio padre, vicino alla cantina, e sistemato lì il suo organo hammond. Abbiamo inaugurato così la nostra stanza da musica, in una quieta giornata d’autunno, e l’abbiamo arredata con le sue melodie, il nostro divano, il mezzero indiano alla parete, il nostro amore, ed un tappeto antico. Interrompeva spesso i brani, all’improvviso, spesso in crescendo, su acuti fragilissimi e cristallini, per amarmi, con impeto. Io ero pronta per lui, sempre. Poi tornava a suonare. Melodie estatiche, lievi, sospese. Sembrava godere della trance più genuina, del contatto più sacro con il dio della musica. Era meraviglioso. Lo ascoltavo suonare per ore, nel più completo appagamento d’anima e corpo. Ero felice, dopo anni di solitudine.

 

L’avevo conosciuto ad un concerto, in una chiesa romanica, mi ero congratulata con lui dopo aver pianto d’emozione ad ogni nota. Ho seguito la sua tournee per tutta l’estate, sempre in prima fila.

 

–        “Ormai posso considerarti una fan a tutti gli effetti!”

–        “Mi hai stregato, non ho parole… non pensavo che qualcuno potesse suonare così, credimi…”

–        “Dimmi che è un brivido unico dal primo all’ultimo istante e sarò felice in eterno!”

 

Mi aveva preso entrambe le mani richiudendole nelle sue, quasi giunte in preghiera, sfiorandole poi con le labbra e ringraziandomi con quell’emozione che risale in gola dal cuore e si espande al volto. Sarei rimasta lì, fra le sue mani, per ore, ed altre ore ancora.

Dopo l’ultimo concerto dell’estate abbiamo cenato insieme. Poi tutte le sere.

 

Ora sono qui, sola. Da qualche giorno Anna viene spesso a trovarmi, è preoccupata per me. Ma preferisco star sola, e rimanere da sola in equilibrio su questo filo sottile e trasparente che m’impedisce per ora di cadere. Probabilmente in futuro si spezzerà, ma questo non m’interessa.

Il suono che proviene dal capannone oltre la strada m’invade con maggiore incidenza, risuona incessante ogni secondo di più, come un tamburo sciamanico che richiama il viaggio nell’oltremondo, ed è amplificato da ricordi sconnessi e scomposti che iniziano ad alternarsi alla mia metodica vita di donna di campagna. Erbacce, tante, e foglie secche rivestite di sogni all’aria aperta, le sue mani, i suoi baci, la mia solitudine spezzata e ritrovata. Incomincio a godere del mio stato confusionale, lo so, sto per abbandonarmi, verso l’ignoto. Il richiamo è forte, come nelle favole e nelle allegorie. Respiro profondamente per resistere. Respiro, ed infilo cotone nelle orecchie. Poi mi verso una lacrima di whisky, per stordirmi un poco. Voglio dormire. Sono stanca.

 

Sento il sonno arrivare quasi subito, per fortuna, insieme ad un pulsare ritmico nelle tempie, e mi raggrumo nel letto come in un nido morbido di piume e di sensazioni color pastello. Le tempie smettono di pulsare, mi calmo, c’è calore, ed il mio inconscio elabora frasi senza senso. Poi, i miei passi si allontanano da me, vedo le mie impronte nel viale, la terra è umida. Cammino lentamente, mi guardo intorno. Il paesaggio è lieve e sfumato, come acquarello, sono a casa, ma tutto appare come un disegno. Cammino, sempre più lentamente, e continuo a vedere le mie impronte, migliaia, che percorrono un tragitto lunghissimo. Non riesco a vedere la fine del viale, prosegue oltre l’orizzonte.

 

–        “Non sei mai andato così lontano amore, mai da solo… non ci siamo mai separati se non per poche ore… ma sapevo sempre dov’eri… e tornavi presto…”

 

Cammino, continuo a camminare, scendo oltre l’orizzonte, seguendo l’incurvarsi naturale della sfera del mondo, scendo, ancoro le mie impronte a terra, come ramponi sul ghiaccio, procedendo un poco di sbieco per non scivolare, la terra è sempre umida, fanghiglia. Poi, in una frazione d’istante, il nastro si riavvolge all’indietro alla massima velocità. Devo solo attraversare la strada e bussare alla porta di legno del capannone. Guardo a destra e sinistra, per assicurarmi che non passino macchine. Ho lasciato le mie impronte oltre l’orizzonte. Ho il batticuore ma sto bene. Sapevo che non si era allontanato tanto, non l’avrebbe mai fatto. Busso, con forza. Il mio pugno è debole e lui rischia di non sentire. Non c’è campanello.

 

–        “Samuele aprimi! Sono io!” – grido

 

La porta si apre dopo pochi istanti. I suoi occhi sono lucidi. Mi prende le mani fra le sue, quasi giunte in preghiera, come la prima volta, le sfiora con le labbra.

 

–        “Grazie amore! Non è stato piacevole rimanere solo così a lungo… non sentivi la musica?. non ho smesso un istante di suonare….”

 

Piango, piango a dirotto, mentre lui mi stringe sempre più forte.

Anna mi cercherà ovunque, tutti mi cercheranno ovunque, ma non importa. Mi fermo qui con lui, e non intendo dirlo a nessuno.

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