Al mio colle

Presentazione

Ho voluto scrivere questo libro, raccogliendo appunti di gioventù di mio suocero, per rendere omaggio a un uomo tutto d’un pezzo, sia nel bene e nel male, che purtroppo è venuto a mancare troppo presto, lasciando un vuoto incolmabile nella famiglia.

Spero di aver riportato fedelmente le notizie da lui lasciate, evitando di trascrivere nomi o circostanze che potessero ricondurre a persone ancora viventi.

Dedicato alla memoria di mio suocero Mantua Sante

 

 

 

Franco de Angelis

 

 

 

 

 

PREFAZIONE 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

PROLOGO

 

Scrivo per non vagare nel vuoto, Creatosi a seguito della mia malattia, sopraggiunta all’improvviso.

Cosciente di non poter tramandare un trattato storico o culturale data la mediocre conoscenza della lingua italiana, ma solo con l’intendo di trasmettere ai posteri una mia personale interpretazione di vita vissuta, di cose realizzate e tante altre incompiute in questo scorcio di secolo a cavallo di due millenni.

A differenza di un passato da ferroviere e contadino, che sempre mi videro vero protagonista, per forza e capacità, perizia e a volte a sprezzo del pericolo nell’affrontare qualunque ostacolo.

Forse non avrei mai pensato o trovato il tempo di scrivere se la malattia non mi avrebbe costretto a restare a riposo; senz’altro sarebbe stato migliore per me e per chi mi sta vicino.  E’ pur vero che oltre alla materia in genere esistono valori umani, ben sopra gli interessi terreni, i quali si scoprono con la maturità e ancor più quando inaspettatamente si è colpiti da mala sorte. Solo allora ci si accorge che nulla è sopra la vita, sperando e ringraziando di rivedere l’alba di un nuovo giorno nella grazia di Dio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“ AL MIO COLLE”

 

Al mio caro colle

che come la vita

mi sta volgendo le spalle,

eppure mai ti ho tradito

mai ho espatriato ,

pur di venirti a visitare

una volta al giorno.

Non ti ho mai abbandonato

ti ho custodito, migliorato

eppur ora tu mi tradisci  .

Tanti prima di me calpestarono

la tua erba fresca , ma tutto

passa per lasciar spazio ai posteri.

Anche tu sembri invecchiare

ogni anno all’arrivo dell’autunno,

ancor piu’ con l’inverno, ma poi la

primavera per incanto tutto

ringiovanisce.

Rimarrai li imperterrito a sfidare

il vento ,il sole la pioggia per chissa’

quanto tempo  ancora mio caro vecchio

colle

 

CAPITOLO I

 

 

La maggior parte della mia infanzia l’ho vissuta con mia nonna, poichè prima durante la guerra per la mancanza di mio padre richiamato alle armi, e in seguito, quando i miei genitori per ragioni di lavoro furono portati lontano di casa, sino nella più lontana America del nord.

Mio padre è stato un gran lavoratore ma figlio di una numerosa famiglia, e mia madre che piccolissima ricorda appena il papà espatriato in Argentina e mai fece ritorno.

Da questo quadro familiare è facile intuire quante scarse possibilità finanziarie ho avuto per vivere un’infanzia priva di probblemi.

Cercherò con questo mio manoscritto di riportarvi indietro nel tempo ricordando i momenti più espressivi del mio cammino, di sessant’anni di vita, che ormai volge al tramonto, tutto questo a cavallo di due secoli e non solo, ma anche cerniera tra il duemila che volge al termine per cedere il passo al terzo millennio ormai alle porte.

Grazie alla vita donatami dai miei genitori, e al Signore che me l’ha concessa, ho trascorso tanti giorni, buoni o cattivi, belli o brutti, ma tutti intensamente vissuti.

Oggi affacciandomi come a una finestra, cercherò di rivedere quel passato e scriverlo ai posteri, sia pure con modesta capacità e poca cultura, i passi che più hanno segnato la mia vita. Dalla famiglia da me voluta e creata con mia moglie, dalla cui unione sono nate tre figlie, alla quale abbiamo cercato di dare il massimo. Questa è la nostra bandiera vincente per cui ci siamo battuti con tutte le nostre forze, affinchè mai nessuno abbia potuto parlare o sparlare di noi e del frutto della nostra unione.

