Dall’Altopiano al Mayumbe di Marco Crestani – Meligrana Giuseppe Editore

alt     «Lasciavo la mia famiglia separata da quella di mio padre, composta di mia moglie Brunello Maria dei due figli Sebastiano d’anni 6, Silvio di 4½, ed il 3 gennaio 1903 alle ore 2 p.m. ci separammo impreda alla mortificazione ricordo sempre che il povero di mio padre, mi salutava dandomi l’addio per sempre, dicendomi che non si saressimo più visti, sopra la terra, e piangente andava in stalla, ah! Ben raggione ebbe, poiché dopo circa un anno moriva all’Ospitale di Marostica per subita operazione vescicale.

     Mia madre poi povera anch’essa non meno dispiacente di mio padre, nel vedermi partire, piangeva si dirottamente ed infrà i di lei singhiozzi pronunziava parole che a stento potevo capire, intesi solamente va che il Signore ti sia per compagno, mi baciò teneramente come suole le madri ai suoi figli, a rivederci mi disse al mondo di là.

    Non parlo poi di mia moglie, anch’essa, più ancora dei miei genitori, ma più forte di animo, e cercava di nascondere il proprio dolore, si tratteneva le lagrime, e come fuori di sé mi baciò stringendosi al seno in affetto di tenerezza et amore, la lasciai.

    I miei bimbi vennero allontanati prima della mia partenza, avendomeli stretti al seno e baciati, poveretti? Essi erano contenti e tutti jolivi nulla curandosi andarono coi loro coetanei a raccontare, ch’io andavo in America.

    Ricordo, che anche per me il 3 gennaio 1903 fu un giorno più fortemente triste ed amaro, ero confuso, sbalordito, avrei li per li, strappato il passaporto.

    Mi dico, che faccio, che cosa dirà la gente; mi diranno che uomo di poco coraggio, che dietro alle pedate della moglie ci sta; e tant’altre mille cose, ecct. ecct.». 

È un contesto di povertà e di disperazione quello in cui si muove Giuseppe Crestani. L’Altopiano dei Sette Comuni, nel quale Giuseppe nasce e risiede, per buona parte del XIX secolo è flagellato da fame e da malattie epidemiche. Successivamente all’Unità d’Italia, a partire dalla seconda metà dell’Ottocento fino ai primi anni del XX secolo, i proventi delle magre coltivazioni e dei mestieri svolti in loco non sono più sufficienti alla sopravvivenza delle famiglie dell’Altopiano e sempre più uomini emigrano nei Paesi esteri confinanti (Svizzera, Austria, Germania, ma anche Balcani e Francia) per svolgere lavori stagionali, mentre le donne rimangono prevalentemente ad accudire case, terreni e famiglie.

Giuseppe sceglie l’Argentina e il 3 gennaio 1903 lascia la contrada Tortima, sull’Altopiano di Asiago, e parte per Genova dove si imbarca con destinazione Buenos Aires.

Il taccuino di Giuseppe, «Promemoria sui miei viaggi e dimora in Africa e America principiando il 1° dell’anno 1903 in avanti», sul quale egli annota minuziosamente ogni avvenimento a partire dal primo gennaio 1903 fino alla data della sua morte – che avviene il 27 agosto dell’anno successivo – è l’elemento centrale intorno al quale si snoda l’opera biografica. L’ambasciata italiana in Congo rispedisce alla famiglia di Giuseppe il promemoria che offre gli spunti per il racconto sui viaggi di Giuseppe.

Il pronipote di Giuseppe si reca in visita a Tortima e scopre che la casa natale del proprio bisnonno è oggetto di una ristrutturazione da parte del suo nuovo proprietario; riemerge, così, il ricordo di quel taccuino così particolare che diventa fonte di ispirazione per questo libro su Giuseppe Crestani; il quale, nel breve spazio di un anno e otto mesi, affronta per ben due volte la traversata dell’Oceano: la prima da Genova a Buenos Aires e la seconda da Buenos Aires a Capo di Buona Speranza.

