Che strano

Io stanotte pensavo di andare
e planavo
tra i miei boschi e la rupe
dividendo la vita,
che strano,
tra il mio tempo che resta
e quello lontano.
Ascoltando il mio cuore impazzito
il mio petto squarciato,
il turgore degli arti,
ho socchiuso i miei occhi
e pian piano,
come pioggia di marzo
strappata alle nubi ed al vento,
la mia anima ha pianto
e d’ogni tenue arder di fuoco
ha disperso faville,
di ogni passo
ha coperto la traccia.
In un attimo eterno,
il mio “dove” è sembrato sparire,
ma in quell’attimo ho provato a capire:
… e così mi son dato risposte.
Le mie guance siano date alla luna
perché possa arrossire
al canto di un lupo che l’ama.
I miei occhi?  Alla fortuna!
Le mie lacrime a una fontana.
le mie braccia al mondo intero,
le mie gambe ad un sentiero,
ed il mio cuore, quello,
solo a chi sa sfidare il tempo;
che i miei baci siano impronte digitali,
siano i ragni ad avere i miei capelli,
ed i miei denti siano dati a quelli,
che da sempre
non li hanno per mangiare.
Ma le carezze no…
quelle le tengo,
così che questo mio peregrinare
questo prezioso ed etereo vagare,
le poggi su una rosa che è sfiorita,
e che tornando tenera e carnosa,
saldi il suo conto aperto…
con la vita.

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