Per mancanza di riscontri trascurerò il periodo in fasce, forse il più bello per ingenuinità caratteristica dei pargoli; ricordo i tempi in cui la mamma mi vestiva con il solito vestituccio (grembiule), trascorrendo le giornate intorno alle vesti della stessa e della nonna, le quali da quel che ricordo, nella pur loro scarza cultura e finanza hanno sempre cercato di darmi il meglio, donandomi amore e affetto come si conviene a degni genitori.

I primi episodi rimasti impressi nella mia mente purtroppo non sono nè teneri nè belli ma cruenti e brutti. Frutto di una guerra che tutto distruggeva e appunto risale all’ultimo conflitto mondiale 1943-45; quando all’età di quattro anni circa, non passava giorno che si rischiasse la vita sotto l’incessante martellamento dell’artiglieria, con un andirivieni di aerei i quali non lesinavano bombe ovunque, e in particolare nei pressi della nostra abitazione poiché ubicata vicino al ponte sul fiume, obiettivo da colpire per impedire il passaggio ai nemici. Tante furono quelle funeste missioni senza però alcun esito positivo, il ponte in seguito fu minato e fatto saltare; mentre io, quella mattina ero nascosto in un ricovero scavato artificialmente, abbarbicato a ridosso di una collina, che in fondo confina con il fiume distante dal ponte non più di un chilometro.

Grande e assordante fù il boato che giunse sino a noi e fece tremare la terra, mandando in frantumi l’intero ponte e l’annesso mulino, all’epoca formato da due piani con robuste mura di pietra e calce spenta, al suo interno si trovavano tre macine azionate da due turbine ad acqua….tutto finì in pochi attimi sollevando un enorme polverone rendendo l’acqua torbida che vedemmo passare più a valle impetuosa come in piena.

Inizialmente all’occhio ingenuo di un bambino sembrò un divertimento… vedere soldati vestiti di un certo modo, tutti in divisa a volte diverse, tutti parlavano lingue incomprensibili, e differenti erano nell’aspetto e portamento, per statura e per il colore della loro pelle.

Su quest’ultimo particolare vorrei soffermarmi un attimo per descrivere quanto fu crudele con noi il destino, riservandoci appunto il passaggio di truppe di colore (marocchini), che tanto terrore seminarono nelle nostre campagne, abusando spudoratamente di anziane di uomini e bambini, che sotto la minaccia delle armi dovevano senza amore o minima volontà sacrificare la loro verginità. E’ difficile dimenticare anche a distanza di mezzo secolo simili nefandezze, soprattutto se sono state subite da una madre una sorella o semplicemente da una conoscente.

Provi il lettore a immedesimarsi in chi ha vissuto quei mesi di terrore, pregando ogni giorno affinchè una simile sorte non sarebbe toccata a se stesso o ai propri cari. Purtroppo tanti e tante hanno dovuto subire quell’immondo calvario, e dimenticare sarebbe un immenso torto per quelle persone che subirono e avvallare cosi la casuale della guerra e di chi diede loro la possibilità di perpetrarli concedendo loro le famigerate “quarantott’ore”, (cioè ore di carta bianca).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CAPITOLO II

 

Gli aerei che incessantemente bombardavano senza mira le nostre campagne, distruggendo ogni cosa; dai raccolti stagionali, vigne, alberi da frutta e alle tante case sparse lungo la valle. Non fu risparmiata anche l’eterna Roma e non solo…per farci ancora rabbrividire basta ricordare le tante vittime rimaste sepolte sotto i ricoveri, alle macerie delle stesse abitazioni sbriciolate come tanti castelli di sabbia.

Molteplici furono i dispersi, orrendamente dilaniati e mai ritrovati, neppure per dare loro una degna sepoltura.

Tutto questo avvenne per opera delle bombe sgangiate quotidianamente dagli aerei, che inizialmente a noi piccoli, vecchi e donne vedendole piovere dal cielo, ci sembravano bollettini (manifestini) di guerra o addirittura giocattoli. Ben presto il sogno svanì con l’avvicinarsi a terra, quegli oggetti s’ingrandivano sempre più all’occhio umano emanando un luccichio scuro e funesto, distruggendo prima la speranza che fossero

cose innocue, e poi sconforto e un fuggi fuggi generale.

