Andarsene via (ritratto n. 9).

 

C’è una siepe piuttosto fitta che corre a fianco del muro di cinta, e sopra al muro di cinta c’è una ringhiera di ferro piuttosto alta, e sulla cima le punte. Percorro mentalmente il giardino senza farmi vedere, devo avere anche un po’ di fortuna, scegliere il momento più adatto e sperare che nessuno volti lo sguardo dalla mia parte. In un punto dove le piante sono più rade riesco sicuramente ad oltrepassare la siepe, poi piazzo un piede sopra al muretto, mi tiro su con le mani, sulla ringhiera, infilo un piede in mezzo alle punte, scavalco alla meglio il recinto facendo attenzione a non imbrogliare i vestiti, e mi lascio andare di là, nel mondo libero.

C’è un viale che costeggia la parte sul retro di questo edificio, non so per dove porti, non lo ricordo, i miei pensieri spesso sono confusi, però con un certo impegno potrei percorrerlo tutto di corsa, o almeno con il mio passo svelto, e ritrovarmi da qualche parte, che so, ad un incrocio, o su una piazza magari, in un luogo qualsiasi dove qualcuno possa darmi una mano.

Ci penso ogni giorno a questo progetto, certe volte anche a lungo, fino a trovare soluzioni perfette che purtroppo dimentico in fretta, ma dopo tutto questo tempo che ho dedicato alla mia idea, so per certo che quando deciderò finalmente di metterla in atto, niente potrà andare storto. Questa casa non permette un’altra via per uscire, il cancello principale si chiude con un automatismo la cui chiave è custodita dai miei parenti, e tutto il giardino è interamente chiuso con la recinzione. Non sopporto nessuno della gente che abita in questa casa, compresa la servitù: tutti loro dicono che non potrei stare meglio che qui, ma io non ci credo: è la libertà che mi manca, la possibilità di fare quello che voglio.

Avevo pensato di calarmi da un albero, pochi giorni più addietro, ma è troppo difficile, e poi avrei bisogno di una corda ben lunga, saper fare i nodi, e dovrei avere una forza nelle mie mani che invece non ho. Sono sicuro che qui mi avvelenano, giorno per giorno; mettono qualcosa nel cibo: calmanti, sonniferi, medicinali di qualsiasi genere, composti chimici che riescono a tenermi pacato, tranquillo, quasi privo di qualsiasi volontà. Per questo mangio pochissimo, per evitare i loro veleni. Mi alzo da tavola, vado nel bagno e sputo i pochi bocconi che ho messo in bocca. Ma devo stare attento, loro mi tengono sotto controllo, sono convinto che potrebbero giungere al punto di farmi qualche iniezione per farmi dormire, evitando così di preoccuparsi ulteriormente di me.

Io giro per casa e in giardino per tutto il giorno, cerco sempre una soluzione migliore per aggiornare il mio piano; fingo di leggere qualcosa, o di preoccuparmi di qualche pianta che mette le foglie oppure fa i fiori. Ma non è questo che mi interessa. Ho bisogno di andarmene, respirare un’aria diversa, vedere cosa c’è in fondo al viale, parlare con qualcuno che possa aiutarmi, comprendere la mia situazione, portarmi con sé in un luogo migliore di questo. Perché ce ne sono moltissimi di posti migliori di questo, ne sono convinto, e devo andare a vederli, scoprirli, meravigliarmi di come son fatti, perché questa è la vita, nient’altro.

Bruno magnolfi

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