 

L’Argentina, in cui Giuseppe approda, si rivela non essere il paradiso che egli immaginava. Da Buenos Aires prova a spostarsi a Mendoza, ma il lavoro è massacrante e i guadagni sono scarsi. Quel poco denaro che riesce a mettere da parte viene completamente speso per il viaggio in nave da Buenos Aires a Capo di Buona Speranza, che Giuseppe affronta convinto che l’Africa possa offrire maggiori possibilità economiche del Sud America.

Purtroppo per lui, però, il periodo è sfavorevole anche per coloro che emigrano in Sudafrica. Innanzitutto riscontra gravi problemi con la lingua, in quanto le preferenze vanno a favore di chi conosce l’inglese, e poi il salario è notevolmente basso a fronte di lavori estremamente pesanti e pericolosi. Giuseppe riesce a ottenere un ingaggio come scalpellino; la paga non è elevatissima ma – lavorando a cottimo – riesce a mettere da parte un po’ di denaro. Ma la sorte si accanisce ancora una volta contro di lui perché, a causa di problemi economici, dall’oggi al domani la Compagnia per cui lavora lo licenzia.

Incontra alcuni italiani che hanno intenzione di spostarsi in Congo e accetta di unirsi a essi.

Nell’immaginazione dei nuovi compagni di Giuseppe, il Congo è un territorio vastissimo e ricchissimo che il Belgio sta trasformando in un Paese modello. Giuseppe non possiede soldi a sufficienza per poter affrontare questo nuovo viaggio, però la prospettiva di riuscire a guadagnare a sufficienza, in modo da poter mandare dei soldi a casa, lo spinge ad accettare un prestito da parte di uno dei suoi nuovi compagni. Così, nel settembre 1903, affronta un nuovo viaggio in battello da Città del Capo a San Paolo di Luanda.

Ma anche il Congo si rivela essere un brusco risveglio dal sogno di un nuovo Eden. Giuseppe scopre che la foresta è fittissima e piena di pericoli, che il clima è torrido, che le condizioni di lavoro sono estenuanti e poco redditizie, che insetti e parassiti rendono la vita un inferno. Descrive ogni cosa nel proprio taccuino. Nota anche che il regime di Leopoldo II sta mettendo in ginocchio le popolazioni indigene, che vengono sfruttate e trucidate dall’amministrazione belga. Pure lo sfruttamento delle miniere e dei terreni viene effettuato in modo intensivo e scriteriato, con un conseguente tremendo sconvolgimento dell’economia e delle vite umane.

A complicare l’esistenza di Giuseppe, che lavora nella foresta del Mayumbe, subentra la malaria. Giuseppe si accorge di avere contratto la malattia ma la sottovaluta e trascura di curarsi in modo adeguato. Nonostante la febbre e la debolezza, continua a recarsi al lavoro, perché le assenze non sono tollerate. Trova anche il tempo di descrivere, sempre sul proprio taccuino, tutto quello che lo circonda: l’Africa, lo stile di vita degli indigeni, il proprio lavoro, la sua casa e così via. Solo l’aggravarsi della malattia lo costringe a interrompere le sue minuziose annotazioni. 

L’eredità che Giuseppe lascia ai propri discendenti è una testimonianza delle condizioni in cui si trovarono moltissimi emigranti italiani che cercarono fortuna in altri Paesi. Nuovi mondi che, nell’immaginario collettivo di queste povere genti, rappresentavano il paradiso ma che, troppo spesso, si rivelavano essere un nuovo inferno.

È trascorso un secolo e sono cambiati scenari e protagonisti; i nuovi emigranti abbandonano la propria terra abbagliati dal miraggio che il nostro Paese rappresenti un Eldorado. Soltanto un elemento non è variato, negli anni: la disperazione di chi constata che il sogno si rivela un incubo.

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