Noi di famiglia fortunatamente non avemmo perdite umane, quantunque non basterebbe l’inchiostro di tante penne ad elencare gli innumerevoli dispiaceri, la fame subita, il girovagare per il territorio, ospiti di famiglie più numerose, le quali sembrava dassero più sicurezza.

Proprio mentre mi trovavo nella casa dei miei bisnonni in essa, avvenne un tentativo da parte di un marocchino di abusare della mamma e una mia zia , ma grazie alla prontezza e spirito di coraggio della nonna che riusci a strappare quelle due giovani dalle grinfie di quella belva, che rinunciò nell’intento benche armato.

In quei giorni visto aumentare il pericolo di ritorsione il nonno decise di trasferirci in un rifugio più sicuro, scavato in parte dall’uomo ma per lo più naturale, una grotta sormontata da un’enorme roccia.

Grotta ancor oggi esistente vicino alla vecchia fonte dell’acqua solfurea, in questa località c’è da ricordare che nei tempi dell’antico splendore dell’impero romano, Nerone si dice fece costruire un comprensorio termale, per le molteplici qualità delle acque sorgive.

L’impianto era in parte in superfice, ma per lo più sotterraneo, formato da cunicoli scavati in profondità attraverso un compatto masso assomigliante al tufo, chiamato (tartara). Mediante i quali si potevano accedere in ampi saloni vivibili e fortificati da mura in calce e pietra con pavimenti in mosaico, certamente non reperibile in loco, ciò ci fa pensare che quel materiale sia giunto in tempi remoti per via fluviale, poichè tale opera è ubicata a ridosso della sponda destra del fiume. Rimane incerta comunque la provenienza di quei preziosi marmi che maldestramente furono asportati dopo la guerra. Dentro la grotta sopra descritta ci si passavano le ore più insicure della giornata, stando ammassati curvi gli uni su gli altri, guadagnando il più possibile posto nell’oscutità di quel luogo umido e fetido.

Poi ci consigliarono altre mete tra cui le montagne, per i più sembrò una giusta scelta, ma non fù cosi, poiché lassù trovammo la più alta concentarzione di truppe di colore mandata a rastrellare le cime più alte e impervie del territorio.

Dopo mesi passati tra paure e pericoli costanti, ci  fù il ritorno alla casa sul colle; come se non fosse stato sufficiente il già sofferto, della casa trovammo solo le mura lesionate, ma fortunatamente in piedi, senza tetto e porte e finestre erano state divelte dallo spostamento d’aria provocato dalle bombe cadute cosi vicino.

A quel quadro desolante, si aggiunse lo scempio perpetrato da sciacalli paesani, che furbescamente erano riusciti ad evitare il richiamo alle armi, e si erano dedicati alla razzia di quel poco che era rimasto nelle case modeste di quei tempi.

L’effetto negativo e devastante di una guerra non si riesce a descrivere con un libro o canto… tutto sa…solo chi, sventuratamente l’hanno vissuta e purtroppo tanti la vivono tutt’ ora. Ciò che rimane dentro, particolarmente quando si è piccoli, è indescrivibile, non si riesce mai a dimenticare nel corso della vita pur lunga che essa sia.

Chiudo cosi con un mio personale augurio a tutta l’umanità, che il nuovo secolo non sia portatore di altre guerre mondiali come ci ha portato l’attuale che sta per lasciarci con ben due guerre, 1914-18 e 1943-45 con tanti milioni di morti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CAPITOLO III

 

Con la fine della guerra e il ritorno a casa di tata (papà) dal fronte, le cose man mano cominciarono ad andare per il meglio, sia pur di poco, poiché tutto era andato distrutto.

Ricordo mio padre ancor giovane che con i suoi pochi mezzi a disposizione, un piccone, una pala e una cariola sgangherata e tanta volontà di rincominciare, lavorava dalla mattina alla sera tardi incurante del sole cocente. Bisognava ricoprire con le zolle di terra tutte quelle buche aperte nel terreno dalle bombe.

