E per finire brindiamo in coppa a cura di Patrizia Palese

 

E così ho pensato: perché non aggiungere anche un qual cosina in più al Magazine? Qualcosa potrebbe spiegare, o dare un’ipotesi di spiegazione a fatti, oggetti, persone o modi di dire? Ecco perché ho proposto questo articolo che più che altro vuole essere solo una chiacchierata fra di noi.

Ho voluto prendere in esame un detto che molti di noi conoscono, usano senza pensarci su troppo: E PER FINIRE BRINDIAMO IN COPPA.

Mi si dirà: E dove vorresti brindare? Con cosa vorresti brindare? Ma pensiamoci un attimo: la ruota fu inventata per facilitare il lavoro dell’uomo che da nomade e cacciatore, divenne agricoltore; il fuoco fu scoperto perché il suo utilizzo riscaldava, cuoceva cibi, fondeva metalli, ma perché si ritenne necessario inventare il vaso?

Oggi usiamo il vaso quasi esclusivamente per mazzi di fiori e pensiamo che anche anticamente ci fosse questa esigenza, ma fu quello il motivo?

E allora cerchiamo di capirci qualcosa.

La sua forma rappresenta come un piccolo scrigno che potrebbe racchiudere qualsiasi cosa, anche l’immortalità. La prima immagine che mi viene davanti agli occhi è quella di uno studio di qualche antico alchimista con i suoi contenitori trasparenti e i loro liquidi colorati e ribollenti.

Ma se andiamo a indagare nella Storia scopriremo che per gli Egiziani esso rappresentava addirittura il contenitore della morte. Le forme degli antichi vasi avevano nomi e funzioni diverse: anfore, orci, giare, crateri, e anche i materiali con cui erano fatti variavano: terracotta, bronzo, alabastro, e tutti servivano per i più differenti scopi: potevano contenere alimenti come il vino e l’olio, ma anche profumi e unguenti.

Ma abbiamo mai pensato alla sua forma che accomuna tutti i differenti tipi di vaso? Essa ricorda moltissimo l’utero femminile, sede della vita per eccellenza.

A conferma di questo vi è in India una festa chiamata FESTA DEL VASO KUNMBHAMELA.

La leggenda dice che nei primi tempi della nascita della Terra, gli Dei e i Demoni si affrontarono per 12 giorni al fine di entrare in possesso del VASO DI NETTARE (KUMBHA), perché il possederlo li avrebbe resi immortali; ma dopo tanto odio alla fine il dio Vishnu pose fine alla guerra e diede il vaso al mitico uccello Garuda che lo portò con sé nel suo cielo.

Durante il suo volo egli fu fermato dai Demoni in quattro luoghi dell’India dove si versarono delle gocce del liquido magico e ancora oggi in questi luoghi si rende omaggio all’evento con dei grandi festeggiamenti.

Sempre rimanendo nei dintorni dell’Oriente, ogni anno i seguaci di Krishna, ad agosto celebrano la nascita del Dio e una delle discese (avatara) di Vishnu; in questo caso il vaso assume la simbologia di “eterna rinascita”.

Durante questa festa dei giovani, chiamati GOVINDA, formano una piramide umana con lo scopo di rompere dei vasi di terracotta appesi per le strade su delle corde tese fra casa e casa e poter portare a casa ciò che contengono i vasi stessi: burro, miele, frutti, denari.

In Cina questo oggetto è fondamentalmente femminile e terrestre quindi YIN se rettangolare, mentre se ovale è YANG perché maschile e appartenente al divino. Infatti, in alcune raffigurazioni di Buddha, lo si vede con in grembo il vaso della medicina per lo più in lapislazzuli che ricorda il colore del cielo; in realtà questa raffigurazione serve al fedele perché l’Illuminato gli consigli il rimedio giusto per il suo male e non perché agisca in prima persona per guarirlo.

Ma ritorniamo in Occidente. Quando prima ho accennato al Vaso Alchemico, intendevo quei recipienti che avevano nomi diversi e di fiabesca memoria: alambicco, crogiolo, storta.

Ognuno di loro aveva una precisa funzione: l’ALAMBICCO era destinato alla distillazione della quintessenza che portava alla creazione del Mercurio Filosofico, un prodotto ibrido che derivava dalla forza del pensiero dell’alchimista; il CROGIOLO era un vaso aperto, un mortaio, un calderone dove venivano poste tutte le sostanze che dovevano essere modificate e purificate con il fuoco e il fatto che fosse scoperto era perché in questo processo le scorie dovevano essere libere di disperdersi nell’aria; il lavoro che avveniva simboleggiava la volontà dello scienziato nel purificare gli elementi naturali per togliere le scorie della materia e ricavarne la parte migliore; la STORTA era un fiasco sigillato dove si univano le parti nobili del processo precedente, come un maschile e femminile in una specie di Nozze Chimiche, con gli opposti che si uniscono. Insomma nel laboratorio avveniva la riproduzione della vita con un “ Volere, Sentire, Pensare” per arrivare al risultato migliore.

