Cadaveri in salotto

Roberto s’era rabbuiato mentre Lisa, di schiena, lavava la teglia incrostata di besciamella: non intendeva tenere ancora in casa quei cadaveri che sembravano vivi. Lisa canticchiava e muoveva i fianchi al ritmo della musica. Era una sua abitudine – “così i lavori di casa non pesano” – diceva – “e mi diverto anche”. La musica ad alto volume diffondeva l’ultimo di Zucchero, la sua passione. Lisa splendeva più della teglia mentre Roberto iniziava a confondersi con il nero della notte nel riquadro della finestra alle sue spalle. Non c’erano tendine ai vetri. Quando Lisa si è voltata ha immaginato che fosse andato a letto. Era mimetizzato alla perfezione.  Trasparente per anni, agli occhi di Lisa, era riuscito a perdere  anche la trasparenza, e l’ombreggiatura – ne era consapevole – e  tutto ciò che caratterizza un essere appartenente alla terza dimensione: altezza, larghezza, profondità, peso.  Lisa frequentava un tipo da due mesi, con tutte le misure a posto, lui, il coraggioso.

“Pensi di lasciarli qui?” – la voce di Roberto è uscita dal nero della finestra come da un video spento.  Lisa ha fatto un sobbalzo e si è voltata. 

“Non solo non mi lasci in pace, mi controlli, mi segui. Ora mi spaventi anche!!” – Lisa aveva intorno a sé una viscida luce verde acido – “Ti odio, lo sai. Almeno stai zitto”.

“Ripeto: pensi di lasciarli qui?” – un fievole contorno era riemerso dal nero della finestra.

“Sono miei. Non t’intromettere”- Lisa sillabava le parole.

I cadaveri, con gli occhi gialli di vetro, guardavano la scena, le zampe ed il collo in fase di avvistamento della preda, il pelo rigido come una crosta sotto la mano di vernice, sulle targhette d’ottone il nome di lui.   Roberto è andato in camera.  

 

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