Dopo aver provveduto sommariamente al riassetto della casa, passò ai primi lavori nei campi, preparando la terra alla semina prima dell’inverno, poi si dedicò con altrettanta volontà al riordino di quelle poche viti rimaste, ricavandono a distanza di qualche anno il più possibile, ridando cosi forma ai vecchi filari come solevano tenersi all’epoca dei fatti.

Mentre le mie due mamme, come solevo chiamarle accudivano con diligenza una mucca, salvata con tanti stenti dai pericoli della guerra. In quel periodo era l’unica risorsa finanziaria, perché con il ricavato del latte venduto, si comprava il sale, qualche litro di olio per cucinare e il petrolio, che serviva a sera per accendere la gliuma (lume a petrolio) per illuminare la cucina con il suo pavimento in terra battuta. Con quel tipo di lume (la gliuma), si tirò avanti sino agli anni cinquanta quando a spese dei singoli cittadini riuniti in cooperative, s’iniziarono a vedere nelle campagne le prime linee elettriche, che portarono un graduale benessere, cosi che s’iniziarono a vedere i primi motorini per pompare l’acqua dai pozzi, all’illuminazione nelle case soprattutto in tutti gli ambienti delle stesse. Comparvero i primi apparecchi radio e il tutto segnò l’inizio di una nuova era senzaltro migliore.

Il millenovecentoquarantacinque fù il mio primo anno scolastico, quando tutto mancava, le cartelle di carta pesta, erano state sostituite per mancanza di fondi da cassette di ferro trovate nelle trincee, in precedenza svuotate del loro carico esplosivo e riempite dal sillabario, un quaderno a righi e uno a quadretti e una matita. Dopo qualche tempo la matita fù sostituita da una penna formata da un asticina di legno che terminava nella sua punta con un pennino, il quale a brevi spazi di tempo bisognava intingere in un calamaio contenente inchiostro, il quale spesso rovesciandosi sui quaderni li rendeva più neri dello stesso quadro desolante che ci circondava.

Il lume a petrolio mi accompagnò per l’intero corso scolastico elementare, offrendo a me e chiunque ne facesse uso, tanto fumo ma poca luce; il mattino ci si ritrovava scuri in faccia e con le narici piene di fuliggine, sprigionata dallo stoppino, che man mano bruciando con il petrolio risucchiato in una bottiglietta di vetro, saturava di fumo l’ambiente.         Questi erano i mezzi d’illuminazione di allora, nelle cucine dei più poveri, e il carburo usato da pochi per il suo elevato costo, spesso per risparmiare ci si privava pure di quella fiammella, servendosi a sera esclusivamente della luce sprigionata dal fuoco nel camino, che oltre ad essere unica fonte di calore nella stagione fredda, serviva anche per cucinare i frugali pasti giornalieri. Questo per lo più era il quadro nelle case, dove a sera si cucinavano uova sbattute in padella con l’aggiunta di un po’ di farina e acqua per far aumentare di volume la frittata; che nel nostro caso il capo famiglia a cottura ultimata divideva in quattro con due tagli simmetrici di coltello, lasciandola nello stesso padelluccio (padella) sul treppiede, accanto al fuoco per tenerla costantemente calda durante la consumazione. Quello era il primo e il secondo, con contorno di tanto pane spesso rosso (fatto con farina di mais) per riempire a sufficienza lo stomaco.

Quanta differenza!……oggi, si mangia il primo, il secondo con contorno frutta e dolce, il tutto accompagnato da un buon bicchiere di vino o birra e aranciata e coca-cola per i più giovincelli e poi se non bastasse chi rinuncia a un buon caffè?. All’epoca anche le strade erano impervie dappertutto, bisognava arrivare giù al ponte sul fiume per trovare la provinciale, anch’essa rigorosamente bianca, e buche in quantità, mentre le altre sdrade sterrate erano sassose l’estate e fangose d’inverno, ma poco impressionava, si andava comunque tutti a piedi, calzati durante la stagione estiva, con i sandali ricavati da pezzi di copertoni di ruote fuori uso, anch’essi difficoltosi a trovarsi, e sopra strisce di cuoio o addirittura di pezze.

D’inverno quando si riusciva a riciclare vecchie tomaie di scarpe, se ne ricavavano zoccoli, (fatti con legno, preferibilmente di salice secco per la sua leggerezza e facilità di lavorazione) questi a dire il vero erano per tepore superiore a certi tipi di scarpe di plastica oggi in uso.

