Dolceamaro


DOLCEAMARO

 

Carmela non poteva smettere di mangiare; anche quel giorno, come tanti altri addietro, si trovava intenta a colmare un vuoto indescrivibile che risaliva alla sua infanzia, mentre, rimpinzandosi, pensava di riempire anche quello futuro. Si cacciò febbrilmente una grossa manciata di cioccolatini nelle tasche della gonna, e infine – trascinata dall’irritazione della mamma da un lato e dall’affetto che le elargiva il cioccolato dall’altro – si decise a scendere, ma nella fretta incespicò sulla lunga coda di raso e tulle e cascò malamente per terra. Pensava, mentre piombava con tutto il suo possente peso sul pavimento, che quello non era affatto il giorno più bello della sua giovane vita; era invece il peggiore.

Nel rialzarsi, Carmela lanciò un flebile urlo, poi si rannicchiò per un breve istante in un angolo. Quindi si avviò lentamente verso la porta.

Sua madre la guardava, impaziente e furente, mentre lei scendeva la vecchia scala di pietra della casa dov’era nata, e Carmela non vide il duro cipiglio di lei quando scorse le macchie marroni sulla veste da sposa, perché Carmela stava guardando, senza vederle, le proprie scarpe attraverso la luce spenta dei suoi occhi.

«Ma che ti pigghia? Vuoi spezzarmi il cuore fino all’ultimo? Desideri mandare in fumo il tuo macimonio? Oppure pretendi di farti desiderare? Eh? Dimmelo: cà vuoi?»

Carmela, con la bocca chiusa, si passò la lingua sui denti; poi si pulì le labbra con l’avambraccio e disse: «Andiamo». E si incamminò decisa verso l’auto di suo padre.

Suo padre la terrorizzava. Era il tipo d’uomo che si dispera quando gli nasce una femmina, e per punirla di questo aveva passato la vita a fingere che Carmela non esistesse, tranne quando si trattava di castigarla. Carmela si sorprese a osservarlo nello specchietto retrovisore. Si stupì nel non riconoscerlo; del resto, dopo una vita trascorsa a testa bassa, senza mai guardare in faccia il proprio genitore, che altro poteva aspettarsi? Un volto rugoso e bruciato dal sole dei campi, che stonava parecchio sulla bianca camicia inamidata, ma che stava a pennello sul camioncino da lavoro, ripulito per l’occasione. Tra poco avrebbe dovuto farsi prendere sottobraccio da costui per farsi consegnare a un altro uomo, e lei cominciava a preoccuparsi, perché non aveva mai preso sottobraccio suo padre. Carmela volse lo sguardo a destra, e vide la mamma che nervosamente – ma con curiosa delicatezza – tentava di togliere le dolci macchie di cioccolata dalla sua pancia. 

Quando Carmela posò i piedi sul porfido, uno scroscio di applausi accolse il loro arrivo. Mille occhi puntavano la sposa, ora commossi, ora maliziosi, e Carmela si sentì avvampare il viso e il petto. Era una giornata di maggio particolarmente calda anche per un paesino siciliano, ma Carmela non riusciva a vedere il sole, ne’ a sentirne il calore. Percepiva altresì il tepore del cacao e dello zucchero nel suo ventre, che sortivano maggior effetto di tutti quei sorrisi fasulli, delle risate chiocce delle vecchie zie, degli strilli dei bambini, e persino del crocefisso in cima al campanile, che si stagliava tra bianche e grasse nuvole. 

La frescura improvvisa della chiesa, mista all’odore delle candele, risollevarono Carmela, che uscì lentamente da quello stato di torpore per entrare in una nuova vita, a braccetto di suo padre. 

La sciocca musica nuziale cadenzava i passi di lei in quel bizzarro e lento incedere verso il suo destino. 

Ecco lo sposo. Non sembrava così arrabbiato come sua madre le aveva lasciato intendere; anzi: nel fondo dei suoi lucidi occhi neri si poteva intravedere una fiamma di amore profondo. Domenico aveva molti anni più di Carmela, e la conosceva fin da quando lei era una bimbetta. Domenico era un grande amico di suo padre, e grande le era sembrato fin da quando lei giocava sulle sue ginocchia: «La piccola Carmela! Fatti vedere quanto crescisti!». 

Colui che avrebbe dovuto diventare – di lì a poco – suo marito, era un contadino assai più povero di papà, il quale, con le sue tre vacche, le sue dieci pecore e i suoi trenta ettari di terreno, era considerato addirittura benestante. Sorte ben diversa toccò al povero Domenico: azzoppato da un calcio di una mucca troppo a lungo maltrattata, dovette lasciare i campi e vivere da storpio adattandosi a qualunque lavoro. Ma lui aveva sempre voluto bene a Carmela, anche quando l’aveva vista ingrassare, anche quando suo padre lo minacciava di starle lontano perché era ancora una bambina. Domenico sapeva che un giorno l’avrebbe avuta; Il pover uomo, oltre alla sua menomazione, non aveva un viso particolarmente gradevole; per questo Carmela si sforzava di non guardarlo mentre il padre la forzava a procedere. 