In fondo questa simbologia la ritroviamo anche nella vita di Cristo: il VASO DELLA MIRRA offerto dal re Magio africano Gasparre, era sì un balsamo per il corpo, ma nella simbologia antica stava a indicare Cristo come unico e altissimo guaritore e taumaturgo; quando Maddalena irrompe nella vita predicativa di Cristo con il suo vaso di alabastro contenente il profumato olio di Nardo, santifica lei stessa, come rappresentante dell’umanità, la verità circa l’attribuzione di UNTO del Signore che va a confermare appunto la parola Cristo e quindi come colui inviato dal Padre a entrare a Gerusalemme per soffrire e morire per l’uomo, proprio come Davide viene scelto per salvare il suo popolo dal nemico del Signore con l’unzione sacra e per concludere non si può ignorare il SACRO VASO, come veniva chiamato nel Medioevo il Graal che letteralmente significa “scodella”. Secondo la tradizione esso era il recipiente con cui gli angeli raccolsero il sangue di Cristo sul Golgota che fu poi affidato a Giuseppe d’Arimatea.

Quindi anche qui i tre vasi rappresentano le tre caratteristiche più importanti: la Mirra come guaritore, l’olio di Nardo come sofferente, il Graal come vincitore.

Naturalmente non si può chiudere questo discorso senza parlare della simbologia del vaso in Egitto: durante l’imbalsamazione, al defunto venivano tolte le viscere che venivano conservate in quattro vasi distinti spesso di alabastro e furono gli antiquari europei a chiamarli CANOPI. Ognuno di loro aveva una specie di coperchio con le immagini dei figli del dio Horus che erano incaricati di proteggere un punto cardinale e un organo: AMSET aveva la testa umana ed era legato a sud e al fegato; HAPI aveva la testa di babbuino ed era legato al nord e ai polmoni; DUAMUTEF con testa di sciacallo era legato all’est e allo stomaco; QEBEHSENUF con testa di falco era legato all’ovest e all’intestino.

La pratica dell’imbalsamazione arrivò fino alla penisola italica e anche qui i vasi furono detti Canopi, ma con l’avvento dei Latini le ceneri del defunto furono custodite in Olle e poi nei colombari, anche loro, in certo qual modo, vasi.

Ma sicuramente il vaso più famoso, quello che tutti ricordano in maniera più o meno precisa è senza dubbio quello di Pandora. Ma chi era costei?

Di sicuro una donna con tutte le caratteristiche tipiche che da secoli vengono loro attribuite: bellezza, giovinezza, ma soprattutto curiosità che il più delle volte riesce solo a creare dei guai immensi.

La mitologia ci tramanda che essa era una donna “fabbricata” dal dio Vulcano che la presentò a tutto l’Olimpo. Gli Dei all’unisono furono talmente soddisfatti del risultato ottenuto, che vollero, ognuno di loro, farle un regalo che la rendesse perfetta (bellezza, sapienza, eloquenza ecc.), ma nessuno pensò di regalarle la modestia. Fatto ciò essa fu portata sulla Terra perché si unisse al migliore degli uomini e le fu fatto un ultimo dono da Giove: un vaso, dove il re degli Dei aveva racchiuso tutti i mali del mondo, ma non disse nulla alla ragazza imponendogli solo di custodirlo come la cosa più preziosa che aveva, senza abbandonarlo nemmeno per un attimo, ma soprattutto senza mai aprirlo. Solo cosi avrebbe garantito all’umanità una vita felice.

Ma Pandora non resistette alla curiosità di vedere cosa c’era effettivamente dentro il vaso e, nonostante il divieto, lo aprì. Si dice che, nonostante cercasse di richiudere subito il vaso, riuscì a trattenere solo la speranza che ancora oggi è l’unico rimedio ai mali del mondo.

Quindi quando si compra o si regala un vaso non pensiamo solo a dei fiori; si potrebbe riempirlo di tutto ciò che sembra inutile, ma fa parte della nostra vita quotidiana e che a modo suo ci rende immortali: puntine da disegno, monetine, bottoni.

Magari potremmo in qualche modo attenuare la leggerezza di Pandora…sempre poi che effettivamente siano andate veramente così le cose come ci hanno raccontato e ricordiamoci sempre che brindare in piccoli vasi, che noi chiamiamo coppe, vuol dire soltanto avere fra le mani tutto quello che ho descritto…e forse anche di più. Cin Cin!

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