Gli anziani per lo più calzavano le ciocie, io ricordo che le ho portate per pochi giorni, preferivo andare a piedi nudi durante i periodi caldi.

Al mio primo giorno di scuola ricordo che indossavo gli zoccoli, l’edifico scolastico, si fa per dire…,che ci accolse numerosi, poiché in tanti avevamo dovuto l’rimandare a causa della guerra. Il cosidetto edificio scolastico era formato da un enorme camerone scuro e affumicato attiguo alla chiesa, demolito in seguito e annesso alla stessa durante i lavori di ampliamento. Vi si accedeva tramite una scala buia e ripida, quell’aula era anch’essa poco illuminata, arredata da banchi di legno sgangherati e intagliati in ogni dove da chi prima di noi aveva frequentato quella scuola, vi era anche una cattedra, anzi mi correggo era solo un tavolo, anch’esso vecchio e una sedia impagliata, dove sedeva l’insegnante.

Quel quadro desolante, portò un raggio di sole la mia prima e unica maestra la quale ci accompagnò per i cinque anni successivi, era al suo primo corso d’insegnamento. Ogni mattina scendeva a piedi dal centro storico del paese, per ritrovarsi tra ben trentadue bambini felici di aver trovato quella seconda mamma, che chi come me ebbe la capacità di seguirla, per quanto seppe trasmetterci se pur al suo primo anno d’insegnamento. La maggior parte di noi veniva dalle spedute frazioni, lontane da quella scuola, cosi durante la stagione fredda, per riscaldarsi un po’ ci si portava lo scaldino, (che non era altro che un bussolotto) con qualche brace sottratta al focolare di casa, cercando di tenerla più tempo possibile viva per attenuare il clima in quell’aula sempre più affumicata. Il martedi mattina la mamma con i pochi spiccioli a disposizione, ricavati dalla vendita di uova e qualche pollo, mi comperava le “ballotte” o un paio di “arance”, a seconda della stagione per mangiarle più tardi a scuola, imbruttendo sempre più quell’ambiente, impregnato da odori sprigionati da tante variegate colazioni, a base di frutta, panini alle  verdure cotte, il tutto consumato su quei banchi oltretutto macchiati d’inchiostro e dall’unto spesso fuoriuscito dai panini avvolti in logori strofinacci o più frequentemente con la carta dei quaderni.

Il quarto anno iniziò con un miglioramento, fummo trasferiti in un altro edificio, sempre nelle adiacenze della chiesa. Questa nuova aula, in verità molto più accogliente, ci ospitò per i rimanenti due anni; sempre numerosi, anche se qualcuno era rimasto a ripetere la terza, ma abbondantemente rimpiazzati dai ripetenti dell’anno prima.

Locale ampio ricavato da due camere, aveva due finestre da far entare tanta luce ed aria a volontà, ad essa era attiguo l’ambulatorio medico, che fu di sostegno morale alla maestra in caso vi fosse stata un emergenza.

Le mamme in quei tempi per lo più stavano in casa, accudivano personalmente ai propri figli, preferendo lasciarli a letto se solo si fossero manifestati sintomi febbrili, oggi troppo spesso i bambini sono lasciati in balia delle loro scelte, in mancanza della presenza dei genitori, perché costretti al lavoro  entrambi.

I miei genitori non ebbero di che preoccuparsi, la voglia di apprendere l’ebbi sin dal primo giorno di scuola, riportando cosi alla fine dell’anno buoni risultati. All’epoca non c’erano né biliardi o videogiochi, ma solo palline di vetro o trottole (picchere), che avvolti con diligenza da uno spago (zagaglia) si facevano roteare forte su spazzi di terra battuta, con esso si potevano fare due gare o al cerchio o a spacca.

 

 

 

 

 

 

 

 

CAPITOLO IV

 

Nello stesso anno terminai le elementari e iniziò un nuovo ciclo triennale che avrebbe dovuto portarmi al diploma di licenza media, ma non fu cosi semplice.

Per nostra poca esperienza e scarsa cultura dei nostri genitori e per varie vicissitudini avverse non riuscimmo nell’intento di conseguire la fatidica licenza media.