Il prete, nella sua infinita indulgenza, cercava di evitare lo sguardo di Carmela, e sembrava fissare la propria attenzione sul pubblico, che immediatamente si sedette al termine della  musica d’organo. 

«Fratelli. Siamo qui riuniti per celebrare e per benedire l’unione di Carmela e di Domenico…»

Carmela sentiva le parole ma non ne capiva il significato. Si volse lentamente verso la prima fila, e scorse sua madre asciugarsi le lacrime. Papà sedeva fiero e ritto sulla panca; zia Cecilia nascondeva un sorriso sardonico dietro un ventaglio di carta di riso; stava cicalando sommessamente con nonna Assunta, ed entrambe parevano pienamente soddisfatte. In fondo, erano donne alle quali piaceva parlare di niente, la cosa su cui sapevano tutto. 

«FRATELLI!»        

Carmela trasalì. Domenico serrò gli occhi e strinse forte le fedi con entrambe le mani, come fossero state due valve di una conchiglia che racchiuda un tesoro inestimabile. Entrambi guardarono Don Saverio, che assunse un’affettata aria di sfida e di contegno.

         «Domenico Salvatore Tortorici, vuoi tu prendere la qui presente Carmela Assunta Schirò in moglie, per onorarla e amarla nella buona e nella cattiva sorte, in salute e in malattia, finché morte non vi separi?» 

Come un tuono che echeggi nelle sacre volte, la voce del parroco si propagò assieme a un profumo di latte condensato e mousse al cacao, penetrando nei più reconditi meandri del palato di Carmela. Un fiume di cioccolato caldo e voluttuoso crebbe fino a raggiungere le narici spalancate della sposa, e discese simile a un concerto di polveri di cacao e di irresistibile praline alla nocciola dentro il candido vestito di lei. Volute di cioccolato al latte e di crema al cocco invasero l’altare, tanto che Don Saverio allungò il naso e fiutò quella peccaminosa dolcezza in tutte le direzioni. 

«Sì, lo voglio» interruppe Domenico.

«Oh, no… mio Dio, no…» sussurrò Carmela.

Poi levò lentamente le mani, le aprì e si scrutò le scure e appiccicose palme. Bisbigli e sospiri ascesero dalle arcate, gli occhi della madre di Carmela rotearono all’indietro fino al mancamento, e il ventaglio di Zia Cecilia si agitò freneticamente tra improperi e agitazione. 

Il tempo non lo puoi fermare, ma se stai proprio male si fermerà da solo. 

La cioccolata fuoriusciva dai pizzi delle tasche come un lordo peccato capitale, e Carmela prese a leccarsi le dita con rabbia e desiderio. Il prete si segnò, Domenico avvicinò le due conchiglie e restò chiuso a lungo nelle mani che si portò al volto. Non vide Carmela accasciarsi accanto a lui, tenendosi il ventre mentre un tiepido fiume le scorreva tra le cosce. 

         «Lasciatemi passare, un medico sono!»

         Il cugino americano Sonny Lo Cascio sbucò da una panca, e la gente gli fece largo aprendosi come il Mar Rosso per Mosé; lacrime bollenti di umiliazione rigavano il viso di Carmela, e la gente non capiva cosa fosse successo, ma il cugino Sonny comprese al volo la situazione. Prese in braccio Carmela, con tutta la dolcezza che si portava dentro, e si avviò con l’anima fra i denti verso l’uscita della Chiesa:        

«Un’ambulanza, presto! »

         La debolezza le sembrava il peggiore dei tradimenti, ma Carmela perse i sensi ugualmente. Vide solo una grande nave nera che le spazzava via tutte le sensazioni e tutti i pensieri prima di toccare terra.        

La mamma e la nonna cominciarono a ciondolare sulla panca piangendo e strillando come due capretti sgozzati, ma difficilmente si sarebbe potuto capire se le loro urla fossero di dolore o di vergogna.        

Don Saverio masticò qualche obiezione: «Figlioli, calma! Ricordatevi che nella casa del Signore siete!» e Domenico sembrava preda di fluidi ricordi, così pesanti da evocare… baciava le due vere con rinnovata tenerezza, quando scorse un giovanotto in fondo alla navata, che si spostò di scatto e si appiattì contro una colonna. 

Le fedi scivolarono dalle sue dita… tintinnarono a lungo sui marmi intarsiati della casa di Dio, come lancette di un orologio il cui tempo serve solo a domare il coraggio di ribellarsi. 

Ma adesso, nel buio dell’ambulanza, a Carmela era quasi tutto chiaro, pure se ancora non aveva la certezza che le dense gocce non fossero cioccolata, ma ciò che restava del suo bimbo, che si era arreso.        

Papà chiuse lo sportello del camioncino con violenza, come se in quel modo avesse potuto lasciare la tristezza e la vergogna fuori dalla macchina.

Tutti i sacrifici che aveva fatto per Carmela erano svaniti come acqua nel terreno.

Ma Carmela avrebbe cominciato a vivere.

 

Tiziana Stanzani 2010 ©


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