La frequenza di quel nuovo ciclo scolastico mi riportò accanto al locale dove, avevo trascorso i primi tre anni delle elementari; un solo muro ci divideva dall’aula affumicata di un tempo passato e un solaio dall’attuale campanile, la sotto quella campana appresi le prime nozioni di latino. I compagni erano gli stessi di  sempre, solo al secondo anno se ne aggiunsero altri, tra cui una sinuosa ragazza, poco più che tredicenne, bassina a dir il vero ma con folti capelli sciolti color castano scuro che le contornavano il viso gia di per se rotondetto, conforme al suo corpo, stretto sotto una gonna nera e una camicetta bianca abottonata sul prosperoso seno.

Aveva qualcosa in più rispetto alle mie compagne di sempre, forse perché veniva da lontano, con un fare differente dal nostro o perché la conobbi gia signorinetta. Tutto ciò accese una fiamma in me mantenuta per ben sette anni tanto da spingermi a implorare il proprio amore che fù prontamente corrisposto, che fù la base miliare del nostro futuro e in seguito dell’intera famiglia.

In compagnia di quei giovani professori, il triennio trascorse in fretta, poichè erano più proiettati allo scherzo che all’insegnamento, ma le insidie ci sorpresero alla fine della terza media. Quando avremmo dovuto raccogliere i frutti, il tutto si rivelò una bolla di sapone, fummo lasciati allo sbaraglio dalla nostra scuola e presentammo domande come privatisti presso istituti limitrofi. Dopo i deludenti risultati degli esami, decisi di farla finita con la scuola, anche perché non potevo ripetere, e ritornai al vecchio mestiere di famiglia, conducendo in estate a cavallo di un somaro le mucche al pascolo in vari campi, preferendo giustamente quelli dove s’incontravano più coetanei di entrambi i sessi. Il luogo che più c’era gradito come punto di ritrovo durante le afose serate estive fu senz’altro il letto del fiume corrispondente al lato del mulino ricostruito in parte dopo il conflitto bellico. Sembra un’assurdità per chi legge eppure è verità, all’epoca era realtà, poiché la poca acqua che vi scorreva nella stagione estiva lasciava tanto spazio di terreno limaccioso, accumulato dalle piene invernali, e ricoperto a primavera da un folto tappeto d’erba da sfamare tanti capi di bestiame e soddisfare i relativi pastori, rigorosamente giovani, con tanta voglia di giocare, raccontarsi a vicenda le prime esperienze di vita e perché non cercarne di nuove. Infatti, più avanti rincontrai una vecchia conoscenza dei lontani ormai tempi della scuola; un giorno il parroco del centro storico venne con uno stuolo di ragazzi suoi parrocchiani a caricare della sabbia di fiume per farne un campetto di bocce. Riconobbi subito il mio vecchio insegnante di religione, cosi dopo i rituali saluti, gli chiesi consigli di come poter riiniziare il percorso scolastico per conseguire il benedetto diploma di licenza media.

La sua risposta fù ponderata, si sarebbe impegnato al mio progetto solo dopo aver sondato la mia effettiva volontà e capacità di recupero. Io comunque negli anni mi ero sempre esercitato nella lettura e scrivendo diari e lettere d’amore. Era per me cosi importante conseguire il diploma di licenza media per accedere a eventuali concorsi nelle ferrovie una volta maggiorenne.

Al che decisi di rituffarmi nello studio impegnando tutte le mie risorze fisiche e mentali. Alla fine della seconda lezione di sondaggio, il parroco si ritenne soddisfatto e mi garanti il suo impegno, nel realizzare il mio progetto.

Abbandonati gli amici e amiche di tutti i giorni, disertai il campo sul fiume, e salendo tutti i giorni a piedi in cima al paese, attraverso una scorciatoia, oggi irriconoscibile e impraticabile, per ripassare e approfondire accanto a quel prete il programma di tre anni e presentarmi come privatista. Preparato e sicuro con gia sul viso una folta barba conseguii l’agoniata licenza media, in quell’anno non fù la sola impresa che portai brillantemente a termine, frequentando saltuariamente un’altra scuola il mattino, superai anche un altro esame (ottava classe) con mia enorme soddisfazione dei miei genitori. Voglio ringraziare ancora questo giovane parroco che si comportò da vero pastore.

PRIMA PARTE

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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